Carmine Barbarisi (naturopata): “Al trattamento tradizionale si affiancano riflessologia, fisiognomica, medicina cinese…” per un recupero complessivo del paziente. Con altri, ha rappresentato l’Asp al Congresso della Società di Medicina Fisica e Riabilitazione
La Civetta di Minerva, 24 febbraio 2017
Tor Vergata a Roma è una delle poche università in Italia che organizza master per le professioni sanitarie di medicina naturale con l’obiettivo di far convivere e crescere assieme tradizione e innovazione. Presso la nota Università si sposta il dott. Carmine Barbarisi, adottivo di Siracusa ma con origini campane, che per il terzo anno di fila ricopre l’incarico di docente presso il prestigioso ateneo, svolge attività di tutoraggio e dall’anno prossimo, su riconoscimento della Facoltà di Medicina, avvierà con molta probabilità il modulo di semeiotica naturopatica, la medicina naturale allo scopo di proporre una diagnosi olistica e un trattamento tradizionale e/o integrato. All’interno dei moduli si approfondiscono e sviluppano i temi della medicina naturale senza mai perdere di vista la necessaria coniugazione tra cura ufficiale e innovazioni della naturale.
Un’esperienza che il dott Barbarisi (Université Europeenne Jean Monnet – Docteur En Naturopathie – Bruxelles 2000, The College of Naturopathic Medicine – CNM Diploma Naturopath (ND) – Issued 2012, Università Tor Vergata – Master in Medicine Naturali – Roma 2008, solo per citare alcuni dei numerosi titoli che possiede) insieme al collega dott. Pagano (citologo, iridologo, naturopata) seguono ormai da parecchi anni con successo e soddisfazioni personali.
“Da qualche anno – ci spiega il dott Barbarisi – teniamo dei moduli di iridologia e biotipologia (la costituzione del soggetto attraverso lo studio di mappe per inquadrare le disfunzioni e le disarmonie energetiche). La novità dei nostri corsi è quella di affiancare le due metodiche, la tradizionale e la naturopatica, strutturandole secondo i principi di efficacia della medicina allopatica. L’obiettivo che ci prefiggiamo è quello chiaramente individuato dalla medicina ufficiale e teniamo la diagnosi clinica come punto di partenza; ma a questa, come complementare e interagente, aggiungiamo la valutazione della disfunzione energetica sul soggetto per fare trattamento olistico e riabilitazione osteo-articolare-muscolare contemporaneamente. E’ chiaro che il trattamento tradizionale resta punto fermo ma a questo si affiancano la riflessologia, la fisiognomica, la medicina tradizionale cinese e tutte quelle discipline che hanno come elemento identificativo la natura, l’ambiente e la bioenergia”.
L’idea di fondo è che ogni organo/viscere sarebbe in relazione con tutti gli altri e il corpo verrebbe attraversato da una fitta rete di canali percorsi energetici. “L’energia che scorre in questi canali – aggiunge Barbarisi – si materializza in alcuni particolari punti che diventano delle spie, che a loro volta segnalano delle alterazioni/disequilibri sullo stato di benessere dell’individuo (diagnosi energetica/funzionale). Tale diagnosi si muove su tre livelli: sintomatico (lavorare sul sintomo), metaolistico (correlazione tra energia e funzione) e olistico (correlazione tra il corpo, la mente e lo spirito)”.
Il dott Barbarisi peraltro ha rappresentato, assieme ad altri, al Congresso nazionale della Società Italiana di Medicina Fisica e Riabilitazione, tenutosi a Campobasso, l’Asp di Siracusa apportando il proprio contributo scientifico sulle metodiche della medicina complementare utilizzate a scopo diagnostico/terapeutico nel trattamento delle problematiche muscolo scheletriche. “In verità – ci spiega – la capacità dell’operatore medico e dei collaboratori professionali sanitari deve puntare a ricercare la metodica o tecnica più rispondente in quel momento della vita del paziente”. Nello specifico il dott Barbarisi, ha concentrato la propria attenzione sullo studio e la ricerca della correlazione tra mappa riflessa e l’alterazione della funzione. Le mappe riflesse, situate in zone ben distinte del corpo (iride, mani, piedi, viso, etc) hanno la funzione di rappresentare il corpo in toto. Nelle linee energetiche che lo attraversano è possibile identificare degli squilibri che non sono altro che la manifestazione esteriore di una disfunzione bioenergetica di un organo/viscere che lo rappresenta. Tali disfunzioni possono interessare lungo le linee descritte, ad esempio una disfunzione della spalla, del colon trasverso e discendente, fino al piede.
“Alla base – dice l’esperto – vi è il principio della biofisica, espresso dalla teoria dell’ologramma, secondo la quale nelle parti infinitesimali, mappe riflesse (mano, occhio, piede), del nostro corpo vi è rappresentato il tutto e da esse è possibile riconoscere alcuni segni e sintomi per l’individuazione della disfunzione pur mantenendo intatto il principio che la diagnosi clinica resta della medicina tradizionale”. Correlare il disturbo funzionale con gli squilibri energetici in una visione olistica che valuti globalmente il paziente. “Un approccio globale – aggiunge il fisioterapista – che non tralascia, anzi integra, l’approccio metodologico tradizionale riconosciuto e convalidato a livello scientifico internazionale. Il punto cruciale che emerge è quello di trasmettere informazione e affidabilità sull’uso della metodologia integrata nell’ambito della riabilitazione e, soprattutto, di capire quanto sia possibile e necessario fidarsi della medicina complementare e integrarla con quella allopatica o utilizzare soltanto il protocollo tradizionale. La necessità primaria diventa, quindi, definire tempi e modi di applicazione del percorso integrato”.
Il vero problema della diagnosi energetica è però riuscire a testare lo squilibrio energetico che è alla base del disturbo funzionale. Ad esempio “lavorando su un problema muscolo-scheletrico con lesione di vario tipo – conclude Barbarisi – ed integrando le due discipline è possibile raggiungere la performance del soggetto in minor tempo con un vantaggio di efficacia ed efficienza. Abbiamo potuto dimostrare, con due gruppi omogenei a confronto, che su 10 pazienti, accompagnati dal percorso di medicina tradizionale, il 30% raggiungeva l’obiettivo dopo 12 sedute, invece negli altri 10 pazienti l’80% di loro, con trattamento integrato, raggiungeva le stesse performance in tre sedute con una diminuzione del dolore, un risparmio di costi e una migliore qualità di vita. L’idea è chiaramente quella di estendere la proposta a tutti i processi di cura”.
Il punto di lettura di Barbarisi è chiaro: medici, esperti e fisioterapisti devono analizzare il paziente a 360 gradi tenendo in considerazione tutti gli aspetti che su di esso agiscono in modo da valutare non solo il danno momentaneo ma anche i disturbi e i sintomi che possono o potrebbero causare il danno stesso e quando possibile produrre una riduzione dei rischi nello sviluppo di vecchi o nuovi episodi di malattia/disfunzione. Insomma vi è una vastità di interventi da utilizzare che devono integrarsi ed interagire per garantire a noi cittadini e utenti dei servizi una migliore qualità della vita.

Commenti recenti