Mortificata la figura dell’etnoantropologo, scrittore, poeta, ricercatore della Rai che ha creato con la casa museo una scatola magica, un luogo in cui poter far rivivere e conoscere ciò (e chi) non si è mai conosciuto
Chi era Antonino Uccello?Con questa domanda ha preso il via un servizio ad opera di Antonio Condorelli, emittente televisiva La7, per il programma L’aria che tira, condotto dalla giornalista Myrta Merlino.
Purtroppo, due dei tre intervistati (età media 27 anni) si sono trovati “impreparati” alla “tremenda” domanda. La terza “partecipante al quiz da un milione di dollari” ha dato una risposta, chiara, decisa, anche in virtù del suo ruolo; tuttavia “la risposta era corretta, ma non del tutto completa”, infatti, ha detto che era un maestro elementare che raccoglieva oggetti in disuso dalle campagne e poi le ha custodite in una casa.
E quindi: chi era Antonino Uccello – questo sconosciuto che ha una casa a lui intitolata in via Machiavelli?
Dunque, Antonino Uccello era sì un maestro di scuola elementare, ma era anche un laureato in lettere moderne; era un musicologo, un poeta, uno scrittore, un militante politico e consigliere comunale per il PCI, fino alla sua morte nel 1979; un ricercatore per conto della RAI, che gli aveva commissionato la raccolta dei canti popolari e contadini; ma, soprattutto, era un etno-antropologo. Una figura di riferimento per tanti studiosi moderni, che giungono impazienti di visitare il luogo a cui egli dedicò gran parte della sua vita e di cui, ne sono certa, era fiero. Del resto il filologo e critico letterario Silvano Nigro definì la sua Casa come “la più grande opera poetica composta da Antonino Uccello”.
Nella realizzazione di questa casa-museo coinvolse amici e collaboratori che, ancora oggi, lo ricordano nel modo di fare, di pensare, di parlare. Lo raccontano come un uomo di grande cultura. E, del resto, altro non poteva essere.
Negli anni ’50, con l’apertura del petrolchimico a Priolo e l’avvento della meccanizzazione, capì immediatamente che stava per attuarsi un cambiamento etnologico e culturale netto, che avrebbe cambiato irrimediabilmente il mondo, soprattutto quello contadino.
Inizia allora la sua “missione” etnologica. Raccoglie tutti quelli oggetti che progressivamente andavano perdendo funzione nel campo agricolo e ne creò una mostra. Inizialmente itinerante, poi, riuscendo ad acquisire un immobile – preso a buon mercato, perché ritenuto infestato dai fantasmi – la rese stabile.
Io avevo circa 8 anni quando, con la scuola, andai per la prima volta in questo Museo. Niente di eccitante per una bambina il cui padre è agricoltore, era tutto già visto e “familiare”. Reazioni diverse avevano quei bambini coi genitori impiegati, dottori, insegnanti. Tornando a casa, raccontando l’esperienza a mia mamma mi chiese: «Li hai visti gli attrezzi del nonno?». In quel momento non capii. Ella mi spiegò che gran parte degli oggetti in legno presenti – aratri, utensili per la ricotta ecc – erano stati realizzati da mio nonno per il “professore Uccello”, poiché erano grandi amici e glieli aveva chiesti. In quel momento il mio atteggiamento verso la Casa Museo è cambiato. Ho capito cos’era quel posto. Era una scatola magica; un luogo in cui poter far rivivere e conoscere ciò (e chi) non avevo mai conosciuto.
Questa è, come per tutti i musei, la grande importanza di quel luogo.
Personalità del mondo artistico e letterario hanno conosciuto la bellezza di questo luogo: Sciascia, Guttuso, il regista e sceneggiatore Vittorio De Seta ha voluto realizzare un documentario “Dedicato ad Antonino Uccello”.
La trasmissione, invece, lo ha presentato come uno di quei posti – tipici del meridione – identificabili quali contenitori di stipendi. Vi lavorano, infatti, 16 dipendenti, non ci va nessun turista e si tengono le luci spente. Hanno montato un servizio ad hoc, mortificando la dignità di un luogo di cultura, uno dei tre musei regionali di un paese – il cui nome non è neanche stato saputo pronunciare correttamente dalla signora Merlino – con due siti di interesse UNESCO e una storia che inizia oltre 2 mila anni fa; presentando le stanze quasi si trattasse di un servizio di vendita immobiliare: qui il frantoio, lastanza da letto, la cucina…
Lo hanno fatto senza tener conto di norme regionali “umilianti” nel campo della gestione dei beni culturali cosiddetti “minori”, le quali impongono, ad esempio, ristrettezze per le aperture nei giorni festivi.
Per poi giungere al non plus ultra del “toccante” consiglio del signor Fabrizio Rondolino – giornalista de L’Unità – che ha proposto di “vendere, quali oggetti vintage, i campanacci appesi in una delle stanze!”
Non nego l’amarezza, il disprezzo e la rabbia che ho provato nel vedere quel servizio. Rabbia per il modo in cui si mostra un luogo di cultura, presentandolo come privo di interesse – sottolineando la mancanza di turisti (probabilmente perché Palazzolo non ha la stessa visibilità e lo stesso bacino di affluenza di Siracusa, in cui, magari, di martedì mattino trovi anche i turisti che passeggiano) – e amarezza per i miei concittadini che non sanno chi era Antonino Uccello.
Sono però certa che c’è stata altra gente che ha risposto in modo dettagliato alla domanda, ma non era il caso di farlo vedere in tv, perché il messaggio che si voleva mandare era un altro.
D’altronde siamo sempre più vittime dell’utilizzo scorretto dei mezzi di comunicazione. E questo era un argomento molto caro a un altro illustre palazzolese: il giornalista Pippo Fava, il quale diceva «in questa società comanda soprattutto chi ha la possibilità di convincere. Convincere a fare le cose: acquistare un’auto invece di un’altra, un vestito, un cibo, un profumo, fumare o non fumare, votare per un partito, comperare e leggere quei libri. Comanda soprattutto chi ha la capacità di convincere le persone ad avere quei tali pensieri sul mondo e quelle tali idee sulla vita. In questa società il padrone è colui il quale ha nelle mani i mass media, chi possiede o può utilizzare gli strumenti dell’informazione, la televisione, i giornali, la radio poiché tu racconti una cosa e cinquantamila, cinquecentomila o cinque milioni di persone ti ascoltano, e alla fine tu avrai cominciato a modificare i pensieri di costoro, e così modificando i pensieri della gente, giorno dopo giorno, mese dopo mese, tu vai creando la pubblica opinione la quale rimugina, si commuove, s’incazza, si ribella, modifica se stessa e fatalmente modifica la società entro la quale vive. Nel meglio o nel peggio».
La soluzione a questo? La conoscenza, l’istruzione, l’educazione. È questa l’arma vincente contro l’omologazione, il riscatto da una società che ci vuole tutti giovani e belli, ma vuoti e privi di contenuti ed idee.

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