Siracusana a Parigi. Profetica l’ultima vignetta del direttore di Charlie Hebdo, una delle vittime: “Ancora nessun attentato in Francia”, recita una prima didascalia. “Ma abbiamo tempo fino alla fine di gennaio per porgere i nostri auguri”, commenta un personaggio armato di kalachnikov.
Sette gennaio a Parigi, di mattina. Nonostante sia quasi mezzogiorno la nebbia non è ancora calata e, in un’atmosfera quasi surreale, abbraccia la città. Non è un mercoledì qualunque: è il primo giorno dei saldi invernali. Per i francesi quasi un’istituzione. I saldi dureranno sei settimane, ma il primo giorno è il più importante: si deve arrivare prima degli altri per approfittare della merce migliore. I negozi saranno pieni, le vie del centro intasate.
Parigi, l’imprevedibile succede. Lo si legge sui volti sbalorditi della gente che cammina per la strada, lo si avverte nel mormorio dei passanti, lo si sente nelle sirene spiegate delle auto della polizia e delle ambulanze.
Un attentato, dieci o dodici morti.
È un giornale. Ma no, non è solo un giornale – rimbrottano i francesi – Charlie Hebdo è un’istituzione per la Francia.
Le espressioni della gente sono ancora sorprese e, in giro per la città, il mormorio cresce; qualcuno continua gli acquisti, mentre le zone del centro si svuotano delle abituali frotte di turisti. Si respira un odore di paura, un’atmosfera di incertezza e smarrimento ricopre la città.
Tristemente profetica l’ultima vignetta del direttore del giornale, una delle vittime: “Ancora nessun attentato in Francia”, recita una prima didascalia. “Ma abbiamo tempo fino alla fine di gennaio per porgere i nostri auguri”, commenta un personaggio armato di kalachnikov.
E proprio questa è l’arma imbracciata dagli uomini incappucciati che hanno fatto irruzione nella sede del giornale, nel XI arrondissement, questo mercoledì mattina.
Prima hanno sbagliato ingresso, entrando in un altro immobile, di fianco; poi, hanno varcato la soglia corretta, obbligando una signora a fornire loro il digicode, necessario per entrare.
Il portiere dell’immobile, il direttore del giornale, vignettisti, giornalisti, uomini della scorta, un poliziotto accorso, le vittime. Tutte freddate con precisione, meticolosità, al grido di un Dio che mai potrebbe volere tutto questo.
Per la strada, i pochi passanti che avvertono i colpi di arma da fuoco, che si susseguono per un tempo che pare interminabile, cercano riparo.
Poi, la fuga degli attentatori, prima a bordo di una Citröen nera, poi a bordo di un’altra vettura sottratta a un automobilista di passaggio, e l’allontanamento da Parigi, attraverso Porte de Pantin, periferia nord della città. Inseguiti da migliaia di poliziotti e ancora in fuga, si tratterebbe di due o tre giovani, di nazionalità francese, già noti alla giustizia per istigazione alla jihad in Iraq.
Cala la sera su Parigi, la temperatura scende bruscamente e qualche nuvola copre un cielo privo di stelle. Più di trentamila persone accorrono in place de la République, circondano la fontana, brandendo copie del giornale satirico, candele e cartelli “Je suis Charlie, nous sommes tous Charlie”.
Il silenzio abbraccia la folla, interrotto da discorsi improvvisati che parlano di libertà di espressione e di pensiero, che parlano di follia e insensatezza, che parlano di fratellanza e unità nazionale. Nessun risentimento, non rispondere alla violenza con la violenza: la folla rimprovera un uomo che strappa pubblicamente un Corano. Eppure, qualcuno ha paura che ci sia una bomba, pronta a colpire quell’assembramento spontaneo. Chi può, evita i grandi magazzini, le metropolitane e i luoghi turistici.
A Parigi cala la sera e uno strano silenzio si impossessa di tutta la città. Un’aria di attesa e di tristezza si insinua nelle narici e nel cuore.
Domani, giorno di lutto nazionale, la pioggia bagnerà la Ville Lumière, secondo le previsioni meteo. Oggi, 7 gennaio del neo arrivato 2015, giorno dell’attentato più grave in Francia negli ultimi trent’anni, la nebbia riveste la città, gli animi e la sede della redazione decimata di Charlie Hebdo.
Otto gennaio 2015. Nessuna pioggia su Parigi, solo un cielo plumbeo. Bambini e adolescenti affollano la metropolitana, diretti a scuola.
«Tu sais ce qui s’est passé?», «Lo sai cos’è successo?», si domandano a vicenda.
«E tu ti sei vestito di nero?», si scrutano l’un l’altro. Tirano fuori dei pennarelli dagli astucci, i colori viola e nero. Si disegnano delle grandi “C” sui palmi e sui dorsi delle mani.
Oggi nessuna nebbia ricopre Parigi. Il popolo della rivoluzione francese prova a rialzarsi, seguendo la propria indole di laicità e libertà di pensiero.

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