“Fra gli indagati difesi dal sottoscritto vi è chi non riesce più a pagare il mutuo; chi è caduto in depressione a causa delle improvvise difficoltà economiche, chi per lo stress psico-fisico ha iniziato a perdere i capelli e chi, infine, muore letteralmente di fame, insieme al proprio nucleo familiare”
Certo, a guardare anche oggi il video “virale” che ha immortalato alcuni dei cosiddetti falsi ciechi di Siracusa centrare il cassonetto lanciando da qualche metro di distanza un sacchetto di spazzatura, superare “agevolmente” il rialzo del marciapiede, usare il bancomat, dare informazioni ai turisti indicando le direzioni, non una sola persona avrebbe potuto mettere in dubbio ciò che si denunciava, una delle tante truffe all’INPS.
L’11 giugno 2012 aveva fatto scalpore la notizia diramata su tutti i mezzi di informazione dell’indagine della Guardia di Finanza che, nella provincia, e non solo in città, aveva seguito e filmato nelle loro attività quotidiane 16 persone che, con la loro finta invalidità, erano riusciti a sottrarre all’ente previdenziale, tra pensione e indennità d’accompagnamento, complessivamente circa un milione di euro grazie alla compiacenza in particolare di un medico, specialista in oculistica, nonché, e naturalmente, componente della commissione provinciale.
Si informava in dettaglio che i finanzieri, dopo aver esaminato presso l’Inps e l’Asp le pratiche di invalidità – “per cecità assoluta” veniva evidenziato – avevano documentato, grazie a pedinamenti e filmati, la prova dei loro sospetti. Poi gli approfondimenti medico-legali disposti dalla Procura avevano confermato “la non corrispondenza della patologia riportata sulle certificazioni rilasciate nel tempo dai medici specialisti” e di qui la richiesta di rinvio a giudizio del pm.
Poi, nell’agosto 2012, il blocco delle pensioni e delle indennità “illecitamente percepite” e in prospettiva il risarcimento del danno che sicuramente sarebbe stato richiesto dalla Corte dei Conti. Ciò senza alcuna visita medica preventiva.
Il provvedimento di sospensione cautelativa veniva impugnato innanzi al Comitato provinciale Inps ma il ricorso rimaneva assolutamente privo di riscontro. Inevitabile quindi l’istanza degli indagati al giudice del lavoro, anche per ottenere quella visita ritenuta inutile dall’istituto di previdenza, con il risultato di vedersi nuovamente riconosciuto lo stato di cecità.
Così, il 27 novembre scorso, senza troppa enfasi, senza il clamore mediatico di 3 anni prima, è stata battuta dai media la notizia che il gip del Tribunale ha prosciolto tutti gli accusati “accogliendo le ricostruzioni della difesa che ha puntato sulla capacità visiva limitata dei loro assistiti”, una puntualizzazione che poco chiarisce i risvolti della vicenda e fa pensare a una sorta di sghiribizzo del giudice.
Nulla si era detto invece del proscioglimento anche del medico indagato 6 mesi dopo il fatto: mesi di indagini, di intercettazioni telefoniche, di controllo dei conti bancari non solo personali ma anche della moglie e di altri congiunti, che non avevano consentito il benché minimo riscontro di somme corrisposte per i presunti favori fatti. Nessuna prova di corruzione, dunque.
Né si era data notizia sulla “strana” circostanza che l’Inps, come detto, era stata costretta a nuovamente corrispondere pensioni e assegno di accompagnamento ai cosiddetti “falsi ciechi”. Paradossalmente, se il gip, per un qualche motivo, si fosse distratto, si sarebbero rinviate a giudizio persone dichiarate ancora una volta non vedenti.
Una storia paradossale questa che, dietro la gogna mediatica che ha costretto molti dei sospettati a non uscire di casa, a rinunciare alla propria libertà per vergogna, al di là del circo domenicale di Massimo Giletti, rapace televisivo di ultima generazione, al netto di chi ha visto bruciare in un attimo anni di ottima reputazione professionale, o di riconosciuta onestà personale, consente di individuare precisi errori umani, frutto probabilmente di superficialità o ignoranza o presunzione.
A essere messa infatti sotto accusa, prima ancora dei “falsi ciechi”, è stata la stessa legge italiana, la 138/2001, quella ignorata dai tanti che si sono occupati della vicenda, la quale, anche nella sua ultima formulazione del 2004, chiarisce senza alcuna incertezza interpretativa possibile che, perché sia riconosciuta la cecità assoluta, non bisogna essere totalmente privi della vista ma anche avere “la mera percezione di ombra-luce o motu-manu in entrambi gli occhi o nell’occhio migliore oppure un residuo perimetrico oculare inferiore al 3% in entrambi gli occhi”.
Una casistica più ampia di quel che si possa pensare quindi, sconosciuta certo all’uomo della strada ma presente (almeno in teoria) a chi certifica l’invalidità ed eroga la pensione, ai consulenti chiamati a stilare le perizie, a chi effettua le indagini. Non avere specifica competenza, capacità di discernimento, lucidità di giudizio, si traduce da un lato in costi materiali e immateriali che immeritatamente gravano sull’intera comunità (personale impiegato nelle indagini, consulenze tecniche, intercettazioni, inutili udienze) e dall’altro in notti insonni, in sofferenze, in stress di chi viene accusato ingiustamente.
Notava l’avvocato Antonino Urso, purtroppo deceduto (a prendere il testimone oggi l’avvocato Carla Vita): “Fra gli indagati difesi dal sottoscritto vi è chi non riesce più a pagare il mutuo; chi è caduto in depressione a causa delle improvvise difficoltà economiche, chi per lo stress psico-fisico ha iniziato a perdere i capelli a chiazze sparse e chi, infine, muore letteralmente di fame, insieme al proprio nucleo familiare, posto che, a causa del sopravvenuto handicap, viveva, ormai, solo con quella pensione. Anche per tali risvolti umani e sociali, l’indagine sui cosiddetti “falsi ciechi” merita, per il tipo di handicap di cui trattasi, approfondimenti e cautele ben diverse da quelle del paraplegico costretto sulla sedia a rotelle che improvvisamente viene filmato mentre passeggia con l’uso dei propri piedi”.
Alla fine ci troviamo quindi a dover riconoscere che ciò che si è voluto perseguire in questo caso, o in casi similari, non è la truffa che mortifica e danneggia la comunità degli onesti, ma, paradossalmente, la stessa autonomia che faticosamente, giorno per giorno, un piccolo passo dopo l’altro, conquistano i non vedenti, quella che lascia i sani perplessi se visitano i centri di riabilitazione in cui si impara a far fronte a questa disabilità, dove piccoli e più grandi fanno cose che mai si potrebbero immaginare possibili per un non vedente. Ci si abitua a contare mentalmente i passi che separano dal cassonetto o dal rialzo del marciapiede, si percepisce con l’udito più allenato l’arrivo di un’automobile, si usa il tatto per digitare un numero, ci si muove con una certa confidenza negli spazi che si sono imparati a conoscere, e riconoscere.
Ma visto che nel 2012 si invocava il ricorso alla Corte dei Conti per far pagare il dovuto a chi aveva truffato, è possibile fare oggi lo stesso nei confronti di chi, con il proprio intervento inadeguato alle circostanze, ha causato un danno economico all’intera cittadinanza inducendo a spese per indagini che probabilmente si potevano evitare?
E si può chiedere, ai professionisti dell’informazione, di dare eguale risalto, stesso rilievo mediatico, tanto a una notizia di reato quanto al proscioglimento dallo stesso, dedicare qualche parola di riflessione a chi, suo malgrado, viene travolto dallo scandalo pur essendo del tutto innocente sulla base non di prove supposte, non grazie a benevole interpretazioni che non allontanano i dubbi, bensì sulla scorta di prove oggettive e inconfutabili?
E si potrebbe pretendere dal legislatore di prevedere forme concrete di risarcimento per chi, senza colpa, viene imbrigliato nei lacci di un sistema giudiziario che fatica ad affermare la Giustizia?

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