Restituita alla città, negata ai non vedenti

La riqualificazione dello sbarcadero sul Porto Piccolo, inaugurata il 7 giugno, ha compreso la realizzazione del lungomare. Per chi non vede o è ipovedente, però, manca il percorso tattile, il bordo sull’acqua resta basso e in più tratti scoperto. La legge sull’eliminazione delle barriere si applica anche alle ristrutturazioni; forse il progettista non lo sapeva?

Il nuovo Sbarcadero Santa Lucia è forse la più grande riqualificazione dell’Amministrazione Italia: un ex piazzale di sosta asfaltato sul Porto Piccolo, trasformato in una piazza pedonale da 14mila metri quadri e inaugurato il 7 giugno 2026. È costato 3,3 milioni di euro, 2,6 dei quali (quasi 80%) di fondi pubblici del Piano di Azione e Coesione 2014-2020. Per la legge, un’opera così doveva nascere accessibile. Il Decreto del Presidente della Repubblica n.503 del 1996 applica le norme sull’eliminazione delle barriere architettoniche «agli edifici e spazi pubblici di nuova costruzione, ancorché di carattere temporaneo, o a quelli esistenti qualora sottoposti a ristrutturazione», e all’articolo 4 chiede che ogni spazio a prevalente fruizione pedonale preveda «almeno un percorso accessibile» anche alle persone con ridotta o impedita capacità sensoriale. Sul lungomare appena consegnato, quel percorso per chi non vede non c’è.

Chi scrive percorre quei luoghi con il bastone bianco. Nel sopralluogo condotto a giugno lungo tutta l’opera non si trova un metro di percorso per non vedenti. Nessuna mappa tattile all’arrivo, nessun segnale di pericolo a terra. Lo stesso DPR 503, all’articolo 1 comma 2 lettera C, chiama «barriera architettonica» «la mancanza di accorgimenti e segnalazioni che permettono l’orientamento e la riconoscibilità dei luoghi e delle fonti di pericolo per chiunque e in particolare per i non vedenti, per gli ipovedenti e per i sordi». Sul posto, quella definizione descrive lo Sbarcadero. Per chi non vede, alla lettera della norma appena citata, è una barriera architettonica nuova di zecca.

In verità, il progetto dell’architetto Ivan Minioto aveva accennato ad una proposta per i non vedenti. Infatti, nella relazione (ripresa da un giornale locale) si legge che «per agevolare la lettura degli spazi esterni da parte dei portatori di handicap visivi, vi sarà una netta separazione della zona interessata dal traffico veicolare limitato con quella della passeggiata lungomare ad essa affiancata, grazie all’installazione di barriere fisiche quali sedute ed alberature». Ovvero, viene proposto ai non vedenti di orientarsi con panchine e alberi. Ma una fila di alberi distanziati e qualche panchina non si seguono con il bastone come una guida continua, e non avvertono del pericolo prima di arrivarci. Il codice tattile a terra, quello che segnala il percorso e il rischio a chi cammina con il bastone, non è stato previsto.

Poi c’è il mare. Il muretto verso l’acqua è stato abbassato, per scelta dichiarata, per «restituire la visione» a chi vi passeggia. Dove la protezione è rimasta, il muretto misura circa 57 centimetri. In più tratti, e proprio in corrispondenza degli approdi dove il muretto si interrompe, non c’è più nulla e la pavimentazione finisce diritta sull’acqua. Più oltre resta una catena tesa tra paletti bassi, pericolosa, potrebbe far perdere l’equilibrio verso il mare. Un ciglio scoperto sul porto, o protetto solo da una catena, non ripara nessuno dal pericolo: chi non vede, un anziano, un bambino, chi spinge una carrozzina. Per i parapetti a difesa del vuoto il Decreto Ministeriale 236 del 1989 fissa un metro di altezza minima; su un bordo di banchina, che è demanio marittimo, quale soglia esatta valga andrà stabilito da un tecnico, perché possono concorrere le regole della navigazione e le ordinanze della Capitaneria. Prima ancora della misura, però, resta il fatto: l’altezza di 1 mt non si raggiunge, e in molti tratti manca del tutto. Sul ciglio non è stata posata neppure la superficie tattile che, dove le banchine sono fatte a regola, segnala il pericolo un passo prima.

Gli attraversamenti che collegano le due metà dell’area arrivano senza il raccordo a raso che la norma indica come ottimale a due centimetri e mezzo. Mancano il segnale tattile d’arresto a terra e l’avvisatore acustico. E tutto è nella stessa pietra chiara: le rampe, i gradini, i cordoli e i bordi hanno la tinta del piano su cui poggiano. La sommità di un cordolo, la sua faccia verticale e il marciapiede vicino si presentano all’occhio come un’unica superficie piatta. Chi ha un residuo visivo non vede dove finisce l’orizzontale e comincia la discesa: il primo gradino verso l’acqua e il bordo carrabile si confondono con il piano. La pietra, bella e uniforme, da bagnata diventa scivolosa e cancella i pochi riferimenti rimasti.

Una parte degli obblighi l’opera la rispetta, e va riconosciuto. La superficie è quasi ovunque su un piano unico, ampia, senza gradini per lunghi tratti: con una carrozzina, sul piano, ci si muove. Gli stalli riservati alle persone con disabilità ci sono, freschi di vernice, accanto al percorso pedonale. Restituire la vista del mare era un obiettivo legittimo. Abbassare la protezione fino a renderla inefficace, e affidarla altrove a una catena, è il modo sbagliato di raggiungerlo.

Manca poi, da un capo all’altro, una corsia pedonale distinta dalla sosta delle auto e dalla zona di alaggio delle barche: si cammina sulla stessa superficie indifferenziata, e la passeggiata in lastre a tratti finisce di colpo sulla sabbia. E per il collegamento con la riviera Dionisio il Grande lo stesso progetto del Comune parla di «una rampa corredata da scalini e aiuole»: alla lettera, un passaggio che una sedia a rotelle non supera. Al momento del sopralluogo, sul piano restavano appoggiati telai metallici quadrati, dello stesso grigio delle lastre e non fissati, in qualche caso fuori squadro: un profilo rialzato di pochi centimetri su cui si inciampa. Poco lontano una caditoia ha le feritoie orientate nel senso di marcia, pronte a trattenere il puntale del bastone e le ruote piccole di una carrozzina, a un passo dal ciglio dell’acqua.

C’è una cornice che rende tutto questo prevedibile: Siracusa non ha ancora un Piano per l’Eliminazione delle Barriere Architettoniche (PEBA), come ricostruito su queste pagine: l’obbligo risale all’articolo 32 della legge 41 del 1986, rafforzato dall’articolo 24 della legge 104 del 1992. Dopo l’atto di indirizzo del Consiglio Comunale del febbraio 2024 sono arrivati la nomina del responsabile del procedimento e l’incarico per la stesura, ma il piano non c’è. A quasi quarant’anni dall’obbligo, un Comune che realizza un lungomare da tre milioni prima di avere la mappa delle proprie barriere mostra in quale ordine tiene le priorità.

Il piano mancante non cambia gli obblighi. Il DPR 503 vale opera per opera, e un lungomare pedonale rifatto da zero doveva prevedere il percorso accessibile e la segnalazione del pericolo a prescindere dal PEBA. La conformità a queste norme, lo ricorda il Testo Unico dell’edilizia, è in capo ai tecnici che progettano, dirigono e collaudano l’opera, ferme restando le valutazioni che solo gli atti di collaudo e la committenza possono chiarire. E la legge, dal 2006 con la tutela giudiziaria delle persone con disabilità e dal 2009 con la Convenzione ONU ratificata in Italia, qualifica come discriminazione la barriera architettonica lasciata in piedi, e ne consente la contestazione davanti a un giudice. Sono osservazioni su fatti verificabili e su norme di legge su cui l’Amministrazione è libera di replicare.

Le cose da fare sono poche e costano poco, e si aggiungono a un’opera già finita:

un percorso tattile dall’ingresso alla passeggiata e agli attraversamenti;

una mappa tattile all’arrivo,;

una protezione a norma;

una superficie di allerta lungo tutto il ciglio dell’acqua;

il contrasto cromatico sui dislivelli;

un avvisatore agli attraversamenti

Tutte opere dal valore minimo su i 3 milioni già spesi. Un lungomare pubblico è di tutti soltanto quando anche chi non vede può percorrerlo da solo, e chiunque può camminare lungo il bordo senza rischiare di caderci dentro.

 

Alessandro Calabrò è un autore e divulgatore italiano specializzato in accessibilità digitale, tecnologie assistive e autonomia delle persone con disabilità visiva. Nato a Siracusa il 2 agosto 1997, è autore di due libri: «Come usare VoiceOver su iPhone» (2024) e «Nuove visioni. L’AI a supporto della disabilità visiva» (2025). Nel gennaio 2026 ha fondato Aretusapedia, l’enciclopedia digitale accessibile dedicata a Siracusa (https://aretusapedia.it). È Consigliere UICI Siracusa, componente della giunta della Consulta Civica del Comune di Siracusa con delega all’inclusione, accessibilità e innovazione, e delegato regionale per la Sicilia di ANED. Sito personale: https://alessandrocalabro.it/chi-sono/.

Nota. DPR 503/1996: art. 1 comma 3 (le norme si applicano agli spazi pubblici di nuova costruzione e a quelli esistenti sottoposti a ristrutturazione), art. 1 comma 2 lettera c (definizione di barriera architettonica), art. 4 comma 1 (almeno un percorso accessibile, anche per disabilità sensoriale). DM 236/1989: parapetti a difesa del vuoto, altezza minima un metro e inattraversabilità da una sfera di dieci centimetri (punto 8.1.10); raccordi a raso, dislivello ottimale 2,5 cm e massimo 15 cm (punto 8.2.1). Legge 41/1986, art. 32 commi 21-22, e legge 104/1992, art. 24 (obbligo del PEBA). DPR 380/2001, art. 82 (conformità in capo a progettista, direttore dei lavori e collaudatore). Legge 67/2006 e Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, ratificata con legge 18/2009. La misura del muretto, circa 57 cm, è un rilievo dell’autore.

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