carichi inquinanti
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Legambiente: “Non più altri carichi inquinanti su Priolo, Melilli, Augusta!”

Scelta “infelice” che non può essere giustificata se fondata su motivazioni di convenienza per un privato. Pur non essendo pericoloso, il polverino d’altoforno potrebbe non essere innocuo. E’ proprio questo il caso in cui andrebbe eseguita la VIS (valutazione di impatto sulla salute).

 

Per dirla con Ludovico Ariosto: “portar, come si dice, a Samo vasi, nottole ad Atene, e crocodili a Egitto”.

Sì, è vero, è stato sollevato un gran polverone sul polverino d’altoforno dell’ILVA di Taranto sbarcato nel porto di Augusta e smaltito nella discarica Cisma di contrada Bagali a Melilli. Il polverone, che ancora adesso non si è diradato, non riguarda però tanto la sua classificazione (speciale o speciale pericoloso, il dilemma non ci appassiona) quanto i veri motivi del trasferimento da Taranto ad Augusta di 100.000 tonnellate di questo rifiuto derivante dal trattamento fumi dell’altoforno. In commissione Ambiente all’ARS  abbiamo appreso dai rappresentanti della Cisma che la decisione è legata all’esaurimento delle discariche interne dell’ILVA, alla scelta di non utilizzare le altre discariche tarantine per evitare circa 500 tonnellate di emissioni di CO2 dal trasporto stradale e, soprattutto, per ragioni economiche essendo il Commissario dello Stato per l’ILVA molto attento a questo aspetto.

E’ quest’ultimo motivo quello che ci sembra più attendibile poiché le discariche di tipo IIB per rifiuti speciali non mancano nel tarantino e non ci risulta siano esaurite quelle interne dell’ILVA, la cui attività produttiva, dopo l’intervento della Magistratura, è da tempo grandemente ridotta. A questo proposito nel settembre 2013 il comitato di esperti (Giuseppe Genon, Lucia Bisceglia, Marco Lupo) che ha redatto il piano di tutela ambientale del complesso siderurgico, scrive: “Per quanto riguarda le attività di smaltimento rifiuti, nel tempo lo stabilimento ha implementato unproprio sistema di discariche. Attualmente sono presenti due discariche:Discarica ex 2^ categoria di tipo “B Speciale” in area Cava Mater Gratiae, avente unacapacità complessiva di 1.200.000 m3, suddivisa in 4 lotti da 300.000 m3 cadauno. Allostato attuale (AIA 2011) il primo ed il secondo lotto risultano esauriti mentre il terzo e ilquarto sono in esercizio; Discarica ex 2^ categoria di tipo “C” denominata “Nuove Vasche”, avente una capacità complessiva di 51.600 m3, suddivisa in tre vasche: V1 avente capacità di 7.600 m3, V2 avente capacità di 18.000 m3 e V3 avente capacità di 26.000 m3. Allo stato attuale (AIA 2011) risultano colmate le vasche V1 e V3 mentre è in esercizio la vasca V2.Si segnala che sono inoltre stati ultimati i lavori per la realizzazione del primo modulo di una nuovadiscarica ex 2^ categoria di tipo “C” in area Cava Mater Gratiae di capacità pari a 300.000 m3,suddivisa in due moduli da 150.000 m3 ed è stato presentato il SIA per una nuova discarica perrifiuti speciali non pericolosi da 2.900.000 m3, per il quale è stato formulato parere favorevole dicompatibilità ambientale da parte dell’ufficio VIA/VAS della Regione Puglia”.

Ma il ministro dell’Ambiente Galletti non sembra sia stato correttamente informato se durante il question time del 6 maggio contribuisce a sollevar polvere; e risponde così all’interrogazione di Sofia Amoddio ed altri: Relativamente al trasferimento dei materiali provenienti dall’Ilva in una discarica presso Augusta, sulla base delle informazioni che abbiamo acquisito per rispondere all’interrogazione dal commissario Ilva Corrado Carruba, i rifiuti in questione sono stati classificati e caratterizzati dal produttore come rifiuti non pericolosi, prodotti dal trattamento dei fiumi (sic). Ad oggi non risulta al mio Dicastero alcuna segnalazione in merito da parte delle competenti autorità di controllo locali, provincia e ARPA. Inoltre la discarica in cui i rifiuti sono stati sulla base della cartografia disponibile. Secondo le informazioni fornite dall’Ilva, il materiale – per l’esattezza 9.142 tonnellate – è stato inviato in Sicilia in via transitoria. È infatti previsto che i rifiuti saranno smaltiti presso il sito Ilva una volta attuato il piano di gestione dei rifiuti aziendali e l’avvio dei nuovi impianti autorizzati in discarica, così com’è stato previsto peraltro nel decreto Ilva del gennaio scorso”.

Il ministro, mentre da una parte con la sua risposta smentisce che il criterio di economicità sia stato davvero preso in considerazione dal Commissario dell’ILVA (altrimenti non si capisce dove starebbe il risparmio se lo stoccaggio a Melilli è transitorio ed i rifiuti fanno su e gìù da Taranto via nave), dall’altra pare non  sapere che con decreto del 2006 il SIN Priolo è stato “allargato” per includere proprio contrada Bagali dove si è preso atto esistevano già altre discariche da bonificare.

Legambiente, nel richiamare l’attenzione su questa vicenda, non ha definito il polverino d’altoforno né veleno, né rifiuto pericoloso. In Commissione Ambiente all’ARS abbiamo detto che è un rifiuto speciale, codice CER 10.02.08, costituito per la maggior parte da polveri di carbon coke, di minerali e di ossidi di ferro e, come tale, ai fini del trasporto e dello smaltimento, soggetto alla normativa in materia.

Anche perché la prudenza non è mai troppa e nella relazione sui siti contaminati in Italia, redatta ed approvata il 12 dicembre 2012 dalla Commissione Parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti, nel paragrafo dedicato al SIN Taranto, a proposito del polverino tra le altre cose si dice: “Come riportato nell’allegato tecnico, «Parere stabilimento Ilva diTaranto» da parte della commissione istruttoria Ippc, a corredo della «Autorizzazione integrata ambientale per l’esercizio dello stabilimento siderurgico della società Ilva Spa ubicato nel comune di Taranto», emessa dal ministero dell’ambiente con protocollo DVA DEC- 2011 – 0000450 del 4 agosto 2011, al capitolo 4.15 «Gestione rifiuti», nello stabilimento non sono prodotte polveri di tipo pericoloso provenienti dalla depurazione delle emissioni atmosferiche. Nella tabella n. 37 del suddetto capitolo, riportante il riepilogo quali-quantitativo delle tipologie di rifiuti pericolosi prodotti dallo stabilimento nel 2005 ed estrapolazione alla massima capacità produttiva, tra tutti i codici in elenco, identificativi dei rifiuti prodotti, infatti, mancano i codici riferiti alla categoria di rifiuto identificata con codice 10.02.07 – rifiuti prodotti da trattamento dei fumi contenenti sostanze pericolose.

“Secondo il gestore, le polveri derivanti dagli impianti per la produzione dell’agglomerato, gli unici dotati di elettrofiltri, producono un rifiuto identificabile con il codice CER 10.02.08 – rifiuti prodotti da trattamento dei fumi diversi da quelli di cui alla voce 10.02.07. Il produttore, quindi, ha classificato il rifiuto come «non pericoloso» e di conseguenza, la concentrazione di diossina, come di qualsiasi altro inquinante, non supera i limiti stabiliti dalla legge per classificare un rifiuto come pericoloso. Anche dai dati mud dell’Ilva, relativi agli anni 2001-2006, si evince che per tale periodo non sono state prodotte ceneri di tipo pericoloso con codice CER 10.02.07*, ma solo quelle non pericolose identificabili con il codice 10.02.08. Tuttavia al paragrafo «4.15.4 – Impianto di agglomerazione», si afferma che il trattamento dei fumi produce sia il rifiuto 100208, proveniente dagli elettrofiltri primari, sia il rifiuto 10.02.07 proveniente dagli elettrofiltri secondari di tipo meep (moving electrode electrostatic precipitator), ma come detto in precedenza il rifiuto pericoloso non è più citato in nessuna sezione del documento.

“Le polveri non pericolose dagli elettrofiltri, in base alle scelte della ditta, come specificato nel piano di monitoraggio e controllo, sono inviate a smaltimento presso la discarica interna esistente ex 2B, per rifiuti non pericolosi, in area Mater Gratiae. Nell’ambito delle campagne di monitoraggio per le diossine, Arpa Puglia eseguì nel giugno 2007 anche analisi di caratterizzazione delle polveri provenienti dagli elettrofiltri, avvalendosi del supporto del consorzio interuniversitario nazionale per la chimica e l’ambiente (INCA), che a sua volta richiese il supporto di Sgs Italia Spa.

“Furono analizzati quattro campioni di polveri, di cui due provenienti dagli elettrofiltri primari e due da quelli secondari. I risultati sul rifiuto tal quale evidenziarono che tre dei quattro campioni erano classificabili come non pericolosi, mentre uno risultava pericoloso a causa della concentrazione di piombo. Tutti i campioni, comunque, non presentavano concentrazioni di diossina oltre i limiti di pericolosità. Il test dell’eluato, effettuato secondo i dettami del decreto 3 agosto 2005, ha dimostrato per tutti i campioni la non ammissibilità in discarica per rifiuti non pericolosi a causa di esigui superamenti delle concentrazioni di alcuni paramenti. Per due campioni nell’eluato si ritrovavano superamenti per piombo e selenio; per un campione superamenti di doc, tds, cloruri, solfati e Selenio; per il campione identificato come pericoloso l’eluato evidenziava superamenti per tds, cloruri e selenio. I rifiuti, in base alla caratterizzazione effettuata, una volta entrato in vigore il decreto 3 agosto 2005, avrebbero potuto essere smaltiti solo in discarica per rifiuti pericolosi”.

 

Ciò detto e senza voler prefigurare scenari apocalittici, a Legambiente appare incomprensibile ed inaccettabile che su un territorio come quello di Augusta, Priolo e Melilli, vengano apportati ulteriori carichi inquinanti. Portare qui i rifiuti delle altre aree SIN d’Italia – come è Taranto – è una scelta “infelice” che non può essere in nessun modo giustificata se fondata esclusivamente su motivazioni di carattere economico, di convenienza per questo o quel privato. A nostro parere le popolazioni di Augusta, Priolo, Melilli e Siracusa hanno bisogno che venga ridotto drasticamente il carico inquinante del loro territorio e non che ve ne sia aggiunto altro. Assicuriamo quanti in buona fede paventano il rischio della sindrome NIMBY, che siamo ben consapevoli di cosa occorrerebbe fare su questo territorio per risanare (bonifiche, bonifiche ed ancora bonifiche), depotenziare gli impatti e, soprattutto, ridurre fortemente la produzione dei rifiuti industriali. In questo SIN possono e devono essere smaltiti i suoi rifiuti, lo abbiamo sempre detto e siamo stati i soli a denunciare quanto avvenuto con il trasferimento di 270.000 tonnellate di fanghi a Moerdijk (Olanda).

Nell’aprile 2014 nel nostro dossier “Bonifiche dei siti inquinati: chimera o realtà?” dicevamo: “Bonificare in situ. Le bonifiche vanno effettuate nei SIN piuttosto che, come avvenuto con i fanghi IAS, spostare molto lontano grandi quantità di rifiuti con spese rilevanti. Inoltre le bonifiche sul posto rappresentano lavoro, controllo efficace, ricerca, nuovi saperi e miglioramento della qualità globale. Per esempio, le ceneri di pirite si possono trattare e smaltire in situ”

Noi aspettiamo che si posi il polverone per vederci chiaro ma sappiamo che altri aspettano che passi la buriana per ricominciare a trasferire qui i rifiuti dell’ILVA. Temporaneamente, s’intende…

*Legambiente

 

 

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