COVID 19. FARMACI SALVAVITA? UN’ILLUSIONE PERICOLOSA

 

Quello che accade in Italia è variopinto come i suoi paesaggi. A Siracusa, però, abbiamo un tocco artistico.

Con una serena valutazione in controcorrente con i fatti e l’opinione pubblica il direttore sanitario Madeddu con orgoglio difende il suo lavoro, l’ospedale, i suoi medici. Certo crede che tutto quello che accade qui sia il frutto di un virus sconosciuto e di una programmazione nazionale ridicolmente inadeguata. Davanti alla contestazione diffusa sui vertici della sanità siracusana difende i numeri che parlano di ricoveri, di guariti più di ogni altra parte d’Italia, di pochi infetti e qualche sparuto ricoverato.

È la figura che tutti desidererebbero, quasi un padre nobile che rassicura tutti ed ha l’ottimismo del bravo condottiero. È anche uno studioso di grandi capacità e un fine letterato. Peccato non metta in conto che ragionare sui numeri presupponga un metodo ineccepibile di raccolta dei dati e, quindi, una fiducia cieca in chi li produce e li raccoglie. Proprio per questo dovrebbe preoccuparlo l’altro versante della sanità diffusa sul territorio, quello dei medici di famiglia che qualche dubbio su numeri ed efficienza lo nutrono. Fa bene a zittire certo giornalismo che si occupa abusivamente di epidemiologia ma dovrebbe essere più aperto al colloquio con due primari emeriti, Scifo e Giudice, consulenti del Sindaco, che hanno contestato molti dei numeri che fanno da supporto alle sue rassicurazioni. Se è vero che chi è dubbioso appartiene ai malpensanti e disfattisti, è anche vero che certe disposizioni obbligatorie come tre mesi di ferie e prepensionamenti per dirigenti di vertice, qualcosa di poco rassicurante lo suggeriscono.

È poi stato un bel colpo quello di imporre il nome del pediatra Gilistro nel comitato scientifico delle Unità Speciali di Continuità Assistenziale-USCA.

Questo esuberante e simpatico pediatra ha imperversato sui media suggerendo a politici, medici, cittadini le sue intuizioni, le sue certezze, la sua impellente necessità di salvare dalla morte gli ammalati di covid 19. Ha convinto tutti che un trattamento precoce delle persone ammalate con alcuni farmaci avrebbero diminuito di molto le evoluzioni mortali della sindrome virale pandemica.

Sebbene qualcuno in possesso dei titoli sindacali abbia sollecitato un’audizione presso il consiglio disciplinare dell’Ordine dei Medici, il dottor Gilistro deve avere stregato il Direttore Sanitario. Non c’è stata alcuna necessità di esaminare il suo curriculum di ricercatore, docente, infettivologo (?) ed è subito entrato a far parte del comitato scientifico delle USCA.

Certo è apparso strano a molti che a Siracusa avessimo clinici così abili e competenti da poter salvare vite che altri non avevano saputo salvare. Eppure in tutte le parti del mondo i migliori ospedali e i più evoluti istituti di ricerca non riescono ancora a risolvere il problema. Si stanno esplorando tutte le possibili strategie di cura. Anche i migliori istituti mondiali di controllo ed uso del farmaco hanno dato il loro assenso alla sperimentazione di tanti e diversi protocolli di cura.

Non è facile, in emergenza, stabilire l’efficacia di una cura sperimentale su un virus che ha mille facce sintomatologiche e spazia da nessun sintomo ad un banale raffreddore, due giorni di febbre leggera, una sindrome influenzale modesta o una più grave, fino al quadro terrorizzante di una polmonite devastante, che uccide molto spesso.

Volendo, però, usare la ragione noi sappiamo che la letalità di questo virus si aggira attorno a 3%, il che vuol dire che nel 97% dei casi la natura ci protegge, guarendoci spontaneamente.

Con una percentuale così alta di guarigioni naturali crolla immediatamente la possibilità di definire cosa possa determinare sull’esito finale una qualsiasi cura fatta nei primi giorni di malattia.

Di certo è accaduto che quella terapia che sembrava promettente a tutti, Gilistro compreso, a base di idrossiclorochina e azitromicina da intraprendere nei primi giorni di malattia si è rivelata inutile e pericolosa. Persino l’idrossiclorochina negli ultimi due studi appena presentati appare un rimedio discusso e da chiarire ulteriormente in ulteriori studi.

In sostanza, al momento attuale, nessuno degli strumenti farmacologici che la scienza ci ha consentito di usare ha dimostrato di funzionare. D’altronde lo sapevano tutti che non vi era cura attiva per i coronavirus. Solo l’ossigeno terapia forzata ha dimostrato qualche sicuro beneficio. Persino l’eparina usata fin dai primi casi in Cina non è in grado di cambiare il destino di chi deve morire. C’è ancora da studiare ed aspettare per conoscere la verità.

Ci spiace farlo sapere al direttore Madeddu e al dottor Gilistro. Magari un attento approccio clinico più lungimirante, qualche tampone in più, qualche schema rigido e superato in meno, una maggiore efficienza del sistema, una collaborazione più stretta con i medici di famiglia sono la vera e unica risorsa che ci resta.

C’è troppo amore per la burocrazia ed i veti incrociati per far funzionare le USCA. I fenomenali tempi morti per avere i risultati dei tamponi, la non concessione del tampone proprio a causa dei veti incrociati, posti spesso da un epidemiologo e non da un clinico, hanno fatto e faranno la differenza proprio nell’area iniziale della malattia che si voleva affidare ai farmaci. Trascinare la diagnosi fino al decimo giorno è più pericoloso di un tampone sprecato. Per non dire che ormai con i portatori sani, le incubazioni oltre i 14 giorni, le forme minime della malattia, tanto più diffuse di quello che pensavamo due mesi fa, dovrebbero istillare qualche dubbio agli ottimisti.

Potessimo dare un consiglio non richiesto agli ottimisti, affermiamo che sono i dubbi che fanno la scienza.

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