Il retaggio atavico della “marca” offusca le menti più deboli e ingrassa i fatturati dei soliti furbetti. Come confondere anche gli esperti vendendo lo stesso farmaco a prezzi diversi
Credo che nessuno potrà negare che la quota che i cittadini pagano sui farmaci diventa sempre più alta. La nostra amata Sicilia, depredata accuratamente negli anni scorsi tramite accordi tra politica e interessi mafiosi e no nella sfera sanitaria (pensate alle mille e più cliniche private convenzionate solo in Sicilia a fronte delle 800 circa in tutta Italia), paga i ticket su farmaci, esami di laboratorio e strumentali, più alti della nazione.
Cessata l’epoca in cui i debiti si scaricavano su “Pantalone”, da molti anni i siciliani ripagano di tasca loro quanto altri, siciliani e no, hanno sottratto per altri usi. Ecco uno dei motivi per cui diventa sempre più oneroso ammalarsi o aver bisogno della sanità pubblica. Una storia crudele che vuole insegnare ai posteri come una classe d’irresponsabili cicale (la mia generazione!) abbia pregiudicato la sanità delle future generazioni, lasciando il bene grande della salute agli appetiti insaziabili di personaggi che a mala pena dalle cronache si possono individuare.
Quando un farmaco ha perso il brevetto, chiunque può produrlo e commercializzarlo. Sebbene i procedimenti e le potenzialità industriali per farlo siano di altissima complessità, esistono un folto numero d’industrie, in Italia e nel mondo, capaci di produrre farmaci con standard pari o superiori a quelli del detentore del brevetto. Spesso le stesse multinazionali del farmaco hanno fabbriche dedicate alla produzione di molte sostanze che hanno perso il brevetto e sono commercializzate (dal 1965!) in tutte le parti del mondo, con ottimi guadagni e riconoscimenti internazionali. Peraltro il concetto di marca per il farmaco non esiste in molte nazioni del mondo e le denominazioni si rifanno alla molecola chimica.
Il fenomeno dei farmaci equivalenti o, peggio definiti, “generici” è vecchio di cinquant’anni. Come mai gli italiani l’hanno conosciuto da così poco tempo?
Per brevità dirò che negli anni trascorsi a qualcuno, molto in alto, gli equivalenti non convenivano. Allo stesso modo, mentre il mondo era conquistato dalla perfezione giapponese, fino agli anni ‘80 i veicoli giapponesi non potevano entrare in Italia per veti politici, notoriamente indotti da interessi ben precisi che ne temevano la concorrenza. Acquistare a prezzi quasi dimezzati le stesse molecole avrebbe consentito al Sistema Sanitario Nazionale risparmi di miliardi di lire. Una certa classe politica, ben variegata, aveva piazzato qualcuno all’interno dell’ente regolatore che aveva il compito di decidere i prezzi dei farmaci e che rendeva conto di ciò ai suoi mandanti politici.
Di fatto, per tanti anni, importanti aziende italiane hanno venduto farmaci provenienti da ricerca altrui. La loro funzione sostanziale era quella di commercializzarli, avendo” ottenuto” prezzi ministeriali che lasciavano margini ampi e remunerativi per qualcuno che non era certo il cittadino. Il primo inganno consisteva nel fatto che, quindi, dietro la marca italiana non ci fosse altro che un commerciante che comprava all’estero i farmaci o li produceva per conto del proprietario per poi commercializzarli con un nome di fantasia. Accadeva spesso che la stessa sostanza avesse tre o quattro nomi di fantasia e fosse commercializzata sia dal proprietario sia da altre aziende italiane ed estere. Nulla di male, se il prezzo fosse stato quello equo.
Il processo a Poggiolini, responsabile della struttura che determinava la mutuabilità e i prezzi dei farmaci, non è ancora finito e dimostra che i soldi nostri, spesi per i farmaci, hanno ingrassato branchi di pescecani, non escluso qualche appartenente alla mia categoria professionale, dove gli squali non mancano. Insomma il nostro sistema sanitario pagava un prezzo più alto per i farmaci e allo stesso proprietario del brevetto conveniva gestire il commercio del suo farmaco insieme a ditte italiane. Queste ultime avevano entrature ministeriali tali da ottenere un prezzo più alto del dovuto, lasciando oboli e premi a tutti i facilitatori.
Questo sistema di lobby fra politici, industriali o, meglio commercianti, del farmaco ha impedito per lunghissimi anni che noi pagassimo il giusto prezzo per il farmaco.
Leggendario l’esempio del Paracetamolo (nomi commerciali Tachipirina, Efferalgan) e delle vitamine, sostanze che hanno brevetti vecchi di un secolo e che in Italia sono venduti a circa sei volte e più del loro costo negli stati esteri. Anche i produttori di “generici o equivalenti”, per quei farmaci il cui prezzo non è imposto dall’ente regolatore italiano (Aifa, Agenzia italiana per il Farmaco, uno dei migliori al mondo per controlli di qualità), per la cosiddetta “classe C”, cioè i farmaci non dispensati dalla mutua italiana, praticano prezzi maggiorati per il mercato italiano, di certo alterato dalla presenza di lobby che si rifiutano di applicare il prezzo reale della molecola.
La tendenza a fare cartello per i farmaci da banco e non dispensati dalla mutua appare evidente a chiunque sia abituato a consumare farmaci che hanno anzianità di brevetto prossima ai trenta – cinquanta anni: il loro prezzo, confrontato con quello iniziale, è lievitato a livelli scandalosi, pur essendo sempre la stessa la loro composizione e uguali a zero le spese per la ricerca.
Tornando alla sanità siciliana, fatta salva la condizione di aggravio speciale in cui il cittadino ripiana, con i ticket rialzati, il buco economico lasciato dai precedenti governi regionali, il resto della spesa per i ticket in farmacia scaturisce dalla differenza tra un prezzo di riferimento, stabilito dalle autorità competenti su base europea e nazionale, e i prezzi che ciascun produttore assegna alla propria medicina.
Correttamente il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) rimborsa solo il prezzo di riferimento per un farmaco che abbia perso il brevetto. Un cittadino, che non abbia esenzioni per malattia o reddito, paga quattro o quattro euro e cinquanta, secondo il prezzo di partenza del farmaco (superiore o inferiore a 25 euro) quando questo è di marca e non scaduto di brevetto; due o due euro e cinquanta, se si tratta di farmaci generici o equivalenti. A questo punto è facile capire che, se si assumono molti farmaci, la spesa per i ticket diventa alta.
A parità di sostanza attiva, un cittadino siciliano, che voglia solo farmaci di marca originale, può pagare due o tre euro in più per ogni confezione, oltre al ticket dovuto per legge. Si possono, così, raggiungere i sette euro per ogni confezione. Una iattura se, come spesso accade, si hanno più malattie croniche!
Se, alla sfortuna di appartenere a una regione penalizzata dai ticket più alti d’Italia, si aggiunge quella di avere dei medici o specialisti inspiegabilmente affezionati solo alle marche e ferocemente avversi ai farmaci generici, la frittata è fatta!
Mi sovviene il caso di una coppia di pensionati molto anziani, invalidi al 100%, ammalati di una lunga serie di malattie gravi e croniche. Sono costretti a ricorrere cure di numerosi medici specialisti che si accavallano fra loro nelle prescrizioni e non prescrivono mai gli equivalenti. Hanno entrambi impiegato tutti i loro risparmi per curarsi, pur essendo invalidi totali ed esentati dai ticket ordinari, a causa delle differenze fra il prezzo minimo rimborsato e quello di marca dei farmaci dispensati dalla mutua, dal prezzo pagato per intero dei farmaci non mutuabili, più i vari integratori, secondo le recenti tendenze sempre più prescritti.
Sopportati, in silenzio, per anni, esborsi per entrambi fino a cento euro per volta, hanno avuto il coraggio di parlarne con me per vedere di poter salvare almeno un po’ delle due piccole pensioni falcidiate in farmacia. Sono riuscito a ridurre dei 4/5 la spesa, rivedendo tutte le prescrizioni e trasformandole in farmaci equivalenti e abolendo i vari integratori. Ho così scoperto che persino i farmaci equivalenti non sempre sono allineati al prezzo minimo di riferimento, che le medicine prescritte da specialisti o da medici ospedalieri spessissimo sono solamente di marca anche quando è disponibile l’equivalente, che, a parità di classe terapeutica, il medico specialista preferisce spesso il farmaco più caro. Inoltre è frequentissimo che, a fronte di situazioni cliniche non modificabili dai farmaci, fossero massicciamente prescritti integratori, cioè alimenti e derivati vegetali, privi di azioni farmacologiche.
Se mi è consentito suggerire dei rimedi ai cittadini, il primo è di chiedere se è possibile la sostituzione con gli equivalenti al proprio medico o, in subordine, al farmacista.
Se mai potessi avere un ascendente sui miei colleghi medici, suggerirei di diffidare dell’informazione scientifica fatta dalle aziende i cui farmaci, perdendo il brevetto, entrano in concorrenza con gli equivalenti, di non confondere composizione con biodisponibilità, di fidarsi del sistema di controllo sul farmaco dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) e del Nucleo Antisofisticazioni dei Carabinieri (NAS). Di riflettere sul fatto che i farmaci equivalenti sono usati da cinquant’anni in tutto il mondo, senza mai aver rilevato problemi di sorta.
Ai tetragoni colleghi, sostenitori della qualità della marca e della non equivalenza con i generici suggerirei, se potessi averne l’autorità, di assumersi la responsabilità di confermare le loro “intuizioni” compilando una scheda per reazione avversa da farmaci (è obbligo di legge farlo, quando si pensi che un farmaco non funzioni o non sia perfettamente equivalente), tutte quelle volte che sono convinti di non potersi fidare di un equivalente. Sarà obbligo degli enti preposti al controllo fornire conferma o meno sui sospetti di non equivalenza. Scoprirebbero che, finora, non è mai stato riscontrato alcun problema di adulterazione sulla qualità e sulle quantità dichiarate. Che nessuno può improntare un’officina farmaceutica, rispondente alle norme europee e internazionali, in un sottoscala partenopeo perché è molto più facile e conveniente comprare le sostanze attive, standardizzate e garantite, presso produttori e mercati specializzati in diverse parti del mondo. Che i controlli sulle sostanze farmaceutiche che provengono dall’estero sono molteplici, a partire dal luogo di produzione fino alla commercializzazione in Italia. Che la chimica farmaceutica non è elastica come la cultura scientifica media degli Italiani. Che il fatto che queste sostanze costino anche la metà del farmaco originatore sicuramente pregiudica la capacità di guadagno sia di chi produce farmaci sia di chi li vende, ingenerando, nei più spregiudicati, la volontà di confondere le menti più fragili con leggende metropolitane, allo scopo inventate, (il sottoscala partenopeo, la provenienza cinese, la quantità di farmaco minore, etc..). Sarebbe traumatico scoprire che alcune cosiddette aziende farmaceutiche, italiane e no, non hanno mai prodotto direttamente i farmaci commercializzati, acquistandoli presso lo stesso produttore che poi fornisce anche gli equivalenti o che, per tagliare spese e posti di lavoro, chiudono le produzioni e i centri di ricerca in Italia, per acquistare all’estero a prezzi più bassi gli stessi farmaci che prima producevano.
Ai cari concittadini raccomando di usare queste righe come un manuale di sopravvivenza in una regione e in uno stato che hanno la febbre alta e che cercano una via di salvezza dopo decenni di malgoverno e mancata tutela dei più deboli.

Commenti recenti