PRESIDI DI SICUREZZA PER IL PERSONALE SANITARIO: UN NODO CRUCIALE

Una circolare ASP del 9 marzo ha vietato l’uso “improprio” dei dpi “per evitare allarmismo” avvertendo gli eventuali trasgressori di essere passibili di provvedimenti disciplinari

 

In Italia è iniziato tutto il 23 gennaio con la coppia di turisti cinesi arrivati a Malpensa e ricoverati per malori allo Spallanzani di Roma il 29 gennaio.

Comunque un’ipotesi, perché per essere certi si dovrà, quando possibile, scoprire quali fossero già da prima i casi di polmoniti sospette.

Ma il primo contagio da uomo a uomo è stato riconosciuto ufficialmente dalle autorità cinesi il 21 gennaio 2020 a Wuhan, nella provincia meridionale dell’Hubei, e la comparsa del virus SARS-Cov-2 all’inizio di dicembre 2019, data però retrocessa al 17 novembre viste le segnalazioni, inascoltate e censurate, del giovane sfortunato oculista che per primo aveva capito di essere di fronte a qualcosa di grave.

Poi, il 18 febbraio, il primo caso tutto italiano di Codogno in provincia di Lodi.

Da allora, progressivamente, la consapevolezza crescente del pericolo di un contagio che ha iniziato a galoppare, e ad estendersi.

Del 23 febbraio è il primo decreto legge per contrastare l’epidemia seguito da cinque decreti attuativi a distanza di pochi giorni l’uno dall’altro: l’ultimo della serie che ci interessa il 9 marzo.

Subito, il provvedimento per isolare la cittadina di Codogno, con altri dieci comuni del lodigiano, ha dato chiara l’idea del pericolo che si stava correndo, anche se è vero che nessuno avrebbe mai potuto immaginare che avremmo dovuto piangere, ad oggi, più di diecimila morti, diecimila.

Cosa accadeva intanto a Siracusa dove ci sarebbe stato (e forse ancora c’è in parte) tutto il tempo per mettere in atto le procedure necessarie a limitare, se non a impedire, la catena dei contagi?

Il 4 marzo dal reparto di urologia veniva inviata alla direzione dell’Umberto I la richiesta di 30 respiratori facciali filtranti FFP3 (per intenderci la mascherina di protezione massima) “per esigenze di servizio” … “essendo il reparto sfornito”.

Ma la risposta negava ogni possibilità di ricevere la dotazione: “Le mascherine FFP3 non sono previste fra i DPI della UO di urologia”.

Successivamente, il 9 marzo – l’11 marzo l’OMS avrebbe dichiarato lo stato di pandemia dato il diffondersi del contagio a 114 paesi, e tutta l’Italia sarebbe diventata zona rossa -, una circolare interna disponeva “l’utilizzo appropriato dei DPI (dispositivi di protezione individuale, ndr) in dotazione ai reparti”.

E si chiariva: “Si fa divieto assoluto dell’uso improprio (dei DPI, ndr) al fine di non generare ulteriore allarmismo alla propria utenza. Eventuale non giustificato utilizzo sarà passibile di provvedimenti disciplinari nei confronti dei trasgressori”.

Una circolare che ci dicono sarebbe stata motivata dall’accaparramento dei presidi di protezione da parte del personale per uso individuale ma che non può sollevare dalle responsabilità.

Oltre alla improponibilità del motivo – “non generare ulteriore allarmismo” – (meglio sarebbe stato eventualmente informare tutti su quanto accadeva richiamando al doveroso senso di responsabilità), rimarrebbe grave non aver impedito tale comportamento esercitando una corretta vigilanza la cui mancanza offre l’immagine di un settore ingovernato e ingovernabile.

Ma, considerando anche il contesto generale, il modo con cui si sta gestendo a Siracusa, come negli altri Comuni, una situazione che solo casualmente potrebbe non essersi ancora trasformata in emergenza, sembra di poter leggere una sorta di preoccupante sottovalutazione persino di quello che si è trasformato in uno dei nodi più critici nella gestione del contagio in tutta Italia che vede proprio il personale sanitario – che paga un pesante contributo anche in termine di vite umane: oltre 50 ormai i medici deceduti – come il più esposto al rischio per sé e per gli altri, diventando involontariamente strumento di diffusione del virus.

Oggi, nel registrare i nuovi casi di positività al Pronto Soccorso dell’Umberto I (tra i tre medici anche il primario Carlo Candiano che è stato ricoverato per l’aggravarsi dei sintomi dopo 5 giorni di febbre, mentre per gli altri due è stata disposta la quarantena fiduciaria dato il non grave stato di salute) che si aggiungono ai precedenti quattro casi del reparto di cardiologia tra medici e infermieri, diventa assolutamente essenziale che l’azienda ospedaliera del territorio riconsideri ab imis, dalle fondamenta, la propria strategia.

E forse un segnale “confortante” da questo punto di vista potrebbe essere la decisione di sottoporre a tampone anche tutto il personale dei Beni Culturali con cui fino ad ora, per la gran parte di loro, c’è stato al massimo qualche contatto telefonico. Con una telefonata e nient’altro si è comunicato loro di restare in quarantena fino al 29, cioè domani, quarantena che non si sa se debba essere prorogata, né c’è stato alcun accertamento, se non in pochissimi casi, delle loro condizioni di salute nonostante la presenza, per alcuni, di sintomi preoccupanti.

Da leggere

TERAPIE CONTRO IL CANCRO – LA SALUTE NELL’ERA DELLA DISINFORMAZIONE. FAKE NEWS IN SANITA’ 4a PARTE

Il cancro è uno degli ambiti dove si sono sviluppate le peggiori forme di pseudoscienza …

COLLABORA CON NOI

SIRACUSA DIFFERENZIA

IL BAR SOTTO IL MARE

Migranti

homepage

Lavoro

I Diari della Quarantena

La Civetta in gabbia

La parola ai lettori

Articoli recenti

VIDEO

Commenti recenti