Antonio Gelardi, direttore del carcere di Augusta: “Mentre si discute di Giustizia e Perdono, in parlamento si assiste ad inasprimenti di pena”
Salone del Santuario gremitissimo per la conferenza di Gherardo Colombo sul tema “Giustizia e Perdono”, in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico dell’Istituto di Scienza Religiose San Metodio. La copertina del depliant riporta un bellissimo dipinto con il quale padre Nisi Candido, direttore dell’ ISSR, ha voluto simboleggiare l’atto del perdono: Il Figliol Prodigo di Marc Chagall. Un’opera dai colori tenui, dalle figure quasi danzanti, sospesi in aria, come la fanciulla che porge fiori come augurio di una vita prospera. Una immagine fuori dal tempo (non siamo ai tempi di Gesù) e fuori dalle religioni (il padre potrebbe essere un rabbino). Come se il messaggio della parabola vada al di là degli schemi e sia sempre valido: il Perdono vince. Perdono in alternativa al concetto di giustizia che ci proviene dal Codice di Hammurabi e della Legge del taglione.
“Occhio per occhio” o “porgi l’altra guancia”? Chiede Gherardo Colombo, che apre la conferenza presentando un’interessante rappresentazione del Perdono. Lui afferma che si attribuisce al termine un significato sbagliato. Si pensa comunemente che perdonare equivale a far finta di niente, a dimenticare, a soprassedere. Invece Perdonare, secondo l’ex magistrato, non significa dimenticare ma riconoscere lo sbaglio dell’altro, farne tesoro e memoria e pur tuttavia andare avanti accettando la possibilità di recuperare la relazione interrotta o cancellata, calpestata. Difficile da attuare ma mi sembra molto attraente come principio. All’incontro era presente un addetto ai lavori in materia di giustizia a noi molto caro. Il dott. Antonio Gelardi, direttore della casa circondariale di Augusta, con il quale abbiamo pensato di confrontarci.
Direttore, sei d’accordo con il concetto di Perdono illustrato da Colombo?
La parola perdono, senz’altro consona al contesto dell’incontro, a mio parere è per certi aspetti un po’ fuorviante. Intanto perche il perdono è un fatto personale, individuale, intimo, riguarda il rapporto duale fra vittima e reo. E poi perché la deformazione televisiva ti fa pensare subito al microfono posto dopo poche ore, a volte minuti, davanti a chi soffre le conseguenze di un crimine spesso efferato, per chiederti se riesci a perdonare. Sul piano sociale, di sistema, apprezzo di più l’espressione mediazione oppure riparazione. Allora la parola perdono, che usiamo comunque convenzionalmente come parte o approdo di un dialogo in cui la vittima – o la società – non tronca il rapporto ma si fa carico di una responsabilità e di una restituzione (penso ai lavori socialmente utili) e rinuncia all’idea di vendetta, ha un nucleo etico valido.
Passiamo al tema della Giustizia, o meglio della Pena. Non mi sembra che Colombo apprezzi molto il sistema carcerario, anzi, addirittura egli si spinge ad affermare che con la detenzione carceraria (almeno in molte carceri) non si rispetti la Costituzione Italiana, in particolare gli artt. 2 (La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo); 3 (Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale… il pieno sviluppo della persona umana…); e 4 (La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro). Insomma la detenzione non rispetta la Costituzione e calpesta i diritti dell’uomo. Ha posto in maniera forte la condizione dei detenuti costretti a convivere in spazi ristretti in numero esagerato, luoghi dove bisogna vivere, dormire, farsi da mangiare e andare in bagno praticamente nello stesso locale. E questo, fino a poco tempo fa per 22 ore al giorno. Molto toccante l’esempio rivolto al pubblico di immaginare di stare 22 ore al giorno nella stessa stanza, con altre persone, a svolgere le funzioni quotidiane.
Nessuno meglio di chi lavora in carcere può conoscere i difetti dell’istituzione e i danni che può produrre. Però le ventidue ore in cella e gli spazi ristretti non sono una iattura ineliminabile, un fatto congenito. Sono il frutto di varie e protratte disattenzioni. Penso ad alcuni aspetti del “Piano straordinario carceri” che pure aveva aspetti positivi e rispondeva a delle esigenze, ma che sciaguratamente prosciugò per un paio d’anni i fondi (già normalmente esigui) per la manutenzione. Penso alle 13 o 14 amnistie susseguitesi dal dopoguerra agli anni ’90. In media un provvedimento ogni quattro anni, come sottolineato nel suo straordinario messaggio alle camere dall’allora Presidente Napolitano. Quelle furono clemenze lassiste senza assunzioni di responsabilità, frutto di atteggiamenti deresponsabilizzanti della classe dirigente. Penso alle condanne europee inascoltate, fino all’ultimatum della CEDU (Corte Europea Diritti Umani). Perché le 22 ore in cella e gli spazi ristretti mica cadono dal cielo…
Colombo ha presentato l’esempio della Norvegia dove anche i criminali più pericolosi possono stare in spazi aperti, al verde, senza sbarre alle finestre e con vari comfort a disposizione
Quanto alla Norvegia, ok. Ho però il sospetto che nella maggior parte dei Paesi europei si getta la chiave e amen.
Cioè?
La situazione italiana non è peggiore di tante altre. Il parametro non può essere un Paese nordico poco popolato con un welfare incommensurabile. Nessun Paese fa a meno del carcere e il tasso di affollamento italiano (questo lo so per certo) è uguale o minore di quello di tanti altri Paesi di pari civiltà, dimensioni e condizioni.
Però, se non ho capito male, secondo il relatore il carcere non serve. Ha fornito anche dei dati statistici: i 2/3 dei detenuti tornano a delinquere dopo aver scontato la pena. Ma ha anche illustrato le misure alternative: gli arresti domiciliari, la messa in prova, i servizi sociali, la giustizia ripartiva. In questi casi pare che la percentuale di chi torna a delinquere si abbassi al 20%
Veniamo alle statistiche sulla recidiva: posto che in tutti i casi possibili è bene ricorrere alle misure alternative, va detto che quelli che vi accedono sono coloro i quali o hanno già scontato una parte di pena o hanno mantenuto una buona condotta e non sono pericolosi socialmente. Questi spesso hanno un lavoro, hanno riferimenti familiari. Allora grazie che vi è una recidiva minore. In carcere fra l’altro si finisce per i reati più gravi o dopo più di un reato. La recidiva precede il carcere.
Insomma, da addetto ai lavori, le teorie di Colombo non ti hanno del tutto convinto
Mi è dispiaciuto che per motivi di tempo non ci sia stata possibilità di un dibattito. Avrei posto delle obiezioni e sono sicuro che data l’autorevolezza e la preparazione del personaggio le avrebbe ben confutate. Avrei aggiunto che conosco i danni causati dal carcere (ai miei collaboratori dico sempre cerchiamo di fare uscire le persone non peggiori di come sono entrate). So che il carcere è una istituzione storica, lo dico sempre agli studenti che incontro, non è esistito sempre e forse, speriamo un giorno venga meno la necessita di questa istituzione, però… Mi tormenta come cittadino il dubbio che mentre coltiviamo un discorso abolizionista, in parlamento si assiste ad inasprimenti di pena non sempre del tutto giustificabili, non si fa il possibile per fare in modo che le ventidue ore in cella diventino 12 e che le restanti siano utilmente trascorse, che si mettano in campo le risorse affinché il tempo in carcere non sia un tempo vuoto. Le direttive oggi ci sono, occorrono le risorse.
Un altro dubbio, stavolta come operatore, mi sovviene dal fatto che sono stati varati dei tavoli di lavoro: gli Stati Generali sull’esecuzione penale. Colombo presiede uno di questi tavoli. Gli avrei chiesto se è a conoscenza del fatto che nel tavolo accanto si prefigura un carcere nel quale l’autorità amministrativa, quella che nel nostro sistema ha garantito comunque un equilibrio fra sicurezza e trattamento rieducativo viene marginalizzata, e cosa ne pensa. Infine gli avrei chiesto (sapendo che Colombo è arrivato a questa elaborazione dopo un travaglio, un lungo ripensamento) se pensa che senza il carcere “mani pulite” sarebbe esistita. Avrei formulato la domanda pensando a ciò che disse il massimo livello di autorevolezza, l’allora presidente Scalfaro alludendo a mani pulite che “certe inchieste si avvalgono del tintinnar di manette…” e pensando a quelle immagini per me orribili delle persone accalcate davanti al palazzo di giustizia di Milano in attesa del prossimo avviso di garanzia che allora era condanna e gogna mediatica non migliore del carcere.
Ma allora, Direttore, il Perdono come atto di Giustizia è ancora una chimera, la nostra società non è ancora matura per praticarlo?
Il perdono responsabile, così’ come illustrato nel bel libro di Colombo, richiede due contraenti solidi: una collettività recettiva coesa e disposta all’accoglienza ed un individuo, quello che ha commesso il reato, disposto a girare pagina e ad avviare un’opera di riparazione. Condizioni ideali che non sempre non da tutti e non dovunque é facile o possibile realizzare. Almeno per adesso.

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