Un pediatra siracusano: “Composti da materiali assorbenti ed impermeabili sono, in sostanza, prodotti chimici. Inoltre, più scadente è la qualità più è probabile che vi siano additivi. Il biologico, insomma, vale l’acquisto”
La Civetta di Minerva, 10 dicembre 2016
Qualche settimana fa, uno scandalo ha guadagnato le luci dei riflettori europei, ma è stato smorzato in poche ore. Secondo uno studio pubblicato sul quotidiano francese Le Parisien, nei pannolini di una delle marche leader del mercato, la Pampers, sarebbero contenute delle tracce di idrocarburi policiclici aromatici, in particolare antracene e crisene.
La notizia, subito ripresa e rilanciata da diverse testate, ha avuto una rilevante eco. Le sostanze su cui, secondo le prime risultanze, puntava il dito l’Associazione di medici santé et environnement français (Asef), erano sostanze classificate come cancerogene dalla regolamentazione europea e dall’associazione internazionale per la ricerca contro il cancro (AIRC).
Sul web – ma, immaginiamo, anche negli asili nido e nei reparti maternità – voci colme d’indignazione e angoscia. «Sono i nostri bambini», appariva scritto su una petizione online, lanciata da Élodie, una mamma francese, «che la Pampers ha deciso di contaminare, fabbricando dei pannolini con strati di idrocarburi aromatici policiclici, cancerogeni assodati, senza informare i consumatori». Di colpo, tutto acquisiva una spiegazione agli occhi di Élodie: «Io e mio marito avevamo avuto dei segni precursori: per esempio, il dolce odore di plastica fusa che emanava dai pacchetti maxi-formato che compriamo ogni mese e che ci costano un occhio…».
Mentre tutti gridavano allo scandalo, però, i giornali rettificavano: lo studio non era stato commissionato dall’Asef, bensì da una ditta concorrente della Pampers, che produce pannolini ecologici.
Vale la pena, en passant, di ribadire il concetto: i pannolini ecologici – sia usa e getta, che lavabili, biologici e biodegradabili – esistono e non sono nemmeno così dispendiosi rispetto alla media.
In ogni caso, lo scandalo-Pampers era stato, ormai, catalogato come bufala; fra l’altro, quantomeno per il mercato italiano, è prontamente intervenuto il portavoce della Faber (l’azienda che produce i pannolini Pampers nel nostro paese), per chiarire che ogni ingrediente utilizzato nel processo di fabbricazione è selezionato e controllato sia tramite test clinici, che da pediatri. Ed è vero che, nello strato più esterno, per evitare irritazioni e arrossamenti nei neonati, è applicata una lozione a base di petrolato, ma essa è purificata, in modo da rendere il componente innocuo e, anzi, adatto alla pelle dei bambini.
Quindi, si giustifica la Pampers, è vero che qualche derivato di idrocarburi è presente nella composizione dei prodotti assorbenti, ma preventivamente purificato e, comunque, nei limiti previsti dalla normativa europea.
E, a ben vedere, il problema è tutto lì: la legge – in maniera tendenzialmente scientifica e con aspirazioni di ragionevolezza – fissa delle soglie. Per la quantità di idrocarburi nei pannolini, esse sono di 0,2 mg ogni kg. Ma vi sono tanti altri casi vagliati e regolati dal Regolamento europeo REACH (Registration, Evaluation, Authorisation of Chemicals: registrazione, valutazione e autorizzazione delle sostanze chimiche): la normativa europea è particolarmente ricca in materia e diversi nuovi regolamenti e allegati sono intervenuti, da 2007 ad oggi, per integrarla e adeguarla alle innovazioni scientifiche.
Eppure – c’è un “eppure” – come possiamo essere certi che un dato materiale non sia dannoso (specialmente se adagiato sulla morbida pelle dei lattanti, per ore e ore, durante i primi anni di vita) e gli effetti nocivi si manifestino solo a distanza di tempo? La valutazione in termini probabilistici o a campione è sufficiente a metterci al riparo da danni collaterali?
Un pediatra siracusano (che ci risponde in via d’amicizia e che non vuole sottoporsi a una vera e propria intervista) ci ha confidato: «Pannolini e pannoloni sono composti da materiali assorbenti ed impermeabili; sono, in sostanza, prodotti chimici e nulla esclude che siano potenzialmente tossici. Inoltre, più scadente è la qualità, più è probabile che vi siano additivi chimici. Il biologico, insomma, vale l’acquisto».
Tumori e infertilità sono alcune delle malefiche conseguenze dell’uso protratto di idrocarburi. Uso che vuol dire contatto o anche ingestione. A tale ultimo proposito, una ONG tedesca, la Foodwatch, ha denunciato la presenza di sostanze nocive in prodotti di marchi noti e di acquisto comune, come il cioccolato o le patatine: contenevano, infatti, oli aromatici a base di idrocarburi sia saturi che aromatici, utilizzati, di regola, in un settore ben distante da quello alimentare, ossia quello degli inchiostri industriali. (Vi è venuta voglia di coltivarvi da soli i nostri begli orti sociali, vero?)
Sottrarsi al sistema e ai ripetuti attacchi alla nostra salute, probabilmente, non si può. Ciò che qualcuno (con più malizia, più tempo e più denaro) ha già iniziato a fare, però, è di adire le vie legali. E con interessanti risultati.
Per esempio, negli Stati Uniti, un tribunale ha condannato la multinazionale Johnson&Johnson a pagare ai familiari di una donna morta per un cancro alle ovaie, 72 milioni di dollari a titolo di risarcimento. Secondo la giuria, infatti, vi sarebbe stato un collegamento tra la presenza di amianto nel talco, da lei per anni utilizzato, e l’insorgenza della patologia.
Anche la nostra Cassazione, con una sentenza del 2009 – storica, ma poco commentata – ha condannato l’INAIL a versare una rendita per malattia professionale a un signore, affetto da un tumore al nervo acustico, causato dall’utilizzo protratto (per circa dodici anni) di telefoni cellulari e cordless. «L’esposizione alle radiofrequenze» si legge nella sentenza «per una media giornaliera di 5-6 ore e concentrata principalmente sull’orecchio sinistro» consente di asserire (sulla base di diverse consulenze tecniche acquisite al processo) la sussistenza del nesso causale tra l’uso del telefonino e la patologia sofferta.
E il “nesso causale”, questo legame così importante e di così difficile delimitazione, è ciò che consente (consentirebbe, meglio) una maggiore discrezionalità dei magistrati.
Traducendo il “giuridichese”, il nesso causale è quello che implica che un determinato danno-conseguenza è stato prodotto da un determinato evento, nel senso che senza il secondo non si sarebbe verificato il primo. Detta così sembra semplice, ma, in realtà, l’estensione di questo elastico causale può ridursi o ampliarsi in modo notevole. E, valutando le peculiarità del caso concreto, anche alla luce delle timide voci scientifiche che si alzano a denunciare le grandi multinazionali, consentire di ottenere giustizia (se non in termini di salute) quantomeno in termini economici e in termini mediatici.

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