La mozione del civico consesso amplia i confini del contenzioso. Bene ha fatto il Comune a reagire all’esosa richiesta dei danni,che ha quasi dimezzato il preteso risarcimentodi 36 milioni. Ben più dei 200 mila per l’avvocato D’Alessandro, che hanno “indignato”Zappulla e Simona Princiotta
Finalmente. Finalmente l’amministrazione comunale ha dato un segnale, pubblico, di vita, di più adeguata capacità di reazione. Finalmente ha deciso di venire allo scoperto, con determinazione, sulla vicenda Open Land, uscendo dagli uffici, dalle stanze riservate, per segnalare alle massime autorità regionali e nazionali, giustamente attraverso il consiglio comunale – cioè il massimo organo rappresentativo della città, al quale, per statuto, è attribuito “il compito di rappresentare la comunità siracusana, di esprimerne la volontà, di promuoverne lo sviluppo e di curarne gli interessi” -, l’anomalia, anzi le tante gravissime anomalie che dal 2009, cioè da oltre un lustro, stringono come una morsa la città di Siracusa e la tengono sotto scacco.
E così: “ritenuto che una condanna al risarcimento dei danni per come quantificata nella relazione del ctu (il dottor Salvatore Pace, ndr), produrrebbe uno squilibrio finanziario del Comune di Siracusa con gravissimo e irreparabile nocumento per gli interessi e lo sviluppo della comunità siracusana – la somma di 20 milioni rappresenta il 20% dell’intero bilancio comprese le spese obbligatorie incomprimibili, ed è superiore alle c.d. spese comprimibili; ritenuto che il contenuto contraddittorio delle sentenze sopra richiamate, evidenzia una manifesta difficoltà di interpretazione dei procedimenti amministrativi oggetto dei giudizi tra il Comune di Siracusa e l’Open Land s.r.l.; ritenuto che risulta incomprensibile ipotizzare che una collettività possa subire pregiudizi gravissimi per il proprio sviluppo a fronte di una richiesta di rilascio di una concessione per la realizzazione di un intervento edilizio che non sarebbe stato “assentibile alla luce della pertinente normativa urbanistica” e che è stata comunque realizzato” eccecc, il Consiglio Comunale si rivolge ora, a sua volta, al Procuratore della Repubblica di Palermo affinché “con opportuni accertamenti venga valutato se, nel caso in esame, si individuino profili di illiceità penale” e ancora alle presidenze del Consiglio dei Ministri, del Ministro di Giustizia, del Senato della Repubblica, della Camera dei Deputati e dell’Autorità Nazionale Anticorruzione, affinché”ciascuna istituzione per i profili di competenza, verifichi se, quanto sopra esposto, necessita di un intervento normativo e/o ispettivo”.
Un atto che arriva all’indomani di un singolare comunicato sulla vicenda, a firma di Pippo Zappulla e Simona Princiotta, solo il più recente di una serie dello stesso tenore, in cui sul banco degli accusati viene posto (un contrappasso?) il consulente del Comune, l’avvocato Nicolò D’Alessandro. Il deputato nazionale e il consigliere comunale, ricordando, come già in altre occasioni – una sorta di mantra -, il compenso del legale (200mila euro), si chiedono, con preoccupazione e inquietudine, se siano frutto di “decisioni arbitrarie”, non discusse con il sindaco e la giunta, le azioni legali intraprese dall’avvocato. E non solo: en passant, i due richiamano alla memoria dei cittadini ritenuti forse troppo distratti “le pesanti contestazioni penali“ in capo allo stesso avvocato e all’ingegnere Fortunato, proprio quelle contestazioni che noi, in altro articolo, abbiamo considerato un pericoloso esiziale slittamento sul versante penale di vicissitudini amministrative del tutto congenite all’amministrazione della cosa pubblica, quel ricorso ‘facile’ alla denuncia che ha costellato sin da subito questa vicenda, colpendo chi si sia malauguratamente trovato coinvolto nei fatti, diciamo dalla parte sbagliata (anche l’avvocato Ettore Di Giovanni che purtroppo non ha avuto il tempo di mostrare la sua assoluta terzietà dal tutto, o, paradossalmente, alcuni dipendenti comunali nell’esercizio delle funzioni: il controllo della regolarità delle prescrizioni urbanistiche).
Insomma, secondo Zappulla e Princiotta, nonostante, come si legge nella mozione del Comune, si stia ragionando su una documentazione ” che desta molte perplessità in ordine alla genuinità delle operazioni economiche sottostanti”, piuttosto che continuare a presentare ricorsi su ricorsi, sarebbe meglio accettare passivamente quanto voluto dalla contro parte, 20 milioni di euro (dagli originari 38 lo ricordiamo, e a fronte di un investimento di circa 11 milioni complessiviper un ritardo di otto mesi nel rilascio della concessione!); meglio dunque non gravare di ulteriori costi la cittadinanza, hanno scritto con quello che a noi appare involontario humor.
Si direbbe che non si colga la differenza tra una perizia, contestata, e una sentenza definitiva.
Per noi, errori di valutazione, dovuti forse a una mancata lettura di atti e documenti, in particolare, si direbbe, proprio di quelli dei consulenti del Comune e di Legambiente, nonché all’assenza di un po’ di memoria storica.
E’ allora forse utile ricordare che la richiesta di sospensione del processo è motivata semplicemente dal fatto che il Comune ha presentato alcuni ricorsi sia contro la sentenza con cui il CGA ha riconosciuto come legittima la richiesta di risarcimento danni, insussistenti secondo l’amministrazione, sia per la sostituzione del ctu che avrebbe agito in assenza di contraddittorio tra le parti (nostri articoli precedenti). E’ del tutto evidente che un pronunciamento favorevole al Comune da parte della Corte di Cassazione metterebbe la parola fine all’annosa vicenda né, d’altra parte, sulla sostituzione del ctu il CGA si è già espresso.
Cosa avrebbe di arbitrario o di immotivato la scelta di tali azioni difensive? Legittime, come legittime appaiono le motivazioni di controparte. U per la quale si può solo auspicare che non si travalichino i confini del diritto amministrativo, perché, almeno a nostro giudizio, questo è il versante delle anomalie.
L’onorevole Zappulla e il consigliere Princiotta sembrano sottovalutare il fatto che una, questa sì ingiustificata e colposa, inerzia dell’amministrazione nella difesa del bene collettivo, avrebbe già determinato il risarcimento del danno, non di 20, ma di 36-38 milioni, già per ora una differenza di quasi 32-35 mld di vecchie lire di fronte alla quale il compenso dell’avvocato D’Alessandro appare di infima entità.
Nella mozione del Consiglio Comunale vengono poi indicate tre “ragioni di diritto” che eviterebbero al Comune di subire passivamente la condanna. In primo luogo “principi giurisprudenziali che escludono, in casi come questi, una situazione soggettiva di colpa della pubblica amministrazione tale da generare un obbligo di risarcimento del danno in favore del soggetto interessato”; in secondo luogo il fatto che “la risarcibilità di un danno derivante dalla violazione di interessi legittimi deve essere ancorata all’esito positivo del giudizio prognostico di spettanza del bene della vita finale e non ad una pretesa dichiarata illegittima dallo stesso CGA; e infine l’incongruenza di una condanna al risarcimento determinato dalla semplice circostanza formale “che in luogo del diniego di concessione avrebbe dovuto essere adottato un provvedimento formalmente denominato di “annullamento in autotutela” della concessione tacitamente assentita, non essendo richiesta, a dire dello stesso CGA, alcuna motivazione in ordine alla sussistenza dell’interesse pubblico concreto ed attuale”.
Queste le osservazioni del Comune suggerite dal legale e non sembra sia questione di lana caprina, tant’è che, a seguire, anche Legambiente sta valutando l’opportunità di inviare le stesse identiche considerazioni alla Procura Generale della Corte dei Conti stigmatizzando la superficialità con cui l’organo giurisdizionale amministrativo sta gestendo la consulenza.

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