Riesce appena a farfugliare, ma con la palla al piede i suoi assist diventano gol. Quindicenne emerso dall’inferno, ce ne sono tanti come lui nei centri di accoglienza siracusani
La Civetta di Minerva, 5 maggio 2017
Kaled è un ragazzo di quindici anni. Ha lasciato casa che ne aveva 13. Partito dalla campagna di Mogadiscio, ha solo una speranza. Nato con il labbro leporino, ha un profondo taglio all’altezza degli incisivi, una sutura da vero macellaio. Ha in qualche modo tentato di chiudere la voragine della sua bocca, ma il palato gli è rimasto completamente aperto. Kaled, per questo motivo, parla con parole che gli si spengono in bocca. Per quanto si sforzi, articola soltanto suoni gutturali.
Ma un miracolo, che si realizza quotidianamente, rende Kaled una creatura divina. Prende il pallone in mano e si trasforma. Lo spilungone sgraziato, l’introverso balbettante, come una farfalla bloccata tra le dita non appena la liberi spicca il volo. Kaled il mediano, presa la sfera, foss’anche di rimpallo, la trasforma in servizi goal.
Lui fa le squadre, sceglie i moduli e i tempi. In un mistero antropologico, Kaled Abdel Kader sovverte le gerarchie sociali cui lo hanno costretto ritardi sanitari, povertà e guerra.
La forza interiore di un ragazzino di tredici anni e la speranza di arrivare in Europa e poter risolvere il suo dramma gli hanno consentito di attraversare il Sahara dal Sudan alla Libia. A piedi, per due mesi, ha camminato per trenta chilometri al giorno. È rimasto a Tripoli per un anno. Ha lavorato ai mercati generali. Ha vissuto assieme ad altri somali in uno scantinato in disuso.
Di Kaled, nei centri di accoglienza siracusani, ne ospitiamo centinaia. Basterebbe l’incontro. Prima di esprimere alcun giudizio sarebbe sufficiente parlare con un migrante. Credo che perfino i più duri rivedrebbero le loro opinioni.

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