Inquietante studio francese. Nelle ciocche analizzate rilevata la presenza di materiali di contaminazione, come i bisfenoli, i pesticidi, gli idrocarburi aromatici policiclici, alcuni metalli pesanti e i policlorobifenili
La Civetta di Minerva, 19 maggio 2017
Uno studio condotto in Francia, reso noto dalla rivista “60 Millions”, ha puntato i riflettori su una correlazione che si paventa da tempo: quella tra diverse malattie tipiche dell’ultimo secolo e l’utilizzo massiccio di materiali chimici. Sono state analizzate delle ciocche di capelli di una cinquantina di bambini, tra i dieci e i quindici anni, provenienti sia da zone urbane che rurali della Francia: il risultato, nettamente chiaro ed altamente preoccupante, mostra la presenza di perturbatori endocrini in ognuno di loro.
I capelli, le cui radici sono collegate al nostro corpo tramite vasi sanguigni, sono ottimi recettori di qualunque agente e composto al quale siamo esposti: quali cartine di tornasole, le capigliature hanno mostrato la presenza di materiali di contaminazione, come i bisfenoli, i pesticidi, gli idrocarburi aromatici policiclici, alcuni metalli pesanti e i policlorobifenili. Questi ultimi, peraltro, sono vietati in Francia dal 1987: dunque, si trovano sulle chiome dei giovani “Duemila” o, tuttora, a causa del cibo e degli oggetti da cui sono circondati, oppure per trasmissione genetica.
La ricerca dell’Istituto Nazionale dei Consumatori ha permesso di evidenziare, in organismi in pieno sviluppo adolescenziale, tra i trenta e i cinquanta differenti perturbatori endocrini: cifre elevate, soprattutto perché non si conoscono ancora le conseguenze di simili “miscele” di elementi.
Ciò che è, ormai, assodato è che questi agenti chimici sono capaci di scombussolare il sistema ormonale, intervenendo sulle ghiandole endocrine e sulle molecole che esse normalmente secernono nel sangue. Le ghiandole endocrine, infatti, inviano, tramite il sistema sanguigno, degli ormoni; questi ultimi possiedono specifici recettori che consentono loro di congiungersi ad organi e tessuti, al fine di regolare basilari meccanismi del corpo, come la temperatura, il ritmo cardiaco, il metabolismo, il sonno, il livello di insulina. I perturbatori sono in grado di fissarsi sugli organi e sui tessuti, modificandone il comportamento. Due sono, dunque, le possibili conseguenze: che i perturbatori blocchino in toto l’azione degli ormoni, oppure che riescano a cambiare la risposta che organi e tessuti dovrebbero, per natura, fornire.
Alcuni perturbatori endocrini sono prodotti proprio al fine di essere assunti dall’uomo a scopi medici: è il caso, ad esempio, delle pillole contraccettive o dei trattamenti contro la sterilità. Molti altri, però, si ritrovano in oggetti della vita quotidiana, come gli imballaggi alimentari, gli assorbenti e i pannolini, i cosmetici e persino i vestiti.
Nonostante si ritenga (o si voglia far ritenere) che piccole quantità di tali sostanze siano innocue, nuove ricerche hanno dimostrato che anche minime dosi possono produrre perturbazioni delle ghiandole endocrine. Ciò spiegherebbe alcuni casi di nascite premature e malformazioni congenite, nonché l’incremento di pubertà precoce, infertilità e malattie metaboliche, come il diabete; vi è, poi, una presunta correlazione anche con l’insorgenza dei tumori e di alcuni disturbi di personalità, come l’autismo.
Secondo le ultime proiezioni, lo sviluppo di queste patologie costa al sistema sanitario europeo 157 miliardi di euro, ogni anno. Anche per tale ragione, l’Unione Europea tenta da anni di dettare una regolamentazione in materia: per esempio, vietando le vendite di biberon contenenti bisfenolo A. Senza risolvere alcunché, a dire il vero, dato che il nuovo bisfenolo S sembra condurre agli stessi effetti nefasti per la salute.
Quello che manca, nella legislazione europea, è una definizione giuridica dei perturbatori endocrini: dal lontano 2012, si cerca di trovare un accordo tra gli Stati membri, che tenga conto delle pressioni delle industrie chimiche e delle esigenze ambientali (perché, detto en passant, tracce di policlorobifenili e di ignifughi bromurati sono state rinvenute persino nei fondi oceanici e nelle foreste vergini). L’ultimo fallimento, tuttavia, si è registrato lo scorso febbraio: la Commissione, ritenendo di non disporre della necessaria maggioranza, ha rinunciato a presentare al Parlamento un progetto di regolamentazione, che mirava all’interdizione di alcuni interferenti endocrini e al ritiro dal mercato di una ventina di pesticidi. Alcuni sparuti Stati, come la Francia, la Danimarca e la Svezia, vorrebbero si adottasse una normativa ancora più rigida e che venissero fornite maggiore informazioni alla popolazione circa i rischi che si corrono. Ecco che persiste l’impasse, nonostante la Corte di Giustizia abbia già irrogato una condanna alla Commissione, per l’estremo ritardo dell’azione legislativa in materia.
L’unica vera pressione, a fronte dell’inerzia delle istituzioni, è quella che proviene dai consumatori: rifiutare di acquistare merce prodotta da aziende non virtuose o eccessivamente imballata o dalla dubbia provenienza potrebbe essere la sola arma a nostra disposizione.
Anche perché i capelli dei bambini francesi non sono poi così dissimili dai capelli dei nostri, di bambini.

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