La «guerra globale a pezzi» non risparmia il Vaticano

Un papa cogli scarponi di un parroco è un segno di conflitto contro la degenerazione dei principi della Chiesa. E intanto, sul recente scandalo dei documenti trafugati, processo, condanna e… grazia. Per divulgazione di verità scomode

 

Il papa non ha certo paura per sé ed anzi ha probabilmente voglia di martirio. Una conclusione da martire gli consentirebbe di uscire di scena nel modo migliore, visto che la chiesa è riluttante ai suoi insegnamenti e ai suoi esempi. E non solo la curia vaticana, assuefatta agli agi principeschi. Pare che anche in tutte le diocesi italiane abbia trovato scarsa applicazione la direttiva pontificia di accogliere i migranti nelle canoniche sottoutilizzate. La tirata d’orecchie contro chi ha ridotto luoghi di culto e residenze monastiche ad alberghi deve aver lasciato l’amaro in bocca a tanti prelati gestori di tale patrimonio, che ancora vorrebbero sottrarlo alla normale tassazione.

C’è una guerra incruenta anche dentro la chiesa cattolica; una guerra ingaggiata da un papa gesuiticamente tenace, francescano nella mentalità e nel nome scelto. Una guerra metaforica, combattuta con l’arma pacifica della predicazione sincera (senza opportunismi e senza gesuitiche diplomazie) e associata all’arma disarmante di uno stile di vita perfettamente coerente con la predicazione. Un papa cogli scarponi di un parroco, che porta da sé il suo bagaglio a mano o la sua borsa, che vive in un modestissimo appartamentino… è un segno permanente di conflitto contro la degenerazione dei principi della chiesa: incarna la spiritualità del messaggio evangelico e pesa come un carro armato sulle coscienze atrofizzate in corpi intorpiditi dal lusso e impinguiti dall’inerzia e dalle gozzoviglie di tanti prelati di curia e di periferia.

Esultano speranzosi i sacerdoti eroici e missionari che si rispecchiano nelle parole e nell’esempio di Francesco. Tacciono indispettiti o mugugnano appena gli altri che si ritrovano nella funzione di preti amministratori e che si sentono parte di una grande curia o, in altri termini, che si identificano più con l’ordine sociale di un clero benestante che con una chiesa operosa e protesa a diffondere, con la parola e con l’esempio di una vita coerente, il messaggio evangelico.

È l’eterna lotta fra orientamento spirituale e orientamento conventuale, che con l’avvento di papa Francesco riemerge e si diffonde in tutta la chiesa. Rispetto a questo conflitto ciascuno può constatare come si pongano movimenti come Comunione e Liberazione o come l’Opus Dei. L’esito potrà essere uno scisma o una conversione di orientamenti o… il silenziamento di un coraggioso papa missionario che pretende di convertire tutta la chiesa alla fedeltà al vangelo.

Noi della Civetta (credenti, dubbiosi ed agnostici) parteggiamo tutti per Francesco. E riteniamo che egli si voglia avvalere del processo contro due giornalisti (per divulgazione di segreti) solo strumentalmente, per lasciare che trovi conferma in sede processuale l’esistenza di aspetti inconfessabili. Certo preferirebbe che emergessero solo attraverso le sue prediche severe ma paterne; ma lascia citare in giudizio i giornalisti per non marciare contro la legge vaticana; poi avrà, da papa, tutto il potere di graziare i due giornalisti che una struttura di potere (e forse anche di peccato) avrà magari condannato per l’insolito reato di divulgazione della verità, sia pure di una verità scomoda.

Ma chi fu a raccomandare un linguaggio schietto? Ci sembra di ricordare d’aver letto nel vangelo di Matteo (5,37): “Sia invece il vostro parlare: “sì, sì”, “no, no”; il di più viene dal Maligno». La giustizia vaticana processa i giornalisti e probabilmente li condannerà secondo la legge di quello staterello; ma certamente il papa li grazierà, perché secondo il precetto evangelico dire la verità con schiettezza non è affatto un crimine. Tutt’altro!

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