“Costo massimo tre miliardi. Invece, dal ‘91 al ’96 sono stati spesi ben ventuno miliardi per il trasporto e lo smaltimento dei fanghi prodotti. Cifre esorbitanti, già allora assolutamente ingiustificate”
Nella storia dell’Ias c’è stato un Presidente, come si ama dire, “scomodo”, vocato a una soluzione del problema relativo allo smaltimento dei fanghi che non presentasse più i caratteri della precarietà e provvisorietà, contrario a uno sperpero di risorse, pur se private. Un presidente eletto a quella carica forse un po’ per caso, per uno strano intrecciarsi dei fili degli interessi pubblici e privati, votato all’unanimità e all’unanimità osteggiato, fino alle dimissioni “consigliate”, quando le sue intenzioni hanno iniziato a concretizzarsi in atti formali. Il professore Pippo Ansaldi, stimato geologo e ambientalista da sempre, ha assunto la presidenza dell’Ias dall’aprile del ‘97 al settembre del ‘98, un anno e mezzo in cui ha raccolto e archiviato una quantità di documentazione davvero notevole: “Preferivo fotocopiare ogni atto protocollato perchè accadeva che non se ne trovasse più traccia negli uffici”.
Il professore rappresenta, a nostro avviso, uno dei pochi casi in Italia in cui una qualificata consulenza professionale sia stata fornita a costo zero: è lui stesso infatti l’estensore di una dettagliata relazione in cui, su un piatto d’argento (a convitati evidentemente troppo sazi o dai palati insensibili), offre la soluzione, con costi ridotti, del problema più complesso dello Ias, in un periodo in cui ancora un’accorta strategia e una comune condivisione a livello istituzionale, soprattutto locale, in un clima sociale meno esasperato e irritabile rispetto a quello odierno, sarebbero probabilmente riuscite a determinare le condizioni per raggiungere l’unico obiettivo ritenuto risolutivo: dotare l’impianto di una propria esclusiva discarica.
“Appena insediato nella carica di Presidente ho accertato, come riportato in alcune mie relazioni al Consiglio di Amministrazione della Società, che dal 1991, anno in cui si era esaurita la discarica interna allo stabilimento, fino al 1996, si erano spesi ben ventuno miliardi per il trasporto e lo smaltimento dei fanghi prodotti. Costi davvero esorbitanti, che già allora, all’epoca del mio insediamento, si rivelavano assolutamente ingiustificati: solo adottando una delle soluzioni previste dalla legge, e cioè la costruzione di una discarica aziendale esterna all’impianto, per un costo di circa tre miliardi di lire, si sarebbero potuti smaltire i fanghi di produzione per decine di anni, senza altri oneri, con drastica riduzione dei costi”.
Una soluzione in verità cercata ma impedita anche dalla pervicace e ingiustificata resistenza dei sindaci dei Comuni di Augusta, Priolo e Melilli, nei cui territori ricadevano i siti idonei individuati.
“Uno solo di questi siti, se autorizzato, avrebbe risolto definitivamente il problema – chiarisce Ansaldi – ma gli innumerevoli incontri con sindaci e assessori per dimostrare l’innocuità e la non pericolosità dei fanghi prodotti dall’azienda non valsero a far riunire i Consigli comunali per deliberare la richiesta avanzata dall’IAS, che avrebbe tra l’altro arrecato anche vantaggi economici alle comunità locali. Si fu costretti a ricorrere al Prefetto, alla magistratura, ma neppure la denuncia a carico dei sindaci, per omissione di atti d’ufficio, riuscì a sbloccare la situazione. La vicenda assunse i connotati di una classica storia siciliana, fatta di arroganza, di connivenza e di senso dell’impunità assoluta, nella quale primi cittadini, che avrebbero dovuto avere a cuore la qualità ambientale del proprio territorio, garantendo lo svolgersi di un servizio di pubblica utilità, manifestavano assoluta indifferenza al problema, se non proprio mera irresponsabilità”.
Nell’emergenza, furono individuate così soluzioni che avrebbero in qualche modo consentito di risolvere il problema: riutilizzo nelle fornaci e/o conferimento in discarica privata da autorizzare in prossimità dell’impianto. Ma anche in questo caso interessi più o meno occulti ostacolarono, secondo il professore, la via intrapresa.
Ma a chi poteva mai giovare la cattiva gestione del sistema depurativo della zona industriale dal momento che le risorse erano tutte degli stessi imprenditori del comprensorio? Si tratta, oggi come ieri, solo di insipienza e leggerezza o piuttosto di specifici interessi per le ingenti risorse mobilitate per il trasporto e lo smaltimento dei fanghi?
“Certamente stupisce il fatto che, dopo la classificazione dei fanghi come “cautelativamente” pericolosi – un’affermazione discutibile anche da un punto di vista normativo – l’Ias non abbia provveduto a contestare tecnicamente i risultati e abbia invece mostrato totale acquiescenza; ma forse occorrerebbe rifarsi alle parole dell’attuale Presidente della società, Salvatore Raiti, che in un’intervista ha evidenziato la necessità di “dare risposte concrete anche alle pressanti richieste della magistratura siracusana”. E’ opportuno, tuttavia, ricordare che per oltre 23 anni tali fanghi sono stati smaltiti come rifiuti non pericolosi in altre discariche e come materie prime nei cementifici, senza che nessuno avesse avuto mai nulla da obiettare. Oggi questa nuova classificazione comporta un incremento notevole dei costi di smaltimento che saranno sostenuti dalla parte privata dell’IAS e cioè dagli industriali con il loro pieno assenso. Contenti loro.
Preferisco però attenermi ai fatti: dal ’91 a oggi i costi di smaltimento sono stati nell’ordine di centinaia di miliardi, senza che si sia ancora trovata la soluzione definitiva, come dimostra lo stesso bando di gara in corso. Ma è certo comunque che, sia per i fanghi conferiti nella discarica interna dall’inizio della gestione, sia per la produzione giornaliera, l’unica soluzione ritenuta possibile, economicamente vantaggiosa ed ambientalmente la più corretta, anche approvata dal Consiglio di amministrazione dell’IAS nella seduta del 22 luglio del ‘97, era quella di realizzare e gestire in proprio una discarica controllata di 2^ categoria, tipo B, all’esterno dello stabilimento, individuata vicina all’impianto con costi di appena 3 miliardi vecchie lire, per un periodo di esercizio di almeno 10 anni. Un impianto del genere avrebbe consentito, oltre allo smaltimento definitivo della produzione giornaliera, il trasferimento dei fanghi stoccati nel bacino A interno e il loro smaltimento per poter eseguire gli interventi di ristrutturazione e ripristino della tenuta idraulica della vasca stessa (compromessa – va detto – dai numerosi ed inutili sondaggi eseguiti nel tempo al suo interno, probabile causa di lacerazione della guaina sottostante) ed infine il successivo suo riutilizzo”.
In recenti dichiarazioni il direttore tecnico dell’impianto (ricordiamo che è indicato dalle imprese ndr) evidenzia in realtà che il riutilizzo dei bacini, una volta svuotati, è “del tutto improbabile” e accenna invece a un progetto in itinere per un loro diverso uso, ma senza chiarire altro. Comunica poi che il programma dell’azienda è quello di realizzare un nuovo bacino di dimensioni ridotte per le emergenze e lo stoccaggio provvisorio. Non si comprendono quindi le reali motivazioni dell’operazione in corso. Si potrebbero mettere in sicurezza i bacini e “tombarli” come avviene per le comuni discariche. Non crede che i 64 milioni di euro potrebbero essere più proficuamente utilizzati, semmai per cercare e realizzare non una, ma la soluzione del problema dello smaltimento dei fanghi?
“In effetti, per quanto è dato sapere, basterebbe ripristinare la tenuta idraulica del bacino A, quello in cui si verifica la perdita di eluato. Ai tempi della mia presidenza si era già pensato a un intervento che non prevedeva la rimozione dei rifiuti: quello di realizzare diaframmi plastici perimetrali, al costo, stimato dal professionista incaricato, di 1mld 960 milioni di lire.
È bene inoltre sapere che la stessa Delibera Interministeriale del luglio ’84, relativa al provvedimento di autorizzazione, classificava la discarica a servizio del depuratore come di II categoria tipo B, quindi per lo stoccaggio definitivo. Nella normativa non sono previste discariche provvisorie, al più stoccaggi provvisori”.
È opinione di alcuni che il Depuratore Biologico Consortile di Priolo sia frutto di una ben riuscita strategia industriale, volta ad abbattere i costi di ristrutturazione o di costruzione ex novo degli impianti di depurazione delle singole industrie, necessari a seguito delle indagini dei primi anni ‘80 da parte della Procura di Augusta, del pretore Condorelli in particolare, e a consentire alle multinazionali operanti nel territorio di continuare l’attività industriale senza responsabilità dirette, soggettive, per quanto attiene a fenomeni di inquinamento ambientale. Condivide questo giudizio?
“E’ certamente una ipotesi, una interpretazione possibile delle scelte politiche di quel periodo. Tuttavia, allo stato, ritengo che l’IAS sia diventato prevalentemente un carrozzone pubblico di mero sottogoverno che sperpera solo denaro, seppure privato. Sarebbe forse auspicabile affidare l’impianto di depurazione alla gestione degli industriali previo pagamento di un canone di locazione, come avviene in altre realtà del Paese (canone che l’IAS paga già all’ASI). Che cosa garantisce la parte pubblica nella società di gestione, atteso che l’efficienza funzionale dell’impianto, istituzionalmente, è assicurata dai controlli effettuati dei tecnici dell’ARPA? Se si scegliesse questa via, probabilmente si otterrebbe una maggiore assunzione di responsabilità da parte degli industriali, una riduzione notevole dei costi di gestione e sicuramente una maggiore efficienza operativa”
E si eliminerebbero posti di sottogoverno, ci piace aggiungere.

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