![]()
Siamo grati al dottor Franco Sciuto, neuropsichiatra infantile, già Difensore per i Diritti del Bambino e dell’Infanzia al Comune di Siracusa, di aver voluto affidare a La Civetta queste sue considerazioni sugli effetti di questa, almeno al momento invincibile, epidemia sulla psiche umana, su come potrà essere diverso il domani, su una possibile discontinuità con il passato solo però se ci si affiderà all’ “impegno degli gli uomini di buona volontà”.
La neurobiologia delle relazioni umane ha scoperto che esiste un cervello sociale capace di empatia, di solidarietà, di altruismo. L’uomo è quindi capace di una capacità distruttiva che non ha eguali in altri esseri viventi, ma anche di una grande capacità di amare. La neurobiologia delle relazioni interpersonali dimostra che soprattutto nei primi anni di vita si strutturano modelli relazionali abbastanza stabili. Le modifiche a questi modelli relazionali sono solitamente molto lenti e difficili man mano che cresciamo. Ci sono però eventi che rendono le modifiche di questi modelli più veloci: sono esperienze di “discontinuità” psicologica ed esistenziale.
L’emergenza Covid 19 ha creato certamente una discontinuità nella nostra esistenza. Ha modificato persino la percezione dei confini del nostro corpo e del nostro corpo sociale. Sono mutate le nostre priorità. Pensavamo di poter costruire un mondo senza sofferenza ma ci siamo resi conto di vivere in un mondo senza vere relazioni interpersonali.
Anche se una realtà complessa come sono i comportamenti sociali non possono essere definiti per categorie, per un intrecciarsi di modalità diverse e a volte contrastanti in ognuno di noi, certamente humus sociale e relazionale pre Covid ha favorito, sul piano psicologico, lo sviluppo di una struttura narcisistica delle relazioni interpersonali.
In tanti, con formazione professionale e culturale diverse, hanno espresso la convinzione che alla conclusione delle drammatiche giornate che tutto il mondo sta vivendo a causa della pandemia, il nostro modo di vivere cambierà e il mondo sarà migliore. In effetti in questo periodo i livelli di solidarietà sono molto cresciuti. La pandemia ci ha fatto incontrare con la paura e la sofferenza e ci ha fatto dubitare del nostro senso di onnipotenza e della fiducia nella tecnologia e la scienza: ha messo a fuoco la nostra fragilità e i nostri limiti.
Pertanto è innegabile che stiamo vivendo una situazione di discontinuità che può modificare la struttura del nostro cervello sociale. Pensare, pertanto, che la fine della pandemia ci lasci in eredità la capacità di maggiore fraternità, addirittura tra i popoli, come stiamo sperimentando in questi giorni è un auspicio e una speranza. Ci chiediamo però perché solo ora? Anche prima della pandemia i media portavano nelle nostre case situazioni drammatiche ma certamente non davano adito a tanta capacità donativa.
Le motivazioni sono tante. Ne elencherei alcune, di carattere psicologico:
– La prossimità fisica e psicologica con le persone in situazione di fragilità e sofferenza. La rappresentazione immediata che la sofferenza della persona accanto ha probabilità ben più alte di colpire anche me di quanto ne abbiano le situazioni drammatiche vissute in regioni distanti.
– Il rinforzo dato dall’apprezzamento generale dei media e della popolazione tutta a comportamenti di solidarietà.
– Lo spirito di gruppo e il sentirsi competente. Il sentirsi parte di una battaglia, dove io sono costruttore, partecipante attivo e competente.
La motivazione che mi sembra però più significativa è aver vissuto l’esperienza del dono e della reciprocità. Due esperienze che modificano la neurobiologia del cervello sociale, ingaggiando parti di esso orientate al bene e all’amore verso il prossimo. Si sono creati contesti di reciprocità, dove al dono di uno c’è stata la risposta dell’altro. L’esperienza del dono dato e ricevuto, pertanto, sprigiona energie positive dal nostro cervello sociale, lo modifica ampliando le sue potenzialità e dona gioia in sé e negli altri. Per chi crede garantisce la presenza del Divino tra di noi e nella nostra anima.
Tutto ciò garantisce, come in tanti auspicano, che il “mondo che verrà” alla fine della pandemia sarà migliore? Purtroppo no! E’ probabile, quindi, che il “mondo che verrà” sarà diverso, ma non necessariamente migliore anche se ci sono tante condizioni affinché ciò avvenga.
Per questo è utile uscire dalla retorica e prendere consapevolezza che, come sempre, sono aperte più strade e approfondire attraverso quali processi possiamo giungere a sviluppare un cervello sociale capace di fraternità. Questo processo deve ingaggiare tutte le scienze!
I maggiori punti critici che remano contro questo processo sono:
– Le modalità di elaborazione del dolore per le tante persone care decedute. In questo momento il dolore della perdita è contenuto da un lutto sociale e profondo che tutti insieme stiamo vivendo. Presto questo potrà scomparire e il lutto vissuto in solitudine darà adito a sensi di colpa e alla ricerca del colpevole
– I livelli di povertà. Senza risposte adeguate, soprattutto da parte dell’Europa, l’emergenza economica, senza una modifica della struttura economica e produttiva, come indicano alcuni economisti illuminati, porterà ad una emergenza sociale.
– Programmi modificati. Come ci adatteremo a cambi di programmi e a modalità radicalmente diverse di muoverci, lavorare, relazionarci? Sapremo trovare modalità diverse di concepire il benessere e la salute, organizzando in modo diverso la sanità; scopriremo le priorità e l’importanza, per esempio, della conservazione e rispetto della natura?
– Avendo una classe politica mediocre e sempre pronta al conflitto, in che modo sarà capace di lavorare per il bene comune e non per un tornaconto personale alimentando paure e rabbia sociale?
– La capacità sociale di contenere la mafia e gli usurai sarà tale da permettere che non aumenti la loro invasività nel tessuto sociale?
Infine vorrei ricordare i livelli di sofferenza che si stanno vivendo in tante famiglie, oltre la povertà: abitazioni piccole e con tanta promiscuità; famiglie con situazioni di violenza che viene amplificata in questo periodo; famiglie con bambini disabili difficili da contenere.
Come sarà elaborata questa sofferenza e quali tracce lascerà nei bambini e negli adulti più fragili?
Molti, quindi, i punti interrogativi!
È più facile pensare che questa emergenza amplificherà in noi quegli aspetti già esistenti: chi era orientato alla costruzione del bene comune sarà rinforzato in questo schema sociale; chi era orientato a comportamenti narcisistici sarà rinforzato in questi.
Ciò nonostante è innegabile che la discontinuità creata dalla pandemia è tale da poter affermare che “può nascere un altro uomo”. Questo proprio perché tutti possiamo renderci responsabili dello sviluppo della struttura sociale del nostro cervello, a scapito delle strutture narcisistiche. Certamente da questo punto di vista la pandemia è una opportunità: far evolvere l’uomo e la comunità umana verso l’Unità! Questo presuppone sia la nostra capacità di rischio, ma anche il desiderio di vivere fino in fondo il dolore di oggi, senza retorica e facili risposte. L’impegno degli gli uomini di buona volontà può fare la differenza

Commenti recenti