“Tre milioni per attrezzare la clinica e la prendono gratis”

L’amministratore della società, Giuseppe Liuzza: “Adesso basta. Siamo stati spossessati dei nostri beni e accusati di essere una cosca criminale”

 

La Civetta di Minerva, 13 novembre 2015 – Defilati fino a questo momento e convinti della necessità di contrastare il ciclone giudiziario, che si è scatenato su di loro dal 2010, esclusivamente nelle aule giudiziarie, escono oggi allo scoperto i principali protagonisti della società Nuova Clinica Villa Rizzo: il ginecologo Giancarlo Confalone e Giuseppe Liuzza, amministratore della società, fratello del cardiologo Antonello Liuzzo (socio), il cui cognome Liuzza è solo uno scherzo dell’anagrafe.

“Finora non abbiamo voluto intervenire, abbiamo scelto un basso profilo, ma ormai la misura è colma – affermano -. Non è più possibile sentirsi accusare impunemente di bancarotta fraudolenta, o ancor peggio di riciclaggio di denaro o di essere la mente nera di chissà quale cosca criminale. Siamo di fronte a un attacco mediatico della controparte al quale intendiamo rispondere ricorrendo a tutti gli strumenti consentiti e più opportuni” (ed è evidente il riferimento a una contro denuncia per diffamazione).

Uno il punto cardine della loro difesa: la non veridicità di quanto dichiarato alla stampa dal dottore Gian Luigi Rizzo, figlio del dottor Franz, il chirurgo romano che nel ’78 ha rilevato la Clinica Villa Rosanna: “Senza tema di alcuna smentita come dimostrano i dati di fatto storici e inequivocabili, la clinica, autorizzata per 36 posti letto con la Regione Sicilia (rectius dal medico provinciale, ndr), fino a quando è appartenuta a mio padre, era unanimemente riconosciuta come fiore all’occhiello della sanità siracusana e ad essa si rivolgevano pazienti provenienti da tutta la Sicilia”.

“E’ lo stesso Franz Rizzo, dopo 10 anni dall’aver acquisito l’immobile della ex Clinica Rosanna, non l’azienda come attestato dal contratto di compravendita originario – raccontano Liuzza e Confalone -a voler creare una società con alcuni di noi medici, che già prestavamo la nostra opera nella struttura, per affrontare l’impegno gravoso della ristrutturazione dell’azienda in vista delle nuove autorizzazioni per esercitare l’attività sanitaria. Al momento del nostro subentro la clinica era ben lontano dall’essere quel gioiellino di cui oggi si favoleggia. Le dotazioni interne erano inesistenti, l’edificio fatiscente ed era indispensabile una complessiva riqualificazione”.

Ad attestarlo proprio il contratto di affitto del ’90 nel quale “non viene individuato alcun bene aziendale e componente immateriale (autorizzazione) che configuri l’oggetto dell’affitto come un complesso di beni funzionalmente organizzati per l’esercizio di un’attività d’impresa”. Non viene trasferito quindi un ramo d’azienda, la cui definizione è ben precisata da una consolidata giurisprudenza, ma esclusivamente un edificio, e d’altra parte ciò si evince tanto alla luce del provvedimento emesso dal Tribunale di Siracusa nell’ottobre 2014 quanto per affermazione della stessa curatela, come nell’altro articolo abbiamo mostrato.

Ma c’è anche altro di estremamente rilevante. “Al momento della stipula del contratto di affitto, era già in vigore la legge regionale 39/88, che disciplinava i requisiti tecnici ed organizzativi per l’esercizio dell’attività sanitaria – chiariscono i nostri interlocutori -. In essa era fatto obbligo alle case di cura già autorizzate di provvedere a un adeguamento ai parametri previsti nella normativa entro la data massima del 31 dicembre del 1989. Bene, questo adeguamento non era stato fatto così come attestato sia da una ctu dell’ingegnere Angelo Tamburini sia da una perizia giurata di parte dell’ingegnere Giuseppe Termini, acquisite nel 1996, nel corso di un arbitrato tra noi e i proprietari della clinica per una quantificazione delle spese da noi sostenute alle quali il dottor Rizzo parteciperà in maniera irrisoria (circa 100 milioni di lire)”.

In effetti nella ctu dell’ingegnere Tamburini, che abbiamo visionato personalmente, non solo sono elencate importanti carenze strutturali ma si fa anche riferimento a “documenti fantasma” che sarebbero stati prodotti dall’amministratore della Clinica Villa Rizzo e si dà conto di tutti i lavori effettuati dalla nuova società affittuaria. A confermarne l’entità la cifra finale quantificata da Tamburini: quasi un miliardo e mezzo di vecchie lire.

Secondo Liuzza e Confalone quindi, considerato anche che l’esercizio dell’attività sanitaria dopo il 31 dicembre 1989, in assenza dei requisiti di legge, costituiva illecito penalmente rilevante, sia il contratto sottoscritto nel marzo del ’90 che quello integrativo del dicembre dello stesso anno vanno non considerati come locazione di azienda ma semplicemente dell’immobile.

“Nel corso della nostra gestione abbiamo a nostro nome e spese conseguito la nuova autorizzazione sanitaria del ’92, il preaccreditamento del 2002 e infine l’accreditamento presso il servizio sanitario nazionale nel 2007, così come il successivo convenzionamento con l’Asp di Siracusa con l’assegnazione di un budget di circa 5 milioni di euro. E ogni volta che abbiamo cercato di coinvolgere la proprietà nelle ingenti spese da sostenere per adeguare l’immobile alle successive sopravvenute prescrizioni sanitarie abbiamo ricevuto solo rifiuti. Ancora nel 20007 abbiamo sostenuto una spesa di oltre due milioni di euro”.

Un’esposizione debitoria della NCVR che diventa insostenibile nel clima di grave crisi che negli ultimi anni ha travolto l’Italia, e non solo, quando le banche iniziano a chiedere il rientro dei crediti.

“Nel 2010 abbiamo tentato la via del concordato preventivo, dapprima ammesso dal Tribunale e approvato dai creditori, e successivamente, in verità, inspiegabilmente prolungatosi per quasi 3 anni, fino alla dichiarazione di fallimento del 2013, mentre si avvicina la data di scadenza del contratto di affitto, il 15 marzo 2014.

Un inutile accanimento, a nostro giudizio. La Regione non risponde neanche alla nostra proposta di trasferire l’azienda ad altri per 7 milioni e mezzo di euro. Sarebbero stati soddisfatti i creditori e superato il fallimento. Un silenzio incomprensibile, dal momento che altre cliniche erano state chiuse vendute e divise”.

Tutto quindi sembra voler spingere a mettere fuori gioco la società, compresa la partecipazione tra i creditori del dottor Gian Luigi Rizzo, “senza reale titolo – dice Liuzza – 600 euro anche questi fantasma: un tentativo di insinuarsi nel fallimento, bloccato dal curatore fallimentare e quindi dal  giudice delegato, con la speranza di ottenere l’azienda se non a costo zero quasi, senza voler riconoscere l’enorme valore aggiunto che la nuova società ha nel tempo apportato. Si è sventato all’ultimo minuto il tentativo di cedere al dottor Rizzo un patrimonio aziendale del valore di una decina di milioni per la ridicola somma di 400mila euro”.

A tutto ciò si aggiungono i risvolti giudiziari, pesantissimi, specie nei confronti proprio dell’amministratore Giuseppe Liuzza. Se, da un parte, per lui si è chiuso il giudizio relativo all’accusa di aver cercato di vendere ciò che non poteva vendere in quanto non nella sua piena disponibilità, dall’altra continua a pesare l’accusa di bancarotta fraudolenta, e quella di riciclaggio di danaro di cui si sente mormorare.

“La verità è sotto gli occhi di tutti – rimarca Liuzza -, siamo stati degli ingenui, abbiamo messo i nostri soldi e il nostro lavoro su un qualcosa dato in affitto che non poteva funzionare. Per poterlo portare avanti, senza l’accreditamento e l’intervento della proprietà, abbiamo accumulato debiti; abbiamo profuso ogni sforzo per ottenere il primo accreditamento restituendo valore al nostro patrimonio. Con molta diligenza, per affrontare la situazione, abbiamo usufruito anche degli strumenti concessi dalla legge, quali il concordato preventivo. Siamo stati spossessati dei nostri beni per l’intervenuta dichiarazione di fallimento, sulla base di un intervento della Procura dimostratosi poi infondato, e adesso veniamo accusati di malefatte solo perché qualcuno vorrebbe acquisire gratuitamente ciò che a noi è costato tanto lavoro, fatica e impegno. Aspettiamo la sentenza della Cassazione, per ora non possiamo fare altro. Ma non intendiamo darci per vinti” è la chiosa.

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