La violinista: “Fu in occasione di una gara di lettura in terza elementare, davanti ad un cronometro posto sulla cattedra dalla maestra per calcolare il tempo impiegato da ogni studente nel leggere le righe di un testo, che presi coscienza delle mie difficoltà”
“Puoi dirmi qualcos’altro sul somaro che ero?”, domanda Daniel al fratello Bernard, scavando nel proprio passato alla ricerca del perché le parole, nell’istante in cui avrebbero dovuto richiamare alla memoria un oggetto di conoscenza, perdevano la loro consistenza entrando a far parte dell’immaginifico mondo del non senso. Lezione sul Massiccio del Giura: “E ripetevo quella parola, instancabilmente… Giura, giura, giù, ra, ragiù, giuragiuragiu, finché non diventava una massa sonora indefinita, senza più la minima reliquia di significato”.
Dal momento che Daniel è il personaggio di un romanzo di Pennac, il fantasioso creatore del popolare Malaussène, di professione capro espiatorio, il sospetto immediato è quello che lo scrittore, con la sua verve ironica e corrosiva, abbia dato vita al prototipo della categoria scolastica dei “somari” per raccontarcene vicissitudini e peripezie nel Regno dell’impossibile in cui si è ormai trasformata la scuola. E invece il singolare Pennacchioni, protagonista di Diario di scuola, è Daniel Pennac in persona,“refrattario alla matematica, profondamente disortografico, poco incline alla memorizzazione delle date e alla localizzazione dei luoghi geografici, inadatto all’apprendimento delle lingue straniere”.
Uno studente che la Scuola di un tempo catalogava tra gli alunni senza speranza, condannati all’analfabetismo dei primordi dell’umanità, e che la Scuola di oggi definisce con l’acronimo DSA.
A chi sfugge l’anello di congiunzione fra le due fasi storiche dell’istituzione scolastica richiamiamo alla memoria la legge dell’8 ottobre 2010, n.170, che definisce, con valore legislativo, la dislessia (disturbo di lettura), la disortografia e la disgrafia (disturbi della scrittura), la Discalculia (disturbo del calcolo) come disturbi specifici dell’apprendimento.
Da quella fatidica data un proliferare di circolari ministeriali, corsi di formazione del personale docente e dirigenziale, bandi di concorso destinati alle scuole capaci di sperimentare forme didattiche e modalità di valutazione finalizzate a promuovere il successo formativo degli alunni svantaggiati.
Va riconosciuto il singolare impegno delle case editrici i cui cataloghi si arricchiscono smisuratamente di pubblicazioni sull’argomento: un’esplosione editoriale di studi condotti da accademici ed esperti del settore (che della scuola hanno spesso una conoscenza teorica e, raramente, un’esperienza diretta), dispensatori di strategie didattiche che, come una panacea, guariranno gli insegnanti dalla loro incapacità educativa e pedagogica.
E l’alunno DSA dallo stato di emarginazione sociale è passato a quello di oggetto di attenzione mediatica senza precedenti. Con il rischio di subire, attraverso un effetto boomerang, ancora una stigmatizzazione.
Dal momento che, secondo i dati forniti dal MIUR, il numero di alunni affetti da disturbi specifici dell’apprendimento continua a crescere a ritmi esponenziali, ci chiediamo in che modo, prima del riconoscimento ufficiale, gli studenti come Pennac siano riusciti a sopravvivere alle prestazioni scolastiche. Studenti che, attraverso tortuosi e faticosissimi percorsi, hanno spianato la strada ai loro compagni più fortunati. Perché la storia dei diritti umani (senza esclusioni di ambiti di azione) è sempre costellata di pionieri e di “martiri”.
“Fu in occasione di una gara di lettura in terza elementare, davanti ad un cronometro posto sulla cattedra dalla maestra per calcolare il tempo impiegato da ogni studente nel leggere le righe di un testo, che presi coscienza delle mie difficoltà. Le parole divennero per me quelle di una lingua sconosciuta”. A testimoniare il suo rapporto con la dislessia è Cristina Fanara, talentuosa violinista siracusana e Direttrice del Dipartimento Pedagogia e Arte del Centro Formazione Studi e Ricerche Neuropedagogiche ad Orientamento Gestaltico Chirone.
Con un diploma di quinto anno conseguito al Conservatorio Bellini di Catania, una Laurea Magistrale a pieni voti in Scienze Pedagogiche, un Master biennale in Pedagogia Clinica, Cristina è una di quelle alunne che ha dovuto affrontare da sola la sfida contro l’ilarità di alcune maestre, pronte ad enfatizzare le sue difficoltà davanti ai compagni, i complessi compiti di lettoscrittura nella prima fase del suo iter scolastico, lo stereotipo dell’allieva svogliata e pigra. Sfida che è riuscita a vincere mettendo in atto strategie di apprendimento di cui ha fatto esperienza personale sul campo, tra errori e successi, delusioni e desiderio di riscatto.
Classe 1983, quando la legge riconosce ufficialmente il suo disturbo di apprendimento, Cristina ha già concluso da un pezzo la sua storia scolastica, senza poter beneficiare delle misure dispensative e degli strumenti compensativi assicurati oggi ad un alunno DSA dal PDP (piano didattico personalizzato), con il solo sostegno della famiglia che, ignara delle cause dei suoi problemi, l’ha incoraggia a seguire il suo “percorso scolastico divergente”.
A otto anni l’incontro con quella che sarà nel tempo la sua passione più grande: “Mia madre mi accompagnò dalla Maestra Fiore, che mi invitò ad ascoltare la lezione in corso in quel momento. Fu così che mi innamorai del violino, strumento difficile il cui studio ha accresciuto il mio senso di autostima”.
Non la spaventa il rapporto con il tempo musicale, le chiediamo? Sorride con comprensiva benevolenza nei confronti di chi è estraneo al sacro fuoco di questa passione: “Quello della musica è un tempo relativo e mi concede la libertà di leggere uno spartito seguendo la mia percezione temporale”.
Pioniera sì ma non martire, Cristina Fanara si ribella alle etichette: “Ho imparato a convivere con la dislessia, che non è più per me causa di imbarazzo, perché ho consapevolezza dei miei limiti e soprattutto dei miei punti di forza. Essere dislessico significa avere un pensiero divergente nella risoluzione dei problemi. E tale pensiero stimola la creatività”. Quella creatività a cui, come pedagogista ed insegnante di musica, Cristina ricorre per aiutare i bambini nel loro apprendimento, attraverso strategie didattiche ludiche da lei stessa ideate (il gioco delle musicarte).
In un recente convegno sui disturbi specifici dell’apprendimento organizzato dall’Oasi Maria SS.ONLUS di Troina, l’attesissimo intervento di Giacomo Stella, il “guru dei DSA”, si è esaurito in pochi minuti con un esplicito attacco ai docenti. Conseguente ovazione fragorosa dei destinatari della critica, quegli stessi insegnanti ormai avvezzi al ruolo del Malaussène di Pennac, capro espiatorio di ogni fallimento scolastico.
Eppure a quell’educatore che ricorre ad un cronometro per valutare la prestazione di un alunno fanno da contraltare tutti quegli insegnanti che, nonostante i perentori attacchi della società, continuano a credere in una paideia incentrata sull’essere umano come resistenza militante alla mentalità tecnologico-prassistica dei nostri tempi: “Nel mio percorso ho incontrato insegnanti che mi hanno fatto innamorare della poesia e della letteratura in generale – conferma la Fanara, che hanno creduto in me, e che sono stati indispensabili per la conquista dell’autostima”.
“Ogni studente suona il suo strumento, non c’è niente da fare”. Diamo ragione a Pennac. “La cosa difficile è conoscere bene i nostri musicisti e trovare l’armonia. Una buona classe non è un reggimento che marcia al passo, è un’orchestra che prova la stessa sinfonia. E se hai ereditato il piccolo triangolo che sa fare solo tin tin, è importante che diventi un ottimo triangolo e che sia fiero della qualità che il suo contributo conferisce all’insieme. Il problema è che vogliono farci credere che nel mondo contino solo i primi violini.”
A meno che, come è successo a Cristina Fanara, il piccolo triangolo si trasformi in primo violino, veleggiando nella vita senza rinunciare alla fatica di crescere, attraverso la quale ognuno cerca e, forse, trova se stesso, perché, come afferma Massimo Recalcati ne L’ora di lezione “la stortura della vita esige l’eccezione, lo scarto, la divergenza, l’eresia.” Non è forse l’eresia a essere sempre in causa in ogni processo di soggettivazione?
Rinunciare a questa eresia equivale a perpetuare il disastro educativo del nostro tempo.

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