Riconquistare la dignità umana attraverso l’arte. I detenuti della casa circondariale di Brucoli mettono in scena Giorno dopo giorno e danno agli studenti siracusani una lezione di legalità, perché non smarriscano il senso del loro essere nel mondo.
“Il manicomio è una grande cassa di risonanza, e il delirio diventa eco, l’anonimità misura”, scriveva la poetessa Alda Merini.
Ogni luogo in cui l’esistenza assume la parvenza di tempo immobile, sospeso tra un passato nostalgico di affetti e ricordi sfocati e un presente in cui la colpa inchioda alla condanna sociale e all’esclusione, è un non luogo. Ogni luogo in cui l’umanità viene annullata, l’identità negata, la dignità calpestata, come la testa di un detenuto dai piedi di un poliziotto in una cella di isolamento (carcere di Asti, 10 dicembre 2014), diventa manicomio.
Anche se gli diamo un nome che ne giustifichi l’utilità sociale: casa di reclusione, casa circondariale, istituto a custodia attenuata.
Voltaire, commentatore illuminato del rivoluzionario opuscolo di Cesare Beccaria Dei delitti e delle pene, che con la condanna degli orrori del sistema inquisitorio dell’epoca apriva la strada alla riflessione, attualissima, sul potere che ha lo stato di punire e sui limiti che vanno posti a questo potere, affermava “Non fatemi vedere i vostri palazzi ma le vostre carceri, perché è da esse che si misura il grado di civiltà di una nazione”.
Quale, dunque, lo scenario del nostro sistema carcerario e della nostra stessa civiltà?
“Elevato numero di decessi e suicidi, sovraffollamento, diffusione di problematiche sanitarie e di varie forme di disagio psichico, forte discriminazione dei detenuti stranieri, alta percentuale di detenuti in attesa di giudizio, scarso investimento di risorse e di personale sugli aspetti trattamentali e non solo custodiali della pena detentiva, mancanza di opportunità di lavoro e formazione”, documenta Antigone, associazione politico-culturale per i diritti e le garanzie del sistema penale, costituitasi parte civile in alcuni processi a carico di agenti penitenziari accusati di maltrattamento nei confronti di detenuti.
Carceri come appendici periferiche di una società che recide da sé la sua “parte malata” piuttosto che risanarla, che volge lo sguardo lontano da quelle sbarre per non dover ammettere che la civiltà di cui parla Voltaire è una maschera che nasconde la putredine della nostra cattiva coscienza.
Eppure nella casa circondariale di Brucoli, in quell’isola che con la sua inciviltà ha scandalizzato il buon Vecchioni tanto da indurlo al turpiloquio, l’articolo 27 della Costituzione (Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato) è diventato da qualche anno una realtà tangibile, per iniziativa di educatori, operatori sociali, artisti, magistrati del calibro di Simona Lo Iacono, e, in particolare per la lungimiranza e la sensibilità del direttore Antonio Gelardi, per il quale “una visione nuova del sistema carcerario necessita di significativi investimenti su percorsi mirati finalizzati al reinserimento dei detenuti”.
Recuperare il valore della propria dignità attraverso l’arte è stata la finalità di un laboratorio di scrittura creativa, curato dalla Lo Iacono, durante il quale la scrittura è divenuta strumento di indagine introspettiva e ha contribuito a promuovere il processo di coscientizzazione della colpa e del senso della pena.
Il lavoro dei detenuti si è tradotto nella messa in scena il 12 dicembre, con la collaborazione del regista Aldo Formosa, della pièce teatrale Giorno dopo giorno, alla presenza di un pubblico di studenti, alcuni giovanissimi, che attraverso lo schema educativo della scuola che entra nel carcere si sono confrontati con un modello di giustizia inclusivo e riabilitativo in una prospettiva pedagogica e di riscatto.
La commedia, che attinge dal ricco repertorio della tradizione comica latina e italiana (doppi sensi, interruzione della finzione scenica di un personaggio che si rivolge direttamente al pubblico, uso caricaturale e talora espressionistico del vernacolo), scandisce in tre atti la giornata-tipo di un detenuto, dall’alba al tramonto, affrontando con toni semiseri argomenti complessi e celando la riflessione critica dietro il particolare trattamento del tempo e dello spazio.
A dilatare a dismisura il tempo reale è la percezione che lo spettatore ha di osservare come al microscopio quella realtà a lui estranea, in cui si ripetono meccanicamente i medesimi gesti e le medesime parole. Effetto analogo produce lo spazio chiuso, asfissiante, in cui si pranza, si cena, si dorme, in cui i giorni scorrono lentamente, uno dopo l’altro, uno uguale all’altro e la ricerca di senso diviene istinto vitale di sopravvivenza alla “demolizione della condizione umana”.
L’ordine maniacale con cui uno dei detenuti dispone gli oggetti nella cella, il profumo del caffè, le lenzuola stese ad asciugare la sera, l’interesse che ciascuno mostra per le storie personali dei compagni di sventura hanno lo stesso significato simbolico dei versi danteschi recitati da Primo Levi al francese Jean nel lager: pur vivendo in condizioni disumane, si può preservare intatta la propria dignità di uomini.
Ed ecco i personaggi della storia recuperare la loro individualità, attraverso le loro singole storie di dannazione e di riscatto.
Nella scena finale due ombre dietro un lenzuolo: nel silenzio della notte un detenuto scrive una lettera alla figlia per la quale non ha potuto essere un padre; Simona Lo Iacono, da voce narrante fuori campo, fa irruzione nella storia (e con lei per empatia gli spettatori) e legge con voce cadenzata dall’emozione quella sofferta, dolorosissima richiesta di perdono.
Perdono a cui allude la sua mano che sfiora dolcemente, come una carezza, il capo dell’uomo. Perdono di figlia. Perdono sociale.
Scende il sipario. Si chiudono i cancelli. I ragazzi ritornano alla loro quotidiana normalità. I detenuti alle loro celle.
Un incontro che però ha inciso nelle coscienze di tutti un cambiamento. Per gli studenti una lezione di legalità che nessun libro, nessuna lezione teorica sarà capace di eguagliare. Per i detenuti la possibilità di vivere il carcere come luogo in cui impedire alla disperazione di mutarsi in delirio, all’identità di smarrirsi nell’anonimato, un luogo in cui la caduta, la sconfitta personale e familiare devono diventare occasione di rinascita, perché, come afferma la Lo Iacono, “Una rieducazione è tale se guida alla riappropriazione dei valori lesi della società attraverso il recupero di se stessi, della propria vocazione, del proprio talento, del proprio essere nel mondo”.

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