Zootecnia siciliana al collasso: alti costi, filiera lunga, prodotti immutati

Prezzi alti per i consumatori e scarsa redditività per i produttori. Incomprensibile che tutti i prodotti competono sullo stesso mercato, senza alcuna vera e reale distinzione per la qualità. E’ Inderogabile una politica di sviluppo che affronti i problemi strutturali e infrastrutturali

La zootecnia siciliana è al collasso per gli elevati e sempre crescenti costi di produzione rispetto al valore dei prodotti, pressoché immutati da anni (oligopolio acquirenti latte),  o decrescenti come per il settore carni. Caratterizzata da una filiera lunga, con alti prezzi per i consumatori e scarsa redditività per i produttori, è assai scadente per la qualificazione delle produzioni e l’organizzazione dell’offerta, con la sola, ma non assoluta, esclusione dei prodotti Dop. La commercializzazione, peraltro, è lasciata alle capacità dei singoli produttori e, ove esistono loro cooperative, la mentalità resta quella di “produttore e non di imprenditore”. Altra criticità, i rapporti con il mondo dei consumatori, informazione ed educazione del consumatore sono pressoché inesistenti.

E’ inderogabile una politica di sviluppo della zootecnica che affronti i problemi, strutturali, infrastrutturali e di organizzazione dei servizi finalizzati a incoraggiare e qualificare le produzioni zootecniche, per migliorare la produttività animale e i sistemi di allevamento non sempre ottimali e la qualità dei prodotti, per essere sempre più in linea con le normative europee.

La Sicilia Zootecnica è divisibile in due grandi sistemi di produzione: intensivo e molto specializzato (prevalente nel Ragusano, ma non solo: a macchia di leopardo esistono in Sicilia allevamenti molto qualificati) ed estensivo con diversi livelli di specializzazione vincolati alla valorizzazione del territorio di produzione.

I due sistemi, entrambi molto importanti, hanno un ruolo strategico diverso per la Sicilia.

I sistemi intensivi sono indispensabili per limitare il grande deficit alimentare tra produzioni e consumo: importiamo oltre il 75% di latte (difficile da migliorare per le quote latte) e l’80% di carne. Nonostante tutto, i produttori siciliani rischiano di chiudere per i costi di produzione troppo alti e per mancanza di una vera strategia di commercializzazione, che subisce l’oligarchia del mondo industriale isolano, la concorrenza dei prodotti importati e ottenuti a bassi costi e, non per ultimo, la polverizzazione della produzione e soprattutto dell’offerta oltre che la  sua scarsa organizzazione.

Isistemi estensivi sono strategicamente fondamentali per la Sicilia perché presidiano il territorio (gli allevatori sono dei veri e propri guardiani del territorio); utilizzano risorse naturali altrimenti inutilizzabili (abbandono uguale degrado) e pertanto contribuiscono a rispettare l’ambiente; contribuiscono a mantenere un’architettura rurale e paesaggistica di rilevanza internazionale; mantengono un significativo livello occupazionale; hanno un ruolo sociale, poco riconosciuto, ma di rilevanza straordinaria; producono prodotti tradizionali di altissima qualità potenziale, espressione massima della biodiversità agroalimentare dell’Isola. A condizione che vengano applicati adeguati sistemi di qualificazione della produzione e dei relativi prodotti e si superino, in alcune sacche, i problemi legati alla sanità animale. Inoltre, allevano prevalentemente animali di razze autoctone, di cui alcune a rischio di estinzione.

Considerata la diversità dei sistemi, le strategie di sviluppo non possono che essere significativamente diverse, ma ciò che è realmente incomprensibile è che tutti i prodotti competono sullo stesso mercato, senza alcuna vera e reale distinzione per la qualità. Per cui i prodotti delle aree estensive non riescono a competere con i prodotti industriali, che sono in genere connessi ai sistemi intensivi, e questi ultimi, a loro volta, non sono in grado di competere con le multinazionali che operano legittimamente anche nei mercati dell’Isola.

Sono perciò necessarie misure urgenti, compatibili con i regolamenti comunitari, per aumentare la competitività dei nostri sistemi produttivi.

Il posizionamento dei prodotti sul mercato e la relativa strategia di valorizzazione risulta “la madre del problema”, pertanto il primo e principale da affrontare. Ovviamente bisogna anche essere pronti ad offrire prodotti qualificati che il mercato richiede.

I sistemi più diffusi nel passato e proposti dagli economisti filo-globalizzazione indicavano di concentrare le produzioni, di uniformare le produzioni, di delocalizzare per ridurre i costi, e ancora di destagionalizzare le produzioni, il tutto per ottenere dei prodotti di massa uguali tutti i giorni, per rispondere, secondo loro, alle esigenze dei consumatori. L’obiettivo commerciale di questo sistema è quello di posizionare i prodotti sul mercato con un basso profilo di qualità e di prezzo, per riscuotere la massima concorrenza. Condizione possibile perché se i sistemi industriali sono efficienti riescono ad effettuare delle economie di scala incomparabili rispetto ai sistemi di produzione tradizionali rurali.

Ovviamente la fascia dei consumatori a reddito medio-basso è spesso costretta ad acquistare questi prodotti,  ma ricerche e movimenti pro biodiversità dell’ultimo decennio hanno dimostrato come i consumatori più attenti di qualsiasi fascia sociale, e ovviamente quelle più alte, siano alla ricerca concreta di prodotti di alta qualità, fortemente legati al territorio, che non siano semplicemente fonti di nutrienti (la percentuale degli obesi aumenta continuamente anche in Italia e non solo negli USA), ma che rappresentino un patrimonio storico-culturale significativo che rende unico il prodotto stesso.

Il comune convincimento è che c’è spazio per tutti i sistemi, anche per quelli industriali, ma le istituzioni pubbliche hanno il dovere morale di intervenire prioritariamente a salvaguardia del proprio territorio, della cultura secolare del mondo rurale, nel rispetto della natura, dell’ambiente e della biodiversità intrinseca di questi sistemi produttivi.

Per il mondo rurale bisogna evitare in modo assoluto qualsiasi forma di assistenzialismo, ma creando le condizioni per la valorizzazione dei loro prodotti. La comunità europea non consente un intervento diretto sul prodotto, ma sono possibili una serie d’interventi e servizi che migliorano, identificano e qualificano i prodotti, oltre ad azioni generiche ma mirate ad informare il consumatore siciliano, e non solo, sulle proprietà salutistiche, aromatiche e culturali che i prodotti zootecnici storici siciliani possiedono. Solo un intervento pubblico può aiutare a far conoscere le specialità siciliane. I produttori di piccole quantità di prodotto non possono mai competere con le industrie sui piani di informazione e pubblicità dei prodotti. E non è assolutamente vero che servono enormi quantità di prodotto per avviare un piano di marketing strategico, perché in Sicilia va rivendicato il paniere di tutti i prodotti, che essendo stagionali e tradizionali non sono di massa.

Il consumatore va quindi educato a ricercare cosa il mercato offre di fresco a Km zero, e ad impatto ambientale zero, per scegliere ed allargare il proprio bagaglio culturale enogastronomico con positive ripercussioni, tra l’altro, sulla salute. La difesa del mondo rurale “estensivo, tradizionale”,  va sostenuta in nome della difesa dell’ambiente ed ha delle ricadute economiche e socio-culturali sostenibili.

 

 

 

 

 

 

 

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