“Propongo pene più severe, scontandole in servizi riparativi alla comunità”

Lettera aperta dell’ex dirigente scolastico Concetto Rossitto al direttore della Civetta. “Giustizia e perdono, sono d’accordo con il responsabile della casa circondariale di Augusta su misure alternative. Ma niente riduzioni. Lavori esterni con l’ausilio del braccialetto elettronico”

“Caro direttore Franco Oddo, mi ha fatto molto riflettere la pagina 18 della scorsa edizione della Civetta, opportunamente dedicata al tema del rapporto fra giustizia e perdono, sul quale hanno scritto il direttore del carcere di Augusta Antonio Gelardi e il nostro comune amico Aldo Castello, che ha riferito sull’incontro siracusano con il magistrato Gherardo Colombo, indimenticato protagonista di “mani pulite”.

“Purtroppo non mi è stato possibile partecipare all’incontro con Colombo, organizzato da don Candido Nisi. Su di esso apprendo notizie e ricevo spunti di riflessione grazie al bel servizio del nostro Aldo. Tra l’altro apprendo dalle parole del direttore del carcere di Augusta, riferite nell’intervista, che per motivi di tempo non sarebbe stato possibile un dibattito in appendice all’incontro. Il direttore Gelardi, rammaricandosi di tale impossibilità, sostiene che avrebbe formulato delle obiezioni, sicuro che l’autorevolezza e la preparazione del personaggio (Colombo) le avrebbe ben confutate.

“Apprezzo vivamente tale atteggiamento mentale di chi, esponendo le sue personali obiezioni non intende affatto polemizzare o trinciare una sua verità assoluta, ma avviare un dialogo costruttivo nel tentativo di pervenire ad una sintesi ulteriore, che superi possibilmente sia le posizioni del relatore che quelle dell’obiettore. Con lo stesso atteggiamento mentale (costruttivo e non polemico) vorrei provare a formulare qualche mia osservazione (da semplice cittadino non addetto ai lavori e non esperto di giustizia e di pena), utilizzando (ancora una volta) come spazio di confronto proprio la tua Civetta, giornale di inchiesta, di approfondimento, ma anche di dibattito e di proposta, sul quale mi onoro di veder pubblicate da te lenzuolate di miei scritti.

“Premetto che, contravvenendo motivatamente alla tua indicazione direttoriale di usare il “noi” negli articoli della Civetta, questa volta non userò il plurale, perché ciò che sto per scrivere risulterà fuori dal coro e non sarà condiviso neanche da gran parte degli amici della redazione. E non convincerà neanche te. Ma tu vuoi che la Civetta sia anche una palestra di dibattito e di confronto. Ed io ti accontento.

“Occhio per occhio” o “porgi l’altra guancia”? Questo il difficile dilemma su cui gli organizzatori dell’incontro hanno chiamato  a relazionare Colombo. Da quanto ho capito, il magistrato avrebbe respinto il perdono come rimozione del crimine commesso dal reo e lo avrebbe invece recuperato come altrui riconoscimento dello sbaglio da lui commesso; tale riconoscimento dell’errore da parte del prossimo significherebbe farne tesoro ed averne memoria accettando la possibilità di recuperare la relazione sociale o umana interrotta o calpestata. “Difficile da attuare ma molto attraente come principio”. Non ho capito se tale commento sia dell’autore dell’articolo o del relatore stesso, ma poco importa: il “perdono” di Gherardo Colombo credo che si riduca ad una rassegnazione di fronte all’accaduto e ad una accettazione che al colpevole del delitto più atroce sia concessa la possibilità di ripristinare, tramite la pena espiata e il pentimento per l’errore commesso, la relazione sociale che il crimine ha frantumato. Relazione con la vittima, coi suoi familiari e con la società tutta.

“Credo che il principio sia perfettamente accettabile, ma a tre condizioni: il pentimento sincero del colpevole e l’espiazione di una pena adeguata. A cui va aggiunta, inderogabilmente, la terza condizione: il risarcimento del danno. Nel caso di un omicidio (intenzionale o colposo) la terza condizione è difficilmente quantificabile; il danno, ad esempio, è risarcibile (parzialmente!) solo da una adeguata copertura assicurativa in caso di incidente stradale. Ma nessun risarcimento sarà mai adeguato a colmare il vuoto che una vita spezzata lascerà nei familiari, a compensare la sottrazione degli affetti e delle emozioni dei momenti più belli, il mancato appoggio al percorso dei figli verso mete scolastiche e verso la propria realizzazione… Nessun risarcimento potrà mai colmare il vuoto esistenziale che viene provocato negli orfani ed in una vedova.

“In caso di incidente sarà possibile capire la distrazione o l’involontarietà del fatto. Ma in caso di omicidio, come perdonare? Ce lo può chiedere Cristo. Ma la giustizia degli uomini no!

“Nel caso di reato contro il patrimonio (pubblico o privato) il risarcimento materiale sarà certamente e doverosamente realizzabile e, ferma restando la responsabilità penale individuale, potrà coinvolgere anche gli eredi del reo. Soddisfatte queste tre condizioni, si potrà parlare di perdono come reinserimento del condannato nel consorzio civico e come rinuncia ad aspirazioni vendicative da parte della società.

Se ho capito bene (attraverso il resoconto giornalistico), il relatore avrebbe accortamente e garbatamente eluso l’improponibile alternativa tra legge del taglione e invito cristiano a porgere l’altra guancia, magari settanta volte sette. Alternativa che pure sarebbe stata proposta dagli organizzatori. Ma anche nel caso della giustizia giudicante (come in altre situazioni) il nobilissimo principio cristiano del perdono confligge con la logica della responsabilità e della legge, che in qualche modo (anche se prodotta, a volte, da legislatori stravaganti e poco accorti) della realtà tiene conto. Se ho ben capito, il “perdono” di Colombo (opportunamente sfumato o attenuato in accettabili metafore) non è poi così distante dalla valutazione di Gelardi, che, «sul piano sociale o di sistema», preferirebbe usare il concetto di «mediazione» o di «riparazione», confinando (giustamente) il termine perdono dentro l’ambito di «un rapporto duale fra vittima e reo». Un rapporto di due coscienze, sole di fronte a Dio o al mistero profondo dell’essere. Non certo sollecitato o esigibile dalla giustizia umana.

“Quanto a un altro tema di confronto tra Colombo (secondo il quale il carcere non servirebbe, come testimonierebbero i casi di recidiva) e Gelardi (che mi sembra più vicino alla realtà nel constatare che «la recidiva spesso precede il carcere», dove si finisce per i reati più gravi e dopo più di un reato), mi dichiaro più in sintonia col direttore che col magistrato. Con tutto il rispetto, la gratitudine civica e la simpatia umana che nutro per Colombo. E concordo pienamente con Gelardi anche quando egli afferma che «in tutti i casi possibili è bene ricorrere alle misure alternative». È proprio in tal senso che va il provvedimento di «messa alla prova», al quale ha collaborato molto attivamente la deputata del nostro territorio Sofia Amoddio. Ed è sempre in questo senso che mi permetterei di suggerire, da semplice cittadino, una modesta proposta, precisando però che condivido (contrariamente a quanto pensa a questo riguardo Gelardi) l’idea che occorra puntare su un inasprimento delle condanne. Pene più severe, sì, ma da scontare fuori dal carcere. È possibile? Forse sì.

“Ed ecco la mia modesta proposta. Immaginiamo che il legislativo si renda conto (e sarebbe ora!) che forse si è esagerato con condoni, amnistie, indulti, attenuanti generiche e riduzioni di pena concesse con eccessiva generosità. E che occorra conciliare lo svuotamento delle carceri (necessario umanamente per rendere più vivibile la vita dei reclusi ed economicamente perché il mantenimento dei detenuti comporta spese notevoli) con l’ideazione di pene più severe e più efficaci educativamente. Ipotizziamo, quindi, che tutte le pene siano, ope legis, aumentate di un terzo, onde evitare che l’eccessiva mitezza delle stesse sia un incentivo a delinquere. E che tutti i detenuti per reati non violenti siano condannati a scontare la pena (accresciuta di un terzo) fuori dal carcere, controllati notte e giorno mediante braccialetto collegato al sistema satellitare e costretti a lavorare nel loro rione, ovvero a prestare alla comunità dei cittadini un lavoro socialmente utile… quanto umile.

Potrebbero, ad esempio, essere costretti a girare per almeno otto ore al giorno nel quartiere, spingendo un carrettino, dotato di due fusti di plastica, entro i quali raccogliere cartacce, mozziconi e rifiuti vari. O raccogliere i sacchetti della differenziata deposti dalle famiglie fuori di casa negli orari stabiliti. I condannati ad una attività punitiva-rieducativa-risarcitoria di tal genere dovrebbero inoltre essere identificabili per via di una tuta particolare (o di indumenti a strisce, come i detenuti rappresentati nei fumetti). Ogni giorno un vigile o un carabiniere (magari sempre diverso) dovrebbe essere incaricato di effettuare un giro di controllo per verificare l’operatività dei condannati e l’integrità del braccialetto nonché lo stato di carica delle relative pile. Il compito potrebbe anche essere svolto da pattuglie impiegate nell’ambito del normale servizio di controllo del territorio.

“Senza alcun costo aggiuntivo. Il condannato vivrebbe nel suo quartiere, dormirebbe a casa propria e sarebbe mantenuto dai suoi familiari. Non avrebbe quindi diritto ad alcuna retribuzione per un lavoro imposto come condanna. Graverebbe inoltre su di lui e sui suoi eredi l’onere della restituzione integrale del maltolto (in caso di furto o di danno erariale). La pena, scontata coram populo, sortirebbe un effetto rieducativo sul condannato e sui cittadini, che verrebbero probabilmente dissuasi dal compiere imprese simili a quelle oggetto di punizione. I cittadini dovrebbero evitare ogni dileggio, magari per rispettare un obbligo legale di astenersi da ogni vilipendio di condannato (reato da istituire), ma potrebbero indicare ai figli un esempio concreto di condanna da evitare attraverso comportamenti virtuosi e rispettosi di ogni legge. I condannati per atti di violenza sconterebbero invece la loro pena in carceri non sovraffollate e più vivibili, lontano da altre possibili vittime di gesti violenti. L’ergastolo, infine, verrebbe riportato al suo significato proprio di reclusione a vita. Senza sconti!

Sostiene qualcuno che l’aggravamento delle pene non sarebbe un deterrente efficace, in quanto la condanna a morte non impedisce in altri Stati i delitti più raccapriccianti. Probabilmente ciò è vero, ma solo relativamente ai delitti contro le persone. I crimini di corruzione e i furti sarebbero sicuramente scoraggiati da pene come quelle ipotizzate. Ovviamente il tutto acquisterebbe più efficacia se la magistratura venisse adeguatamente potenziata, se le procedure venissero accelerate, e se, conseguentemente, la certezza della pena risultasse tale da scoraggiare ogni tentazione di sgarrare rispetto alla legalità. Perseguire e condannare ogni crimine sarebbe un possente fattore di persuasione al rispetto della legalità. E il principio di presunzione di innocenza sino al terzo grado di giudizio andrebbe mitigato cum mica salis. Non applicato formalmente ed universalmente.

“Oggi un Tizio che sia stato arrestato in flagranza di reato o col sorcio in bocca (consegna di mazzette, ad esempio) o che abbia confessato un crimine, intanto va scarcerato solo per il fatto che risulti ragionevolmente presumibile che egli non possa né reiterare il reato, né fuggire. E rimane impunito sino al giudizio di terzo grado. Perché l’alternativa è tra la detenzione in attesa di giudizio (soluzione certamente ripugnante) e la libertà. Domani la punizione attraverso lavori socialmente utili e umili potrebbe essere la soluzione immediata, in attesa della quantificazione della pena, da decidere in tempi rapidi, con un iter processuale reso più celere e da parte di una magistratura messa in grado di operare con maggiore efficienza.

“Utopia? No. Semplice speranza del cittadino. Riassumibile come desiderio di affiancare all’utilissima e meritoria opera della scuola (su cui oggi punta molto Colombo) anche un contesto che risulti educativo alla legalità e dissuasivo da ogni deragliamento.

“Naturalmente non mi illudo che questa ideuzza convinca tutti. Mi  aspetto anzi una grandinata di proteste. Una punizione certa e una magistratura molto efficiente non saranno condizioni molto allettanti per tutti. Purtroppo! E molti, trincerandosi dietro un dito, criticheranno queste ideuzze come frutto di posizioni giustizialiste. Ma invocare una giustizia giusta, basata su pene più severe, e desiderare che si arrivi alla certezza della pena per scoraggiare chiunque sia tentato dal compere reati non è giustizialismo. È semplice desiderio di giustizia. Da soddisfare laicamente su questa terra. Per renderla più vivibile.

“Piccola considerazione aggiuntiva: qualcuno obietterà che il braccialetto elettronico satellitare ha costi proibitivi. Gatta ci cova! Oggi dei rilevatori satellitari vengono montati su vetture per scopi assicurativi (controllo dei chilometri percorsi e delle dinamiche di eventuali incidenti) ed ha costi irrisori. Lo Stato vigili sulla questione e non si lasci turlupinare da subdole manovre di speculazione sui costi del congegno. Potrebbe bandire una gara per affidarne la costruzione a ditte da porre in concorrenza. Il congegno potrebbe essere facilmente ottenuto a un costo inferiore rispetto a quello di un navigatore satellitare o di un rilevatore montato su vetture per scopi assicurativi”.

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