Se si escludono le spese fisse, ogni detenuto costa alla società 25 euro al giorno non 4000. E’ vero che molti stanno in cella a oziare ma questo è per loro una pena aggiuntiva
Di recente è andata in onda una puntata di Report dedicata al lavoro dei detenuti, a mio avviso falsa e fuorviante che merita una riflessione. Nella trasmissione i detenuti vengono presentati come persone che oltre ad aver commesso reati costano alla società un capitale: 4.000 euro e stanno tutto il giorno a girarsi i pollici! Partendo da questa considerazione, si dice, potrebbero/dovrebbero lavorare gratuitamente per pagarsi i pesanti costi che, specie in questo periodo di crisi, lo Stato sostiene per loro.
Come si arriva a 4.000 euro appare strano, dal momento che per il vitto dei detenuti (colazione pranzo e cena) l’amministrazione spende mediamente 4/5 euro e per altri servizi che vanno direttamente al detenuto circa altri 10 euro (di fatto lo Stato di solito non riesce a fornire, se non in minima quantità, generi di consumo per pulizia: sapone , detersivi, ecc.). A 4.000 euro si arriva con le spese del personale, di gestione, manutenzione, luce elettrica, riscaldamento, ecc. che non diminuiscono certo se in un carcere si ospitano 200 detenuti anziché 400 e che non riguardano solo gli istituti di pena ma le spese di tutto l’apparato centrale. Senza indulgere in calcoli complicati, va detto che la spesa reale (cioè quanto costa la presenza di ogni detenuto in più in un carcere) è di 20/25 euro, non di più.
Sgombrato quindi il campo dalla boiata pazzesca dei 4.000 euro, sul resto si può ragionare. Il torto della trasmissione, a mio avviso, è stato quello di trasformare il dibattito in uno scontro di tifoserie pro o contro lavori forzati.
Ragionando: è vero che non ci sono risorse per fare lavorare tutti i detenuti. È vero che lo svolgimento di alcune attività interne potrebbe essere fatto in forma gratuita e lo dico per esperienza: non di rado vi sono detenuti che chiedono di poter svolgere attività anche non pagati piuttosto che stare a non fare niente. A questo proposito, porto l’esempio di quanto riscontrato nel corso di una visita in un penitenziario spagnolo dal regime avanzatissimo: la pulizia degli spazi comuni veniva effettuata gratuitamente dai detenuti.
C’è poi il capitolo delle attività lavorative esterne gratuite (riparative) consentite dalla più recente normativa in favore di Comuni o altri enti pubblici e associazioni di volontariato. Può essere considerata una forma amichevole di restituzione o di riparazione di un danno arrecato alla società che consente ai detenuti spazi di libertà, contatti con persone esterne e permette di sfuggire alla segregazione che comunque il carcere comporta. Esperienze di questo tipo le abbiamo realizzate anche in ambito locale e sono state più che positive: il lavoro presso la mensa “Buon Samaritano”, la pulizia del Castello Svevo e del Castello Aragonese di Brucoli, la “cena galeotta” nella quale i detenuti servivano ai tavoli. In tutte queste occasioni abbiamo sperimentato e verificato da parte dei detenuti volontà di rendersi utili e, da parte delle persone esterne con le quali hanno collaborato, la scoperta di una umanità viva.
A breve partirà una esperienza di attività gratuita nel territorio comunale di lavori di manutenzione in base ad una intesa con l’Amministrazione comunale e si sperimenterà, ovviamente scegliendo fra i detenuti persone capaci e di buona volontà, e ce ne sono, un modulo che vuole mettere insieme riparazione, utilità per il territorio, contatto positivo con la comunità esterna e, da ultimo, consentirà a delle persone di scontare la pena senza ammuffire in cella. Queste cose però si possono fare non sostituendo al lavoro retribuito lavoro gratuito dei detenuti, ma impegnando i detenuti in attività “scoperte” che la collettività non riesce a svolgere perché non ha le risorse necessarie. Altrimenti si metterebbe in concorrenza il lavoro gratuito dei detenuti con quello remunerato e sarebbe concorrenza sleale che, ritengo, indurrebbe gli stessi fautori dei lavori forzati a rivedere le proprie posizioni.
E allora mettiamo un po’ in ordine le cose: è vero il fatto che molti detenuti stanno in cella a non fare niente ma questo non è un privilegio di scrocconi, è a mio avviso una pena aggiuntiva, una ulteriore mortificazione. È possibile, invece, sulla base della normativa vigente, avviare esperienze riparative quali quelle a cui si è accennato. Sul lavoro retribuito si possono fare scelte diverse modificando la normativa vigente, al limite anche pagando meno se questo può servire a fare lavorare più persone e magari rendendo meno simbolica la parte di retribuzione destinata al contributo. Tutto però fuori dall’ottica semplicistica e vendicativa dei lavori forzati come risultanza della trasmissione televisiva.
Direttore casa reclusione di Augusta

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