È il 29 marzo e già all’Umberto I di Siracusa si è alzato il livello di guardia
Il 16 marzo si batte la notizia che un medico del reparto di cardiologia è risultato positivo al coronavirus che si dice sia asintomatico. Secondo le procedure il personale che è stato a suo stretto contatto viene sottoposto al test con tampone, e così i pazienti ricoverati. Intanto nella provincia sale a 21 il numero di chi ha contratto il Covid-19 (tra i pazienti anche il direttore del Parco archeologico di Siracusa, Calogero Rizzuto che morirà il 23, seguito dopo due giorni dalla sua collaboratrice Silvana Ruggeri cinquantaduenne).
Il 20 tra i contatti del cardiologo si riscontra la positività di quattro tra medici e infermieri.
Il 28 il segretario generale della CGIL Roberto Alosi comunica che sono “3 i medici (il primario del pronto soccorso e due dottori del reparto di medicina d’urgenza) già contagiati e 5 infermieri che hanno appena fatto il tampone per via dei sintomi che riportavano” e, attaccando direttamente i vertici dell’Azienda sanitaria provinciale, aggiunge: “L’Asp avrebbe dovuto provvedere alla continua sanificazione dei locali, tanto più che non c’è separazione fra i pazienti per sospetto contagio e quelli per altra causa, sanificazione che invece non viene fatta o perlomeno non nel modo corretto, e quando l’Azienda afferma di eseguire tutto il protocollo previsto per il Covid 19, mente sapendo di mentire. Così come mente quando afferma che i tamponi sono stati effettuati su tutto il personale dell’ospedale: fino ad oggi non sono stati eseguiti nemmeno su tutto il personale del Pronto Soccorso (che non è dotato nemmeno delle adeguate protezioni)”.
È in questo preoccupante contesto che A. D., il 29, a tarda sera, è costretta a recarsi proprio al Pronto Soccorso.
Questa la sua testimonianza: “Giorno29 marzo mio figlio è caduto mentre praticava a casa esercizi di calisthenics ad una sbarra. Poiché affermava di non ricordare eventi della giornata e anche del passato, ho pensato subito che avesse sbattuto la testa e mi sono recata immediatamente al pronto soccorso alle ore 23,30. Siamo arrivati in ospedale muniti di guanti e di mascherine.
Mio figlio è stato fatto accomodare su una sedia a rotelle ed entrambi siamo rimasti in attesa nel corridoio del Pronto Soccorso. Impressionata dalla vista di cartelli recanti la scritta Covid-19 affissi sulle porte di alcune stanze situate proprio di fronte alla nostra postazione, ho chiesto se ci fosse un luogo dove sostare per non rimanere in quel corridoio. Mi è stato risposto di no.
Dalle stanze entravano ed uscivano alcuni infermieri che sostavano a parlare fra di loro nel corridoio. Accompagnati da un’infermiera abbiamo preso l’ascensore e siamo stati condotti in un reparto di radiologia perché mio figlio venisse sottoposto ad una tac. Non ricordo però il piano del reparto. Sono rimasta impressionata anche dal fatto che non tutto il personale del Pronto Soccorso fosse provvisto di adeguati dispositivi di protezione individuale per precauzione da contatto. La dottoressa che ha preso in cura mio figlio, così come l’altro medico di turno al pronto soccorso, indossavano solo mascherine chirurgiche e guanti.
Lungo il corridoio i pazienti ordinari quella notte erano due: mio figlio e una ragazza”.
Dallo stesso giorno, il 29, è divenuto attivo il team-covid voluto dall’assessore Razza dopo il vertice in Prefettura chiesto dal sindaco Italia all’indomani del video di un infermiere che lanciava un pesante attacco all’Asp per l’assenza di adeguati presidi sanitari per tutto il personale in prima linea. Infermiere, dal volto coperto dai presidi di sicurezza di cui diceva di essersi impossessato quasi a forza, che l’Asp, in un suo comunicato dell’una di notte, afferma non essere un dipendente, ma che, a quanto si è detto, è stato identificato nonché ascoltato dalla Procura. Nonostante ciò, ancora in un comunicato del 5 aprile, scrive il dirigente generale dell’Asp: “Finita l’emergenza, che è quello che mi sta a cuore, avremo modo di chiarire il tutto e senza retromarce e dei motivi della chiara difesa d’ufficio allo stato dell’anonimo protagonista di un filmato per il quale ad oggi non ci sono riscontri di veridicità su quanto detto, magari svelando l’autore dello stesso”. È di queste ore la notizia che l’infermiere è risultato anche lui contagiato dal corona virus.
Il 30 marzo gira sui social, e ovunque, un video realizzato dalla stessa Azienda Sanitaria per spiegare il percorso assistenziale e di accesso al Pronto soccorso dell’Ospedale Umberto I per affrontare l’emergenza del coronavirus. I cittadini, in una visita virtuale, vengono accompagnati dal dirigente medico del Pronto Soccorso Dario Chiaramida e dal direttore del Dipartimento di Radiodiagnostica Giuseppe Capodieci dal pre-triage all’interno dei locali del Pronto Soccorso quasi per poter verificare direttamente l’esistenza di percorsi rigidamente separati dei pazienti covid, o sospetti, e non covid, delle sale di radiodiagnostica dedicate solo ai pazienti a rischio contagio, dei sistemi di sanificazione.
Il 7 aprile, nel servizio della giornalista Lucia Basso per il TG3 regionale, il Direttore Generale Lucio Ficarra – il 6 sera Report ha trasmesso un servizio pesantissimo sulla gestione dell’emergenza covid a Siracusa – spiega che il numero del personale sanitario contagiato è inferiore al dato nazionale, che i tempi della riorganizzazione del Pronto Soccorso sono stati quelli necessari alle ristrutturazioni e che comunque “nelle more i medici già avevano predisposto i percorsi differenziati ma con i limiti strutturali che aveva un ospedale vecchio di 70 anni”.
Difficile quindi dire quali fossero i “percorsi differenziati” alla luce della testimonianza raccolta; di certo c’è che in queste ore la situazione in ospedale sembra precipitare in maniera vertiginosa mentre si aggiungono ai precedenti contagi, in cardiologia, pronto soccorso, geriatria, secondo la denuncia dei sindacati, quelli in ostetricia e ginecologia, con “due infermiere con sintomatologia eclatante, febbre a 39, tosse, e nessun tampone praticato. Due casi tra i parenti stretti di altrettanti operatori dell’Umberto I… Una situazione che adesso rischia di degenerare e che può compromettere la funzione di presidio e tutela della salute pubblica dell’Umberto I. Errori su errori vengono commessi e si sta perseverando in una gestione interna improvvisata”.
Notizie subito ridimensionate da un comunicato ufficiale mentre il direttore sanitario nonché presidente dell’Ordine dei medici, Anselmo Madeddu, insieme ai capi dipartimento e i primari dell’Ospedale, faceva circolare un documento contro la “macchina del fango” azionata contro l’Azienda laddove invece “Certe polemiche lasciano perplessi e non trovano riscontro nei numeri e nei fatti”.
Siracusa ha “i migliori dati epidemiologici dell’Isola” ha chiosato.

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