Don Ciotti (Libera): “Ci hanno rubato le parole antimafia e legalità”

Don Ciotti: «Io non vorrei dimenticare il 1996 [l’anno del varo della legge 109, che definì la strategia della confisca dei beni dei mafiosi. Ndr], come non vorrei dimenticare Pio La Torre, che di tale legge fu padre ed ispiratore. Fu lui ad avere l’intuizione di quella strategia, a capire che bisognava sottrarre ai mafiosi i beni accumulati, privandoli dei frutti della loro attività criminale. Ma non possiamo dimenticare che quella legge… non l’avevano fatta funzionare. È stato (ed è ancora) necessario un intervento dal basso, perché quella legge funzioni, sia applicata, produca effetti.

“L’uso sociale dei beni confiscati è frutto di un’ aggiunta proveniente dal basso. È una storia che ha visto cittadini responsabili esercitare pressioni in tal senso. C’è stata e c’è una assunzione di responsabilità condivisa, partecipata…  Non possiamo lasciare che solo la magistratura faccia la sua parte; c’è una quota di responsabilità, che appartiene a ciascuno di noi. Siamo piccoli e fragili; è vero. Ma se uniamo le nostre forze è possibile avere un peso. La legge sull’uso sociale è stata costruita dal basso. Sono quasi vent’anni, che si opera in questo senso, per rendere sempre più efficace la legge. Ma ora, da due anni, questo percorso è bloccato: mancano i necessari miglioramenti legislativi. Si fa fatica a far funzionare la legge, nonostante il grande e generoso impegno della magistratura e delle forze di polizia tutte. Ma questo non vuol essere un giudizio… Già sotto il governo Letta si è fatta una commissione che ha colto le criticità… L’esperienza ha messo in evidenza che qualcosa di più è necessario. Per essere più efficaci. Per accorciare i tempi. Per avere gli strumenti. Il governo Letta con una spallata è stato buttato fuori e quel pacchetto [di proposte migliorative] è stato passato al governo attuale. Ma i tempi sono lunghi: ci sono quelli che vogliono spostare le virgole e cambiare alcune parole… Sono passati due anni e siamo ancora qui.  La vostra presenza, ragazzi, è un segno di grande incoraggiamento…

“Noi! Noi dobbiamo essere questo cambiamento: ciascuno col proprio ruolo. Noi dobbiamo fare emergere le cose belle e positive, che ci sono, ma anche il coraggio della verità. Per migliorare. Ecco, questa giornata di festa, ci ricorda che la legge del 96 migliora per spinte dal basso: da beni esclusivi in mano ai mafiosi a beni della collettività. Quella legge del 96 è migliorabile. Se vogliamo continuità, servono modifiche e strumenti… Che sono già indicati. Uno studio molto serio ha messo in evidenza che, se passassero le modifiche e gli strumenti già individuati, arriverebbero in fretta oltre 55 mila beni. C’è qualcuno che non lo vuole? C’è qualcuno che ha altri interessi?

“Una parola dovrebbe essere scritta nella Costituzione… ma non l’hanno scritta: la verità. La si dava per scontata; la si dava per implicita la verità. Non c’è una strage in Italia sulla quale si conosca sino in fondo la verità. Il 75 % dei familiari delle vittime innocenti delle stragi di mafia non conoscono ancora la verità. Non parliamo più di società civile, perché dire società civile è come dire acqua bagnata. Noi vogliamo una società responsabile. Tutti dicono di essere civili. Ma il cambiamento ha bisogno della nostra responsabilità. Responsabilità!

Questa fattoria è bellissima, ma facciamo in modo che non diventi una cattedrale nel deserto. Ho visto in questi anni altre cattedrali nel deserto. Alcune opere che sono state fatte sono lì… Sono vuote. Non sono gestite… E loro ridono. Per loro (cioè per i mafiosi) è un altro modo di vincere. Certo, bisogna che la politica faccia la sua parte… [Rivolgendosi a Peppino Lupo] Grazie del tuo impegno. Noi… ti correremo dietro tutti i giorni. [Per ricordartelo]. Ho sentito il sindaco, che ha ringraziato mezzo mondo… Io non ringrazio nessuno: abbiamo fatto tutti il nostro dovere. Abbiamo fatto solo il nostro dovere. È la corresponsabilità… è la condivisione ciò che dà senso alla nostra vita. Facciamo gli auguri al procuratore [per gli impegni ancora più gravosi che lo attendono a Roma]. Egli ci ha ricordato che il bene confiscato è un bene comune. E un bene comune ha bisogno di visibilità nel suo utilizzo.

“Facciamo fatica [a realizzare questa gestione trasparente] ma è necessario operare in modo che sia visibile il suo utilizzo, che sia una sberla… Una sberla fatta di concretezza, a partire dalla valorizzazione dei beni confiscati. Liberarsi dalle mafie vuol dire riscattare la bellezza. La bellezza di questo territorio è una meraviglia. Bisogna liberarlo e liberarsi da questa presenza criminale e mafiosa… ma anche di quelli che stanno a guardare, perché il problema della società non è solo chi fa il male, ma è quello di chi resta a guardare e lascia fare… è anche quello dell’indifferenza. Ci sono troppi cittadini ad intermittenza. Non dobbiamo essere cittadini ad intermittenza, ma cittadini responsabili. Bisogna muoversi di più, tutti… Quando succedono le tragedie, c’è troppa gente, che si commuove subito, ma poi non si muove… Qui bisogna muoversi di più, tutti. Noi dobbiamo fare in modo che questa dimensione [della collaborazione responsabile] cresca, che si rafforzi questa fiducia, questo credere che è possibile…  Rinforza l’immagine di uno Stato che vince».

Don Ciotti prosegue sulla scia di sollecitazioni della enciclica di Francesco: «Dio ha affidato all’uomo e alla donna (ad ogni uomo e ad ogni donna) il compito di custodire e coltivare la terra intesa come ambiente vitale. In tal senso (al di là di ogni proprietà privata su singoli appezzamenti) la salvaguardia dell’ambiente è un interesse comune. E i beni comuni vanno salvaguardati da parte di tutti e non possono essere privatizzati. [In seguito a queste parole ci è sembrato di cogliere una smorfia di disappunto sul volto del sindaco]. E invece oltre il 50% delle guerre degli ultimi anni sono fatte per la terra, per il sottosuolo, per l’acqua». Don Ciotti ha quindi evidenziato il rapporto etimologico tra humus (terra) ed umiltà, ricordandoci che la terra ci insegna l’umiltà; che dobbiamo essere umili, cioè consapevoli dei nostri limiti, ma anche della nostra forza collettiva se uniamo le nostre deboli forze individuali. In tal caso diventiamo una forza culturale ed etica.

La terra – aggiunge don Ciotti – è vita. La terra è madre ed è maestra. Dobbiamo sentirci responsabili di proteggerla da quanti la manipolano, la inquinano… Stesso discorso vale anche per l’acqua: quella dell’acqua è una storia che sembrava superata.  Abbiamo portato alla commissione antimafia dati che dimostrano come nei territori dove [gli speculatori] si sono impossessati dell’acqua essa è diventata fonte di controllo, di potere».

Il sacerdote si è quindi rivolto ai giovani: «Studiate. Ragazzi. Abbiamo bisogno di conoscere per diventare più responsabili. Si diventa responsabili con la conoscenza [che è una ricerca laboriosa e senza fine] e se trovate uno, che dice di sapere tutto, vi prego, non solo a nome mio anche a nome del procuratore Salvi, salutatecelo e… cambiate strada.

Mai come oggi siamo chiamati a conoscere e a riflettere. L’economia ha schiacciato l’ecologia. È l’economia che ha gestito e invece è l’ecologia che è il fondamento [delle scelte da fare].

Anche l’ecologia umana [va salvaguardata]. E noi adulti abbiamo bisogno di conoscere per essere più consapevoli. Sarebbe bene che si parlasse sempre meno di legalità e sempre più di responsabilità. E bisogna spiegare perché: ci siamo battuti per anni per la legalità e poi ci hanno rubato la parola. Qualcuno si è fatto anche le leggi per governare in nome della legalità, di una legalità… malleabile. Non c’è legalità senza eguaglianza…

Anche la parola antimafia ci hanno rubato. L’antimafia è una questione di coscienza, non è una carta di identità. Vogliamo tutelare e difendere sino in fondo queste parole, educandoci e rieducandoci a non perderne di vista il significato, a non lasciarlo distorcere…

Questa è la fattoria dell’educazione. Educare/educarci è la vera azione. L’unità di misura nei rapporti umani è l’educazione; ed è il più grande investimento di una comunità aperta al futuro, che trova nella famiglia e nella scuola i suoi veicoli principali ma non gli unici. Se posso fare un augurio a Lentini, formulo questo: l’augurio di non dimenticare che ogni contesto deve essere educativo. Lentini città educativa. Tutte le realtà devono entrare oggi in un progetto educativo. Non solo la famiglia, non solo la scuola… Tutte le realtà, trasversalmente, dobbiamo sentire questa tensione ad educarci e ad educare. Dalla polisportiva, all’associazione ambientalista, al gruppo degli anziani… La  legalità è la saldatura tra la responsabilità e la giustizia.

Agli inizi del 1900 un uomo di qui, Don Sturzo, intendeva la politica come servizio per il bene comune. Voi oggi trovate molti che cercano poltrone e inseguono successi. Sturzo predicava il servizio per il bene di tutti. Disse anche (e le sue parole suonano oggi come profezia) che la mafia ha i piedi in Sicilia, la testa forse a Roma, ma salirà, sempre più crudele e sempre più forte, verso il Nord,  sino a valicare le Alpi.

Vi prego di avere la lucidità di prendere coscienza, che la strada è in salita, come è stato ricordato, che le mafie sono parte del nostro mondo, vivono in mezzo a noi, comprano, acquistano.. Mafia è Roma capitale. E non c’è regione che non abbia il problema. Ma non dobbiamo soccombere o rassegnarci. Dobbiamo unire le nostre forze. Le mafie e la corruzione sono due facce della stessa medaglia. E la corruzione è dappertutto, anche dove bloccano le leggi, perché ci vogliono metter le virgole e modificare le parole… Ma bisogna avere la forza di procedere, di smascherare nuove ingiustizie, di perseguire nuove fattispecie di reati. Gli ecoreati sono una novità. E anche il reato di autoriciclaggio… anche se alla fine hanno aggiunto che non è da punire se realizzato per autogodimento. Non possiamo tacere. Non possiamo lasciare spazio ai criminali, ai furbi e ai corrotti. E allora queste leggi benedette [manipolate, manomesse] ci fanno soffrire, ma passi avanti se ne sono fatti… 

Dobbiamo avere la possibilità di capire, dobbiamo avere gli strumenti conoscitivi per capire. Dovete averli voi, giovani. Perché l’ecologia sociale è compito di tutti.

Ci vuole la continuità, la condivisione, la corresponsabilità, perché anche nel mondo sociale c’è tutto e il contrario di tutto. È la società nel suo insieme che deve fermarsi per riflettere e per fare uno scatto in più. La speranza, questa speranza di miglioramento, ha bisogno di ciascuno di voi».

Un lunghissimo applauso, quasi una sorta di amen coralmente scandito con le mani, ha testimoniato l’adesione di tutti i presenti alle parole di don Ciotti nonché la condivisione unanime (e, si spera, non effimera) della sua passione civica.

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