Ridurre alla metà i letti ospedalieri, non sostituire i medici in pensione, non fare le assunzioni equivale a condannare qualcuno a morte. Spogliando di risorse e autorità i medici che lavorano fuori dagli ospedali si creano disparità
Chi scrive è un vecchio ingranaggio del sistema. Pur avendo una visione abbastanza vasta del mondo sanitario regionale e provinciale, potrebbe avere una visione distorta dalla posizione che occupa.
I giudizi più autorevoli sulla sanità siracusana sono e saranno sempre quelli degli utenti, cioè dei cittadini. Nessuno è autorizzato a pensare che qui appresso si voglia valutare negativamente qualcuno degli operatori sanitari. A suo modo, ciascuno fa quel che può e molti rendono molto più di quel che ricevono. C’è, anzi, un eroismo sempre più diffuso nell’affrontare il dolore e la sofferenza altrui con molti meno mezzi rispetto a certe realtà nazionali.
Bloccare le assunzioni per anni, incoraggiare il pensionamento di forti professionalità consolidate, indebolire la popolazione infermieristica, non riuscire ad assicurare il funzionamento delle apparecchiature, non acquistare nuove tecnologie, muoversi nel pantano di una politica non qualificata, non poter e non saper esprimere forti personalità nella leadership condanna il sistema a un fallimento preannunciato.
Non nego che queste mie valutazioni possano demotivare chi ogni giorno perde la salute per assicurare quel che si può a tutti.
Abbiamo un Direttore Generale che riesce a far sognare anche uno come me: già questo è dire tutto, per chi mi conosce. E’ circondato da uno staff con personaggi di valore, qualcuno anche sul piano nazionale. Dimostra ogni giorno che si può fare di più avendo di meno. Tuttavia il continuo de-finanziamento delle sanità italiane e siciliana ci priva non solo del futuro ma distrugge il poco che avevamo fin dall’inizio. Prendete allora questo scritto come una premessa importante per leggere quello che accade troppo spesso agli ammalati.
Chi capisce per primo dove sta il guasto è quello che ha più possibilità di riavviare la macchina. D’altronde passo i miei giorni sul territorio dove le macchine circolano (visito almeno 9.000 persone l’anno e nessuno paga nulla). Non posso non accorgermi che molte di queste macchine non funzionano. Faccio qui, quindi, il ruolo del meccanico, cerco i guasti e non mi arrendo. Qualcuno deve trovare le risorse per pagare le riparazioni e non è assolutamente facile.
Non dovrebbe mai accadere che un medico scriva che la salvezza di un ammalato sta nell’avere “un buon retrotreno”, un po’ di fortuna, insomma. Come dire che un meccanico è bravo perché ha “c..o”. Si ride per non piangere e noi Siciliani siamo maestri di quest’arte. Ma la salute è la salute e si tratta del destino di ognuno di noi e dei nostri cari. Ognuno deve fare la sua parte!
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Il culto del “posteriore”
Se c’è qualcuno che ancora si fa illusioni sulla situazione sanitaria siracusana, non sprechi il suo tempo a leggere quello che segue.
Avere dimezzato in trent’anni i posti letto in ospedale dà quotidianamente i suoi frutti. Avere appaltato alla sanità privata qualcuno di questi posti letto, tagliati alla sanità pubblica, avrà fatto la gioia degli amici degli amici, che hanno investito per anni sulle cliniche private, ma non accontenta le esigenze vere dei cittadini, quando cerchino risposte di salute con un’accettabile qualità e in tempi brevi. Forse per casi semplici, malattie non gravi, al di fuori di ogni emergenza, la spedalità privata può fornire qualche illusoria comodità alle persone ammalate (un bagno più pulito, un po’ di privacy, un sorriso in più, il decoro che altrove dovrebbe essere ed è scontato).
L’asino casca appena accadono le disgrazie. Non occorre che si tratti di malattie rare, improvvise, minacciose. A volte, quello che altrove è routine e automatismo, qui è emergenza. Provate a pensare che il vostro medico di famiglia riesca a subodorare in tempo utile che qualcuna delle vostre coronarie stia per occludersi. Credo che anche il più deficiente e irresponsabile dei cittadini pretenda di non perdere la vita o un bel pezzo del suo cuore, aspettando che si concreti un ricovero per una coronarografia e l’impianto di qualche “stent” alle coronarie occluse.
Se la minaccia per il cuore viene colta da un medico del Pronto Soccorso e ritenuta d’imminente pericolo per la vita, il paziente ha diritto a un ricovero, anche se un posto letto materialmente non è disponibile. Non ho mai capito se il criterio di urgenza, oltre che clinico, sia anche quello di evitare un procedimento penale nel caso che il paziente ci lasci le penne. Per non parlare, poi, di coscienza professionale. Leggendo più oltre, queste affermazioni potranno essere comprese.
Il guaio viene quando il sospetto dell’imminente pericolo che un cittadino possa rimetterci le penne nasce al di fuori del pronto soccorso. Ad esempio, nello studio del medico di famiglia o in quello dei cardiologi sul territorio che gli fanno le consulenze cardiologiche. Mettiamo che si riesca a conferire con un responsabile del reparto che si occupa di Cardiologia o emodinamica. Sapete tutti che è un’impresa trovare chi risponda al telefono. Non è strafottenza: o si curano gli ammalati o si sta al telefono che squilla continuamente! Mettiamo che il collega ospedaliero si fidi del tuo acume clinico e dei tuoi esami strumentali, mettiamo che tutti non sottovalutino il grado dell’emergenza, mettiamo che nessuno si trovi in condizioni di stress lavorativo, che si sia disponibili, cosa accade nella maggior parte delle volte?
Accade che il reparto dove il mio paziente, apparentemente ancora sano, deve andare non abbia mai un posto libero. Anche se lo avesse, deve tenerlo disponibile per quel povero disgraziato che l’infarto lo ha già fatto e aspetta in pronto soccorso che il suo cuore possa limitare i danni con una coronarografia d’urgenza, seguita immediatamente dall’applicazione di qualche presidio intra-arterioso che assicuri un flusso di sangue ossigenato, sufficiente a tenere in vita il muscolo cardiaco che sta morendo. Il comportamento del collega ospedaliero è corretto, si deve fare così.
La lista d’attesa solo per galantuomini
Allora io e il mio paziente, apparentemente ancora sano, dobbiamo avere senso civico e pensare che ci sia chi sta peggio. Aspetteremo che la casualità consenta che ci sia più di un posto libero e che si possa far posto a chi, sembra, rischi un po’ meno la pelle rispetto agli altri.
A volte le malattie obbediscono alle nostre previsioni. A volte provvede la più grande e potente delle divinità esistenti, che stia in cielo o chissà dove o che stia nel retrotreno di ciascuno di noi, come pensano gli infedeli come me, fatto sta che la gente si salva lo stesso. Il vero problema sta nell’avere senso civico, educazione e rispetto degli altri, in città come questa.
Mettiamo che l’ultimo caso, in ordine di tempo, che mi è capitato sia quello di una persona stupenda e un galantuomo, così perbene da sopportare con civiltà l’angoscia di sapere di essere in pericolo di vita imminente. Siamo stati fortunati entrambi. Era venuto per altri problemi, poi mi accenna vagamente che, malgrado sia dotato di grande resistenza, quando corre, a volte, deve rallentare perché accusa un bruciore, un disagio vago al petto. Mi preoccupo subito e in pochi giorni scoppia una grana grossissima. Il suo elettrocardiogramma da sforzo parla chiarissimo a tutti. Ha qualche serio problema alle coronarie. Lo stesso cardiologo che esegue l’esame si mette in contatto con qualcuno per avere immediatamente una coronarografia.
Non è possibile avere subito questa prestazione, vi è una lista d’attesa, bisognerà aspettare una telefonata per il ricovero. Mettiamo che, per quanto ragionevole e educato, il galantuomo cominci a preoccuparsi vedendo che, da un giorno all’altro, ha un’angosciante sensazione di costrizione toracica ma, via via, anche a riposo o dopo un lievissimo sforzo. Mettiamo che anch’io, sapendolo, mi cominci a turbare e tema che gli eventi se ne freghino della nostra educazione di saper aspettare il nostro turno. Mettiamo che gli educati, se sforniti di un “posteriore fortunato”, sono i primi a lasciarci le penne. Mettiamo che mi vergogni, alla mia età, di essere sottovalutato quando segnalo a un collega che sono veramente preoccupato per la vita di una persona che sembra sana, ma corre rischi seri.
Mettiamo che, lavorando come un matto dalla mattina alla sera, non abbia la voglia e il tempo di chiedere per cortesia quello che è dovuto alle persone ammalate. Mettiamo che mi girino certi ammennicoli quando devo convincere qualcuno, magari più giovane e meno esperto di me, che le mie valutazioni valgono almeno quanto le sue. Il bello è che lui ha le chiavi della porta dei ricoveri, io no!
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Una trappola senza uscita
Meno male che il galantuomo, pur curato con il massimo delle cure, si aggrava in pochi giorni e decide la cosa giusta. Ricorre al pronto soccorso di sera con un dolore al petto. Il medico di turno gli dice: “Scusi ma lei è matto, sapendo di avere problemi alle coronarie, aspetta che le venga un infartoˮ? Si apre così immediatamente e d’urgenza una porta chiusa. La coronarografia, immediatamente eseguita, svela una malattia coronarica avanzata. Nessuno l’avrebbe mai sospettato in un’età così precoce e in uno sportivo di discrete capacità fino a poche settimane prima.
Come avviene di regola, gli educati sono i primi a essere danneggiati dalla loro condizione. I medici dell’ospedale, apparentemente ignari di essere circondati da un muro di gomma, quasi quasi se la prendono con i medici del territorio che non hanno insistito abbastanza per ricoverare il galantuomo. Il galantuomo, da par suo, educatamente fa notare che persino il cardiologo specialista aveva chiesto la “cortesia” di un ricovero e che io stesso, medico di famiglia, ero preoccupato dalla progressione dei sintomi e sollecitavo una rivalutazione cardiologica urgente (venga a visita fra due settimane, prima di allora non c’è disponibilità: una risposta scontata del Centro Unico Prenotazioni!)
Qualche breve considerazione
I medici non son tutti uguali per chi ha deciso di mettere la chiave d’ingresso nelle degenze solo nelle mani di quelli che lavorano nei pronti soccorsi. Pur di risparmiare su tutto si creano delle mostruosità. Nulla da recriminare sui giovani colleghi messi sulle barricate dei pronti soccorsi a rischiare in ogni momento di tutto. Sono veri eroi. Ciò non deve, però, giustificare l’arroganza di considerare poco o nulla il lavoro dei medici del territorio, quelli che non hanno le chiavi per entrare in ospedale. Anche noi rischiamo di essere coinvolti nella responsabilità di non aver saputo evitare una morte evitabile o un’invalidità per tutta la vita.
A volte basterebbe una telefonata fra colleghi per definire quello che in una frettolosa prestazione in emergenza non è possibile chiarire. D’altronde, com’è possibile “perdere tempo al telefono” quando la gente si accalca nei nostri ambulatori e sta soffrendo dietro la porta del pronto soccorso?
Nessuno si rende conto che, riducendo il personale, sovraccaricando di burocrazia i medici, facendoli lavorare in emergenza continua, alla fine ci scappa il morto? Qualcuno ha spiegato bene ai decisori politici (che aquile!) che i siracusani del 2016 sono molto più ammalati di quelli degli anni ’70? Che l’età media dei cittadini è sbandata alla grande verso la vecchiaia, che non ci sono più giovani, che i vecchi si ammalano più di prima ma non muoiono più in pochi mesi?
Ridurre alla metà i letti ospedalieri, non sostituire i medici in pensione, non fare le assunzioni equivale a condannare qualcuno a morte. Spogliare di risorse e di autorità i medici che lavorano fuori dagli ospedali crea disparità e disagi paurosi!
Volete sapere chi saranno i prossimi condannati a morte? Getto sul piatto la mia ipotesi: gli educati, i mansueti, gli innocenti, quelli che non hanno santi in paradiso, i poveri e, si sa, quelli sforniti di un valoroso “derriere”!!!

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