“Cari colleghi, mi fate pena perché siete deboli davanti a quei subdoli ricatti che gli imprenditori vi fanno, non capite che non ci guadagnate niente anzi state perdendo tempo e salute mentre l’imprenditore vi ricatta con il sorriso. Non capite che se continuate a rinunciare ai vostri diritti, un giorno vivrete in un universo di oppressi e in quel mondo di schiavi lascerete i vostri figli, quegli stessi per cui vi battete il petto dicendo “devo portargli il pane”, invece gli state lasciando in eredità un futuro di soprusi e ricatti. Non pensate d’essere forti se resistete a queste pessime condizioni, siete invece senza spina dorsale, con la testa abbassata tutti i giorni della vostra vita grazie alla mancanza di rispetto che avete in voi stessi”.
Alessia Incontro, hai inviato un messaggio su WhatsApp a un imprenditore per rifiutare l’ennesima offerta di lavoro umiliante scrivendo: “basta vendermi all’ennesimo ricatto”. Poi hai scritto anche un messaggio su facebook rivolto ai tuoi colleghi. La tua condizione lavorativa è tanto disperata?
Giudica tu: sono una ragazza di 38 anni che lavora da 20 come cameriera e ora ha raggiunto il culmine dopo un continuo e intenso sfruttamento. Lo sai qual è la mia paga? Finora dagli imprenditori ho ricevuto 3,5 € l’ora per dieci ore al giorno senza diritti ma solo tante vessazioni. Inoltre, dopo tutto questo periodo, ho solo quattro anni di contributi versati. Per di più, sono centinaia i giovani che vivono in questa identica situazione e mi trovo sola. Non è più che giustificata la mia collera nel vedere tanti colleghi servili che seguitano ad accettare questo? Dov’è il nostro futuro?
Allora hai deciso di uscire allo scoperto
Certamente! Durante il periodo di quarantena ho creato un gruppo facebook composto da circa 70 lavoratori, gran parte camerieri e della stessa zona, con lo scopo principale di rifiutare il lavoro in nero e chiedere compatti ciò che sarebbe normale avere per un qualsiasi lavoratore: contributi, malattie e giorni di riposo pagati. Inizialmente, tutti hanno aderito condividendo in pieno le mie proposte, ma finito il lockdown hanno ripreso la loro vita lavorativa come prima e siamo rimasti solo in quattro a continuare questa giusta lotta.
È la tua prima esperienza “battagliera”?
Sì. A un certo punto l’assurda situazione che vivevo mi ha fatto scoprire diversa. Ho pensato che dovevamo farci sentire in altro modo ed ero convinta che così potevamo ottenere i nostri diritti.
Eppure, l’ammetto, ho dei momenti di delusione e sono sfiduciata dalle tante cose che vedo intorno, non vorrei fare più nulla. Ma sono solo momenti perché poi mi riprendo e capisco che questa lotta deve proseguire perché è la volta buona. Ora ho incontrato un gruppo di donne, belle persone, che vogliono sostenere le mie scelte.
Trovi solidarietà fra i tuoi colleghi?
La trovo più tra queste donne che tra i miei colleghi che vivono la mia stessa situazione, ma che hanno ceduto al ricatto e alle vessazioni per pochi spiccioli. Soprattutto tra i giovani, pochi hanno voglia di combattere per un avvenire migliore e mi sembra che stiano bruciando il loro futuro. Mi sarebbe piaciuto vivere negli anni ’70, tra i giovani di quella generazione: immagino quel periodo come molto entusiasmante. Oggi, dei settanta che eravamo, sono rimaste solo quattro donne. Tutti gli uomini, anche i più infervoriti, si sono ritirati. Forse c’è più coscienza tra le donne, in questa come in altre contestazioni
Sei certa di giungere allo scopo?
Sì, di questo sono certa. Bisogna anche denunciare gli imprenditori che si difendono parlando del covid e delle mutate condizioni economiche. Invece il covid non ha cambiato nulla nella categoria: eravamo sfruttati già prima del lockdown. È vero l’imprenditore subisce alti costi sui dipendenti, però la soluzione non è quella di scaricare tutto ciò su di noi; dovrebbe cercare di mettersi d’accordo con i propri dipendenti in una collaborazione quasi amicale per il comune interesse. Ho anche scritto su facebook: tu imprenditore, se non puoi permetterti un dipendente, sbracciati e spaccati la schiena da solo invece di sfruttare, oppure combatti la guerra dei diritti non contro il tuo lavoratore, ma contro il sistema insieme al tuo dipendente che starà al tuo fianco.
Cosa dire del sindacato?
È completamente assente, inoltre non vi sono controlli dell’ispettorato del lavoro specialmente perché sono appena in tre, quindi facilmente individuabili quando stanno per raggiungere un’attività, e fra i miei colleghi c’è omertà. Devi sapere che per tanti è normale lavorare in questo modo, con questi orari e guadagni, anzi mi dicono che pretendo troppo fra diritti e rispetto da lavoratrice e donna.
Io sarei presuntuosa, dovrei invece ringraziare, non si accorgono del futuro che li attende.
Questo lavoro ti piace?
Ne ero contenta fino a quando non mi sono stancata per questa situazione. In quest’attività conosci tanta gente con culture e modi di fare diversi, poi ti serve un po’ di psicologia per capire il cliente che hai davanti. L’ammetto: tutto ciò mi ha insegnato a rapportarmi con la società. Ma ora quella passione è passata, anche se rimango dell’idea che se fatto bene e con i giusti diritti è un bel mestiere.
Hai mai pensato a un’attività indipendente da compiere?
Io e le altre quattro amiche ci abbiamo pensato, poi con il covid tutto si è bloccato, ma non nascondo che mi piacerebbe.
Gli ultimi sviluppi relativi a tutte queste interviste e incontri?
Ultimamente sto incontrando varie persone interessanti, ora anche il sindacato sta prestando attenzione dopo le mie denunce e interviste rendendosi disponibile da subito, poi mi è stato detto che il segretario del ministro del lavoro mi sta cercando telefonicamente. Vediamo se avverrà questo contatto. Certamente, sarà una cosa importante per tutti noi, anche per chi non si è esposto

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