Direttori delle carceri a Roma per migliorare la detenzione

Insediati dal ministro Orlando 18 tavoli tematici su donne e carcere; stranieri ed esecuzione penale; gli spazi della pena… L’auspicio è che nel prosieguo vi sia un pieno coinvolgimento di chi, dirigendo gli istituti, rappresenta la realtà delle cose e può dare i giusti suggerimenti

 

Ricorrono in questi giorni i 40 anni della riforma dell’ordinamento penitenziario. La riforma è parte integrante di un complessivo processo innovativo che in quell’epoca vide venire alla luce la riforma del diritto di famiglia, la legge sul divorzio, la riforma sanitaria, nonché del processo di attuazione della Costituzione (in questo caso dell’articolo 27) che recita: Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”

Prima della riforma vigeva, appena temperato da circolari, il regolamento del 1931 che prevedeva obbligo del silenzio, misure disciplinari quali pane e pancaccio, isolamento dalla società esterna, lavoro afflittivo e poco remunerato. Le uniche persone con le quali il detenuto poteva venire in contatto erano gli agenti di custodia, corpo militare, il direttore, il cappellano, il maestro.

Con la riforma del ’75 (e poi con la legge Gozzini ed altre successive innovazioni) vengono recepiti i principi costituzionali, introdotti sconti di pena nel corso della detenzione, previsti permessi di uscita, misure alternative che danno flessibilità al percorso sanzionatorio che, a determinate condizioni, può proseguire, scontato un certo numero di anni, nel territorio con misure limitative della libertà non carcerarie. Inoltre, fanno ingresso nuovi operatori: gli educatori, vi è una apertura alla società esterna con la possibilità per volontari ed associazioni di frequentare il carcere.

Il cammino dell’attuazione della riforma non è stato affatto rettilineo. Il terrorismo, la criminalità mafiosa, la mancanza di risorse e di personale ne hanno condizionato fortemente l’efficacia. Però i principi posti a base della riforma non sono mai stati posti in discussione e rappresentano dei capisaldi della nostra civiltà giuridica.

E a proposito della sua piena attuazione, il Ministro della Giustizia ha promosso nei mesi scorsi gli stati generali dell’esecuzione penale che comprendono 18 tavoli tematici, quali: donne e carcere; stranieri ed esecuzione penale; gli spazi della pena; responsabilizzazione dei detenuti; giustizia ripartiva; salute e disagio psichico; operatori penitenziari e formazione (l’elenco completo si può leggere nel sito del  Ministero della Giustizia https://www.giustizia.it/giustizia/ ).

Il 9 settembre scorso, il Ministro ha incontrato a Roma tutti i direttori delle carceri italiane per avere il polso della situazione e per ricevere idee e proposte. Nel suo discorso egli ci ha ricordato che l’Italia è sotto esame della parte della Corte Europea e che prossimamente dovrà illustrare lo stato delle carceri in ordine a sovraffollamento, qualità della detenzione, garanzia dei diritti individuali. Ha inoltre aggiunto che, arginato, grazie ad una serie di interventi legislativi, lo stato di sovraffollamento, l’obiettivo che ci si prefigge è quello di migliorare gli standard detentivi e di perseguire gli obiettivi delineati dalla Costituzione e dalla legge di riforma: umanità e risocializzazione. Non si tratta di una cosa scontata, come sembrerebbe, perché per esperienza del sottoscritto e di tanti colleghi, l’attenzione sulle carceri si accende solo quando lo stato di sovraffollamento raggiunge il culmine causando l’esplosione di problemi di degrado, suicidi, autolesionismi, episodi di violenza. Poi, tamponato il problema, ritorna l’oblio.

Il ministro della Giustizia Orlando è, secondo l’opinione di chi scrive, una delle persone migliori di questo esecutivo: preparato, attento, misurato, politico nella migliore accezione del termine. E così è apparso, a molti di noi, nel recente incontro. Il compito che lo attende, in campo penitenziario come negli altri settori del pianeta giustizia, è dei più gravosi. Per quanto riguarda il carcere occorre ridurre il divario fra la normativa (avanzatissima) e lo stato delle cose. Per questo motivo, nel corso dell’incontro ci si è lamentati del fatto che i tavoli degli stati generali vedevano la presenza di illustri personalità, ma non quella dei direttori, con il rischio che le elaborazioni dei tavoli si risolvano in un libro dei sogni. L’auspicio è che nel prosieguo vi sia un pieno coinvolgimento di chi, dirigendo gli istituti, rappresenta la realtà delle cose e può dare i giusti suggerimenti perché vi siano reali ed effettivi passi in avanti. Nell’interesse di tutti.

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