Intervista ad Antonio Gelardi, direttore del penitenziario di Augusta Difficoltà, ostacoli, problemi che si stemperano nelle parole di un uomo che cerca l’umanità al di là delle apparenze
Lo abbiamo conosciuto meglio attraverso le sue “corrispondenze dal carcere” pubblicate da La Civetta. Ci ha raccontato delle numerose e belle iniziative svolte dai detenuti, in istituto e anche fuori. Lo si vede spesso nelle manifestazioni pubbliche e a chi non lo conosce viene difficile immaginare la sua professione e soprattutto la passione e l’impegno che ci mette.
Direttore, stavolta niente attività dei detenuti, niente iniziative da riportare. Raccontami di te, come e perché sei diventato Direttore del Carcere?
Per comprendere meglio questa scelta occorre tornare alla seconda metà degli anni settanta. La riforma carceraria era stata una delle riforme sociali che si proponevano di attuare la costituzione. Lavorare in carcere appariva un lavoro sociale, una funzione in cui cimentarsi per noi che volevamo “cambiare le cose”. Così con Rita e Letizia, le due amiche di sempre, quando vedemmo sulla Gazzetta Ufficiale il concorso per vice direttore di istituto penitenziario ci tuffammo sui libri. Il Ministro allora era Mino Martinazzoli (sinistra DC), il direttore generale l’allora notissimo Nicolò Amato che parlava del “carcere della speranza”. Da lì a poco il parlamento avrebbe votato la legge Gozzini che introdusse i permessi premio ed ampliò i principi contenuti nella riforma penitenziaria. Devo comunque aggiungere, che come tutti i giovani neo laureati, cercavamo di trovare lavoro puntando su più obiettivi. Avevamo sottomano anche il concorso per direttore di aeroporto (noi sempre per fare i direttori ci “ buttiamo “, dicevamo fra noi scherzando…)
Cosa ti gratifica di più nel tuo lavoro?
Tuttora è un lavoro che mi impegna la mente dalla mattina alla sera. Appena tornato a casa mi metto accanto il block notes e prendo appunti. Le mie vittime sono i miei collaboratori (anzi collaboratrici, molte) che appena tiro fuori la mattina il taccuino già sanno che arriveranno incombenze, incarichi, lavori. È un lavoro che porta sempre ad avere relazioni interpersonali. Ci si deve occupare di tutto un po’: sanità, edilizia, sicurezza sul lavoro, alimentazione, istruzione. Nelle giornate buone si ha la sensazione di intendersi un po’ di tutto, in quelle negative di fare tutto in modo approssimativo e dilettantesco. A volte capita di doversi occupare per ore di infiltrazioni d’acqua, della caldaia rotta, del carburante che manca (perché non riusciamo a pagare le fatture), della pulizia della mensa, dei servizi igienici. Sono le attività che io chiamo di “alta dirigenza”. Molto più spesso si discute di persone, individui, ci chiediamo, quando avviamo una nuova attività o una nuova sperimentazione, come si comporteranno, come agiranno. E giù dubbi. E per uno che ha la velleità di essere un illuminista volteriano, coltivare il dubbio è il sale della vita.
Nel tuo lavoro ti avvali di altre figure professionali, li ritieni sufficientemente preparati?
I miei collaboratori sono persone preparate. Credo di essere molto fortunato ad avere uno staff di persone con le quali condividere le idee e gli intenti. Naturalmente avendo alle spalle una lunga carriera ho incontrato persone di tutti i tipi. Penso però che i dipendenti pubblici siano molto migliori di come certa pubblicità (per fortuna oggi meno di ieri) li dipinge. Nella mia esperienza se le persone vengono motivate e gli si dà loro attenzione, danno tanto. Naturalmente il nostro è un lavoro sociale e le delusioni gli errori fanno parte del percorso. Occorre saper resistere. E anche chi fa amministrazione o contabilità si trova oggi di fronte ad innovazioni normative continue, al contrario di periodi precedenti in cui le normative restavano immutate anche per decenni. La polizia penitenziaria in questo ha una collocazione particolare, stare 24 ore su 24 a contatto col disagio provoca una forte esposizione al burn out. Spesso si parla di carenza di personale, io credo che il numero di operatori non sia il solo problema, a volte non è il principale. La maggior parte delle carceri è situata in vecchie strutture e molto spesso anche quelle più recenti non sono funzionali. In carceri più moderne o rese più adeguate, il personale potrebbe essere più ridotto. Le risorse potrebbero a quel punto essere impiegate per la formazione e l’aggiornamento continuo. E per dare retribuzioni migliori.
Come pubblicato sul nostro giornale, hai avuto modo di visitare le carceri all’estero (in Spagna). Come è messa la legislazione italiana in materia di reclusione rispetto alle altre in Europa? Siamo indietro o all’avanguardia?
La legislazione italiana ha in materia penale e penitenziaria un andamento a pendolo fra inasprimenti ed alleggerimenti del sistema sanzionatorio. È un argomento complesso, il sistema a volte soffre di una falsa coscienza, i governi a volte per rispondere alle spinte dell’opinione pubblica inaspriscono le pene. Che poi però non sempre vengono realmente scontate. Il sistema è ancora, almeno nominalmente, basato sul codice Rocco, che ha al suo centro la pena detentiva in carcere. Che poi magari viene convertita in misura alternativa. La scommessa della modernità dovrebbe essere quella di introdurre nel codice penale pene alternative comminate direttamente dal giudice del processo e dare alle misure privative della libertà non detentive una maggiore efficacia. Credo sia un merito di questo governo e di questo parlamento avere diminuito il sovraffollamento senza ricorrere ad una amnistia. In generale credo che il sistema sanzionatorio italiano sia nella media europea. Vi sono Paesi più avanzati, per es. quelli scandinavi, ed altri in cui si butta la chiave. Il nodo da affrontare oggi è quello dell’affettività.
Ci hai già raccontato del recente incontro a Roma col Ministro Orlando, di cui hai avuto una ottima impressione. Se fossi tu il Ministro di Grazia e Giustizia, quali provvedimenti urgenti adotteresti?
Da Ministro della Giustizia girerei le carceri e parlerei con tutti. Inizierei dalle cose più semplici, verificare come vivono le persone detenute e quelle che lavorano nelle carceri. Sono sicuro che un occhio esterno percepirebbe subito ciò che non va nel quotidiano.
Secondo la tua esperienza, il carcere serve? Aiuta a recuperare i soggetti?
Il carcere è uno stato di costrizione innaturale. Al momento può essere ancora considerato un male necessario. Può avere una sua utilità, consentendo di studiare, di apprendere un mestiere, a persone che prima non hanno avuto questa opportunità e magari non l’avranno in futuro. Alcune persone recepiscono, altre no. Alcune persone stupiscono positivamente, altre incoraggiate ad intraprendere un percorso di reinserimento hanno buttato via le opportunità offerte. Non è facile capire perché a volte ci sono strutture di personalità che a causa dell’ambiente in cui sono cresciute, del degrado sociale e familiare, non hanno i “recettori”. Non dico che siano irrecuperabili, dico che gli strumenti di cui disponiamo, non molti, non sono sufficienti.
Ti viene in mente un episodio da ricordare?
Più che citare episodi (ce ne sono di edificanti e di spiacevoli) preferisco soffermarmi su una immagine: stare in carcere per molti anni significa essere tagliati fuori dalla società e dai cambiamenti e questo pesa ancora di più in un’epoca veloce. Ma vuol dire anche dimenticare cose semplici e naturali. Mi viene in mente un episodio, l’immagine di uno dei detenuti del coro in occasione del primo spettacolo all’aperto: appena uscito fuori nel grande piazzale si ferma e sta a guardare smarrito lo spazio aperto davanti a sé e il cielo. Dopo anni. Dirà poi che gli girava la testa e che aveva le vertigini e che aveva sentito il bisogno di appoggiarsi al braccio di un compagno. Parliamo di una persona che tanti anni prima aveva commesso in modo spietato delitti efferati…
C’è una parola che il nostro Direttore non cita eppure io la sento risuonare in questa intervista come nei suoi resoconti che invia in redazione: la Bellezza. La sua continua ricerca e la sua esaltazione. La si percepisce quando descrive il suo lavoro, le sue esperienze, i rapporti con i collaboratori e con i detenuti. Passando la maggior parte del tempo tra le mura di un penitenziario, in un luogo che di per sé è l’antitesi della bellezza, che priva della libertà, delle relazioni, dello spazio e del tempo, Antonio Gelardi riesce a cogliere momenti e sprazzi di Bellezza, la ricerca, la fa apprezzare a chi vive rinchiuso e a chi osserva dall’esterno. E decenni di professione non hanno per niente scalfito il suo sguardo positivo e speranzoso, la sua ironia e la sua sensibilità che continuiamo ad apprezzare sui social quando commenta un film o un concerto, quando pubblica foto di cicogne e di aironi (che si diverte a riprendere durante il suo tragitto al lavoro) di gatti in groppa a biciclette e di scorci notturni di Ortigia.
Del carcere di Augusta sappiamo che i detenuti sono utilizzati in lavori socialmente utili (pulizia, giardinaggio); in attività ricreative e culturali (concerti, rappresentazioni teatrali); che tengono corsi di apnea in piscina; che abbelliscono le pareti dei corridoi con splendidi murales; che organizzano “cene galeotte” per l’autofinanziamento. Ma tutto questo al Direttore non basta. Il tempo da trascorrere reclusi è sempre troppo, inutile e triste. E sappiamo che lui, innamorato di Vita e di Bellezza, non può che lavorare per riempire quei vuoti, dove e come può.
Grazie Direttore, per la Bellezza che ci offri.

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