Nostra intervista all’ambasciatore in Italia: “Non c’è connessione tra la questione della Palestina e i residenti altrove che vogliono tornare nella nostra terra”. Ma alla domanda sugli insediamenti nelle colonie, strabuzza li occhi, farfuglia e se ne va
Naor Gilon, ambasciatore di Israele in Italia e San Marino, è un omone imponente, con un buffo accento e un buffo sorriso: innocuo nel complesso. Ma toccategli Israele e il suo sorriso si cancellerà, la voce s’indurirà e l’omone diventerà più sfuggente di un gatto. Tanto bravo a far proseliti quanto a eludere domande scomode.
“L’ecosistema israeliano” è il titolo della conferenza tenuta dal signor Gilon presso la Scuola di studi superiori di Catania. Ma non erano la flora e la fauna della Galilea il soggetto discusso. Si è trattato piuttosto di oltre un’ora di spacconaggine internazionale, con tanto di video, statistiche e grafici atti a celebrare la magnificenza delle risorse tecnologiche d’Israele, cui sono seguiti i tentativi – più o meno maldestri – dei docenti dell’Ateneo catanese di far valere le conquiste accademiche nostrane nel campo della fisica, della medicina, della chimica, dell’agroalimentare e dei beni culturali.
Ma non è solo con l’inventiva tecnologica che dobbiamo competere, e Naor Gilon ce lo fa comprendere senza sottigliezze: profondendosi in un elogio del metus hostilis, elencando le gioie della leva militare obbligatoria, i pregi di uno Stato «perennemente sotto assedio». Peccato che il terrore del nemico e la democrazia non vadano molto d’accordo. E quando si prova a farglielo confessare, Naor Gilon sfodera gli artigli.
La “legge Nazione” approvata dal governo israeliano il 23 novembre scorso definisce Israele la “nazione del popolo ebraico” e prevede di riplasmare la democrazia sui valori dell’ebraismo. Dunque cos’è oggi Israele? Uno stato democratico o una nazione ebraica?
Innanzitutto voglio specificare che questa legge non è ancora passata in parlamento, dobbiamo attendere le elezioni. Comunque sia, nella dichiarazione d’indipendenza del ’48 sta scritto che Israele nasce come casa per il popolo ebraico… ciononostante il venti per cento della popolazione israeliana è araba.
Ma con gli stessi identici diritti degli ebrei?
Totalmente! Anzi adesso aspettano l’ingresso di una loro lista di dodici deputati in parlamento. Gli arabi in Israele sono persone libere e benestanti. Non conosco altri musulmani in Medio Oriente che vivano in questo stato di prosperità.
E perché, nonostante i paesi europei si siano detti favorevoli alla nascita di uno Stato palestinese sulla base del principio di autodeterminazione dei popoli, Israele continua a fare opposizione?
Esistono già tra noi e le autorità palestinesi degli accordi bilaterali, in cui vogliamo arrivare a stabilire insieme quale debba essere il futuro della Palestina. La nostra idea è creare due paesi per due popoli, dunque tutte le soluzioni che non rientrino in questa logica bilaterale non sono bene accette.
Il governo israeliano ha ordinato il ritiro degli ebrei europei e il rientro nello Stato di Israele, ma questo non peggiorerà i rapporti con i palestinesi?
No, io non credo che ci sia una connessione tra la questione della Palestina e gli ebrei che arrivano in Israele. Dalla fondazione del nostro paese gli ebrei si sono trasferiti lì da tutta l’Europa, anzi da tutto il mondo. Gli ebrei fuggiti dai paesi arabi tra il ’48 e il ’67 perché perseguitati sono più degli arabi usciti da Israele… Sono tanti gli ebrei entrati in Israele e diventati cittadini di Israele, senza problemi. Questa è la realtà, e non vedo davvero alcun nesso tra i due fatti.
Ecco il nesso: dove andranno a insediarsi questi ebrei che stanno tornando dall’Europa?
(Scuote la grossa testa). C’è spazio in Israele per accogliere gli ebrei. È l’idea su cui è fondata la nostra nazione, offrire una dimora a tutti gli ebrei. Perché nei secoli il nostro popolo è stato cacciato, sterminato. Dall’Inquisizione in Sicilia, in Spagna, dalla Germania nazista. Per questo motivo noi abbiamo costruito Israele: per accogliere.
D’accordo, Israele. Ma la Cisgiordania?
(Aggrotta le sopracciglia) Mi scusi, non ho capito.
Mi spiego. Israele è un luogo di accoglienza per gli ebrei di tutto il mondo. Anche in Cisgiordania essi sono i benvenuti, nelle colonie?
(Diventa paonazzo). Adesso gli israeliani possono vivere dove vogliono vivere, ma io non ho ancora capito come Israele o gli ebrei che sono qui, in Europa, settant’anni dopo l’olocausto, ancora sotto minaccia, com’è possibile che quelli sotto minaccia diventino gli aggressori! È il nostro destino difenderci. Questo non l’ho capito. Questa è una qualità speciale che… non ho, non ho capito come questi… per questo non parliamo… tutti gli ebrei sono i benvenuti in Israele, anche dagli Stati Uniti e da altri paesi… non ho capito come siete arrivati da questa domanda – deportazione degli ebrei in Europa – alla domanda degli insediamenti. Questo è un grande talento che avete ma… bravi, complimenti. Grazie mille. Arrivederci.
E complimenti anche a Naor Gilon. Bravo a schivare le domande scomode quanto a fare proseliti sul destino di Israele. Se non fosse stato così bravo, così capace, non sarebbe certo diventato ambasciatore. E chissà se nel 2004 sarebbe comunque uscito immacolato dalle turbolenze dello scandalo Franklin. Ma d’altronde ha ragione lui: all’interno dei suoi confini Israele è il paese della cuccagna, anche per il suo venti per cento di cittadini arabi, liberi e benestanti. Peccato per quei tre milioni e più di palestinesi che abitano al di là del muro di separazione israeliana, a Gaza e in Cisgiordania, e che di quel venti per cento non fanno parte.

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