Il prof. Alessandro Martelli insiste: “E’ vicino un terremoto devastante”

Secondo gli studi del direttore del centro ricerche dell’Enea di Bologna, è probabile che in tempi ravvicinati si scateni tra la Sicilia e la Calabria un sisma di magnitudo superiore ai 7,5 gradi della scala Richter

Il prof. Alessandro Martelli, direttore del centro ricerche dell’ente nazionale per l’energia atomica di Bologna, continua a sostenere quanto già aveva pronosticato a Siracusa due anni fa nel corso del convegno “Rigassificatore, se la terra trema” organizzato dalla Civetta di Minerva e svoltosi nell’ex chiesa di Montevergini in Ortigia: un violento terremoto, in tempi ravvicinati, devasterà la Sicilia e parte della Calabria, un terremoto “secolare”, in quanto è atteso dal lontano 1693, che dovrebbe superare i 7.5 gradi della scala Richter. Sono di questo avviso anche  l’Università di Trieste, l’Accademia russa delle Scienze e l’International Centre for Theoretical Physics. L’evento sismico potrebbe liberare molta più energia di quella prodotta dal terremoto del 2009 a L’Aquila.

Pur facendo i debiti scongiuri, è un fatto che il Comune non è preparato per un evento così devastante, che richiederebbe l’esistenza di aree di raccolta attrezzate, struttura operativa efficace, mezzi mobili per l’emergenza. Che ci risulti, la maggior parte dei mezzi finora predisposti è abbandonata ai vandali e le aree non ricevono da tempo manutenzioni adeguate. Ma su questo – già oggetto di nostri articoli negli anni scorsi – torneremo con un’inchiesta apposita che è già in fase di elaborazione.

Abbiamo, però, ritenuto opportuno sviluppare alcuni servizi che potrebbero risultare utili a quanti, nel malaugurato caso che ciò si verificasse, si trovassero a dover affrontare situazioni inusitate. Il primo di questi articoli riguarda l’ipotetico crollo di un edificio a causa dell’onda sismica. Ne è autore il nostro Andrea Bisicchia, al quale abbiamo chiesto un articolo asettico (ossia ripulito da qualsiasi ridondanza e sensazionalismo territoriale). Riteniamo abbia adempiuto alla consegna.

Esercitazione sul crollo di un edificio, tra soccorsi ai feriti e psicologi

L’addestramento momento essenziale nella formazione del volontario e della protezione civile utile a, testare “sul campo” le proprie capacità e attitudini e acquisendo maggiore consapevolezza

di Andrea Bisicchia

Un efficace soccorso in emergenza deve saper rispondere a tutte le esigenze primarie: la sopravvivenza e la cura sia fisica che psicologica. Mentre di quest’ultima si occupa il gruppo di psicologi dell’emergenza, il servizio Protezione Civile con le frequenti esercitazioni testa le sue capacità di intervento e di pianificazione nella parte tecnica dell’esercitazione che assume il valore di formazione e addestramento. Come va svolta una esercitazione tipo? Cerchiamo di immaginare uno scenario che in questi ultimi tempi si sente molto spesso nelle cronache dei telegiornali “Crollo di un edificio” 

Un’attenta organizzazione da parte di formatori ad hoc rappresenta uno scenario preliminarmente sconosciuto sia ai volontari delle varie associazioni coinvolte che agli psicologi dell’emergenza. I volontari vengono riuniti in una sala operativa e sono attivati, dalle autorità competenti, tramite l’arrivo di un fax che li informa dell’avvenuto crollo di un edificio a seguito di esplosione e si chiede l’intervento degli operatori di protezione civile.

Al loro arrivo sul luogo dell’evento, i volontari trovano dinanzi a loro uno scenario drammaticamente realistico: la simulazione del crollo di un edificio che ospita numerosi uffici, posto nelle adiacenze di una scuola, pericolante a seguito delle esplosioni, con conseguente necessità di intervento di emergenza, attraverso il soccorso dei feriti che giacciono tra i cumuli di macerie nonché di intervento di prevenzione mediante l’allontanamento degli occupanti degli edifici adiacenti. 

Primo compito degli operatori è quello di distinguere, tra i soggetti coinvolti nel crollo, coloro che sono solo spaventati ma non hanno riportato alcun tipo di ferite da quelli lievemente feriti a quelli che necessitano di cure immediate: una prima selezione delle vittime, con conseguente allerta del 118, per l’allestimento del punto medico avanzato e il primo soccorso in attesa dell’arrivo del pronto soccorso medico specifico, disponendo nella posizione laterale di sicurezza coloro che sono lievemente feriti, provvedendo alla rianimazione di coloro che non hanno più il battito cardiaco, bloccando arti fratturati o emorragie in corso. Durante le attività di soccorso, emerge l’esigenza di un ambiente seminterrato nel quale è prevedibile la presenza di feriti, accessibile esclusivamente attraverso un tunnel di circa 6 metri di lunghezza e del diametro di circa 60 cm, ostruito da materiale e detriti; gli operatori , indossando oltre ai consueti dispositivi di protezione individuale (maschere antigas) e investiti peraltro da getti d’acqua che fuoriescono dalle tubature interessate dall’esplosione, calandosi nel tunnel, provvedono a soccorrere e liberare quanti sono rimasti intrappolati, portando così a compimento l’intera operazione di soccorso. 

Al termine dell’esercitazione, i volontari, stanchi ma soddisfatti del proprio operato, effettuano un’analisi dettagliata delle diverse fasi dell’esercitazione, finalizzata all’individuazione delle modalità operative più efficaci nonché un momento di confronto/briefing con gli psicologi dell’emergenza, allo scopo di imparare a riconoscere e gestire le tensioni emerse nel corso dell’intervento. 

L’addestramento attraverso le esercitazioni rappresenta un momento essenziale nella formazione del volontario e del servizio protezione civile utile a mettere in pratica quanto appreso in forma teorica, testando “sul campo” le proprie capacità e attitudini e acquisendo quella maggiore consapevolezza che permette di affrontare e superare i momenti di difficoltà e/o criticità non solo in previsione di un intervento in emergenza ma anche nei piccoli/grandi eventi del quotidiano, nell’ambito di un’apertura verso gli altri che, senza mai essere invadente, rientra nella forma-mentis di chi si occupa di protezione civile: in caso di necessità, essere pronti a intervenire, fornendo il proprio contributo al fine di prevenire il verificarsi di un’emergenza agendo preventivamente sui fattori di rischio o, nel caso dell’imponderabile verificarsi di un evento, adoperarsi per il superamento dell’emergenza, la messa in sicurezza e il superamento della fase di emergenza stessa attraverso il ripristino delle condizioni di normalità.

L’intervento psicologico in situazioni di emergenza è un ambito abbastanza nuovo e particolare della psicologia. L’importanza di sostenere psicologicamente le vittime di un evento calamitoso è ormai accertata. Non è altrettanto chiara, invece, la modalità migliore per intervenire sul luogo della crisi per prestare soccorso psicologico preservando da una parte l’incolumità psichica e fisica degli stessi soccorritori, dall’altro l’efficiente e veloce intervento dei soccorsi medici. Analogamente è necessario un intervento che tenga presente lo scenario dell’emergenza per indirizzare meglio gli aiuti senza, tuttavia, che la crudeltà delle immagini infici l’efficienza del soccorso psicologico. 

Alcune delle domande che più frequentemente ci si pone sono: quali scenari dobbiamo immaginare per un soccorso psicologico nell’emergenza? A quali immagini, rumori, odori sono sottoposti le vittime e i volontari coinvolti in un’emergenza? È sufficiente che il soccorso psicologico arrivi solo una volta che le persone giungano alla postazione psicologica? Non saremmo più utili se potessimo intervenire direttamente sul luogo del crash al fianco della protezione civile e del personale medico o almeno in una postazione psicologica avanzata? È necessario, per essere Psicologi dell’Emergenza, avere una formazione di base simile a quella dei volontari della Protezione Civile? In che modo si possono affiancare durante le operazioni di soccorso questi professionisti? 

Per trovare risposta a queste domande è importante che gli psicologi abbiano la possibilità di intervenire in situazioni di crisi simulate per mettersi alla prova. È in questa ottica che gli enti dovrebbero organizzare tali esercitazioni coinvolgendo gli Psicologi in una simulazione d’intervento.

Ritorniamo al nostro ipotetico scenario, l’esercitazione richiede di intervenire in seguito al crollo di una palazzina dovuto a una fuga di gas. Al loro fianco viene richiesto l’intervento degli psicologi, sia nel sostegno dei parenti delle vittime e dei sopravvissuti meno gravi, sia nella stessa zona rossa, al fianco di sopravvissuti in attesa dei soccorsi, colti dal panico, impauriti e preoccupati, sia dei volontari stessi, talvolta spaventati dalle difficoltà fisiche ed emotive cui sono sottoposti. Gli psicologi si sono repentinamente organizzati in sotto gruppi al fine di agire individualmente per poter rispondere a tutte le richieste di soccorso. 

La gestione dei parenti di coloro che sono rimasti sotto le macerie è uno dei primi compiti dell’équipe, in attesa che venga resa accessibile la zona rossa. Anche durante una esercitazione i sentimenti espressi dagli attori sono di una forza travolgente: disperazione, tristezza, domande esistenziali, rabbia, impotenza. Contenere questo fiume di emozioni negative è incredibilmente stancante.

Gli psicologi debbono rimanere con i parenti anche quando è resa accessibile e relativamente sicura la zona rossa. Altri invece vanno sul luogo dell’incidente trovandosi al fianco di vittime costrette ad aspettare i soccorsi tra le macerie. Nella postazione psicologica va creata un’area protetta visivamente. Solo il volto dello psicologo costituisce il setting protetto per la vittima; solo il suo contatto fisico costituisce una parete visiva che la protegge da tutto quello che la circonda. Queste osservazioni trovano conferma, per precedenti personali esperienze esercitative; persone soccorse sulla zona rossa e nella postazione medica dagli psicologi hanno apprezzato enormemente di non essere stati lasciati soli, di essere stati toccati nonostante fossero sporchi di sangue, di essere stati sollecitati a chiudere gli occhi e immaginare momenti felici.

Questa conferma dell’importanza del sostegno psicologico prestato alle vittime il più a lungo possibile trova alcune resistenze soprattutto tra soccorritori per i quali lo psicologo potrebbe essere d’intralcio, o un’ulteriore potenziale vittima. Rimane aperto l’interrogativo: non sarebbe più facile formare i volontari della Protezione Civile a prestare un soccorso anche di tipo psicosociale? I volontari, infatti, sono coloro che meglio raggiungono le vittime di una emergenza, con la loro esperienza e il loro altruismo, che non li esime dal vedere persone ferite e morenti, che non evita loro i conti con le proprie paure e i propri limiti, che non li protegge dall’identificarsi con un collega in difficoltà o in pericolo. Un turbine di emozioni che sembrano fuori luogo per una persona che vuole soccorrere le altre: la paura per la propria vita, per quella dei colleghi e per le vittime; l’impossibilità di salvare tutti, di essere sempre coraggiosi, di saper fare tutto; l’impotenza, la tristezza, la rabbia. Sono emozioni che possono cogliere un volontario anche durante i soccorsi ed egli potrebbe non accettarle, non riuscire a fronteggiarle o non poterselo perdonare. Può diventare un infamante segreto da non rivelare.

Per prestare loro un adeguato sostegno psicologico è inutile intervenire nella zona rossa se non esiste un discorso preventivo a monte: formare i volontari perché conoscano a fondo se stessi, i propri limiti, il loro personale modo di vivere e fronteggiare la paura, la possibilità di parlarne senza timore, senza doversene vergognare. Una collaborazione preventiva con gli psicologi instaura un clima di fiducia al momento dell’intervento tale da permettere a uno psicologo di consigliare a un volontario di allontanarsi dalla zona rossa se eccessivamente turbato. Lo stesso clima di fiducia sollecita e rende produttivo il debriefing finale, durante il quale ciascuno è invitato a descrivere la propria esperienza per evitare di esserne traumatizzato. Forse è solo questo clima di fiducia che può rendere possibile allo psicologo di utilizzare la propria professionalità nella zona rossa al fianco delle vittime, senza essere di intralcio ai soccorritori.

La normale procedura dei soccorsi non consente allo psicologo dell’emergenza di agire sul cratere. I Vigili del Fuoco sono i primi ad agire sul posto; quando ritengono di averlo reso sicuro permettono l’accesso al personale medico che trasporta i feriti nel posto medico avanzato. Solo in questo momento va permesso agli psicologi di intervenire, lontani dalla zona rossa, lontani da quei suoni, da quelle immagini e da quegli odori che hanno colpito le vittime e i volontari, e che gli psicologi possono solo immaginare dal loro racconto.

Per questo è importante poter simulare un intervento nella zona rossa per comprenderne la drammaticità, le condizioni in cui si trovano le vittime e in cui agiscono i soccorritori, per poterli sostenere meglio finché , una formazione più adeguata non permetterà agli psicologi dell’emergenza di scendere in prima linea.

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