Ad Augusta coro di no all’hotspot. “Problemi di sicurezza”

La sindaca grillina Cettina Di Pietro: “Ci sono troppi siti sensibili. In caso di terroristi infiltrati fra i migranti, potrebbero generarsi danni irreparabili per tutto il Paese”

 

Viene accolto con un coro di “no” il bando che prospetta la realizzazione nelle aree del porto di Augusta di un hotspot, vale a dire un centro di identificazione e smistamento per la gestione del flusso dei migranti in arrivo ed in transito. Una notizia che sembra aver colto di sorpresa i più, ma che in realtà circolava già da alcuni mesi. A risvegliare l’attenzione sul problema è stato il consigliere comunale Giuseppe Di Mare, nel momento in cui ha pubblicamente rivelato l’esistenza di un bando, emesso dalla società Invitalia e dal Ministero dell’Interno, per la realizzazione di due strutture simili a Taranto e ad Augusta. Una notizia che trova piena conferma in un comunicato stampa, emesso dalla stessa Invitalia, lo scorso 4 novembre.

 

Della realizzazione di una simile struttura si parlava però da tempo, come già detto, da quando cioè la Commissione Europea ha rilasciato la cosiddetta “Agenda per la migrazione”, il documento che ha definito la politica con cui il Governo dell’Europa ha inteso affrontare i problemi derivanti dall’enorme flusso di migranti che continuano a pressare alle frontiere. Per intenderci, lo stesso documento con cui sono state individuate le quote di distribuzione dei migranti tra i Paesi dell’Unione. Tale “smistamento” presuppone, infatti, un’attività rigorosa di individuazione delle generalità dei migranti, da effettuarsi nei Paesi di arrivo degli stessi. Uno degli obiettivi che la Commissione vuole raggiungere tramite gli hotspot è quello di riuscire a distinguere i rifugiati e i migranti economici, un discrimine da cui discende la possibilità di accettare o meno eventuali richieste di asilo.

In forma sperimentale, da un paio di mesi, il centro di identificazione di Lampedusa è stato dichiarato hotspot, mentre altre simili strutture sono previste a Trapani, Porto Empedocle e Pozzallo entro il 2015. Nel 2016, invece, si dovrebbero attivare proprio gli hotspot a Taranto e ad Augusta. Ma a questa prospettiva la politica e l’opinione pubblica si ribellano, nel timore che il porto commerciale, area nella quale il centro dovrebbe essere realizzato, possa diventare un sito di difficile gestione come il famigerato CARA di Mineo. Si muove in questa direzione il giudizio espresso, in maniera ufficiale, dal sindaco Cettina Di Pietro ed affidato ad una nota stampa pochi giorni fa. “Creare un centro di identificazione ad Augusta, sia nel porto che fuori da esso – spiega il sindaco Di Pietro – è impossibile, prima il Governo ne prenderà atto, prima ci si potrà muovere per trovare una soluzione alternativa. Alla luce della tragedia verificatasi a Parigi, per la quale manifestiamo il nostro più sentito cordoglio, si impongono delle serie riflessioni. Ad Augusta sono presenti il più grande polo petrolchimico d’Europa, una base Nato e l’arsenale militare marittimo. Tutti siti sensibili che, se presi di mira da terroristi infiltrati fra i migranti, genererebbero danni irreparabili per tutto il Paese, non solo per i cittadini di Augusta”.

 

Proprio la sicurezza è l’argomento principale su cui si sofferma il sindaco di Augusta nel suo intervento. “Qui non è solo in ballo lo sviluppo economico di una città, o di una Regione che conta strategicamente sul porto di Augusta – continua Di Pietro – qui è in gioco la sicurezza dei cittadini e di tutta la Nazione. La nostra comunità, già a partire dall’operazione “Mare nostrum”, ha dato tantissimo in termini di risorse umane ed economiche. È arrivato il momento di dire basta.”

 

Una posizione, quella espressa da Cettina Di Pietro, condivisa dalla maggioranza che amministra la città e supportata anche da una petizione on line con cui si chiede il sostegno della cittadinanza al rigetto del progetto.

 

Nella medesima direzione si è espressa anche una parte dell’opposizione tramite i portavoce di Fratelli d’Italia, Enzo Inzolia e Marco Failla, timorosi, in particolare, del rischio che il centro di identificazione diventi un ricovero permanente. “Un centro di identificazione che inevitabilmente si trasformerà in centro di permanenza a tempo indefinito per il semplicissimo motivo che, concentrandosi in pochi porti i quotidiani arrivi di centinaia di migliaia di migranti, questi ultimi non potranno essere trasferiti altrove prima del sopraggiungere di altri”.

 

A mostrarsi più attento alle ragioni economiche che impedirebbero la realizzazione di tale hotspot è stato, invece, il deputato nazionale del PD Pippo Zappulla, il quale ha persino rivolto un appello ai ministri Alfano e Del Rio per scongiurare la realizzazione di tale centro all’interno del perimetro portuale, così da evitare “evidenti problematiche logistico-tecniche e di sicurezza” nonché possibili conflitti con “i lavori di consolidamento e ampliamento delle strutture portuali”, ipotizzando, invece, la possibilità che venga realizzato in una zona comunque attigua al porto. Una soluzione, questa, in aperto contrasto con quanto emerso dalle posizioni assunte dalla politica e dall’opinione pubblica in città.

 

Che la struttura venga realizzata dentro o fuori i confini del porto di Augusta, in fondo, cambierebbe di poco le cose, in ogni caso sarebbe chiesto alla città uno sforzo simile a quello già sostenuto nei momenti in cui la pressione degli sbarchi era più intensa. In tale prospettiva, però, l’agenda dettata dalla Commissione Europea prevede un intervento di supporto agli enti locali da parte delle organizzazioni europee competenti in materia, tra cui ”Easo”, vale a dire l’Ufficio europeo per l’asilo politico, “Frontex” l’agenzia chiamata alla gestione delle frontiere comuni, “Europol”, il nucleo di polizia europea che ha il compito di coadiuvare le forze di polizia locale nelle complesse procedure di identificazione. In questo modo l’attività di identificazione e di definizione dell’effettivo status dei migranti e l’eventuale rimpatrio di chiunque non avesse il diritto di restare nel territorio dell’Unione, potrebbe svolgersi in maniera più celere senza trasformare soluzioni temporanee in permanenti.

 

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