Covid 19: l’ipocrisia della sintassi

 

L’ipocrisia giocata sul filo della sintassi. “Si muore con il corona virus, non per il corona virus”. Una sciocchezza super mega galattica. Basta solo una domanda per demolire questa fragile costruzione lessicale e svelare la verità, semplice, e a tutti nota, come quella ormai impossibile da nascondere dopo l’esclamazione dettata dall’innocenza: “Il re è nudo!”.

Quei ricoverati che se ne sono andati sarebbero morti, nel febbraio o nel marzo del 2020, se non fossero stati contagiati? Di certo, salvo forse per qualche caso, coincidenze, la stragrande maggioranza sarebbe ancora viva. Con i propri acciacchi, con le proprie più o meno gravi infermità. Ma ancora viva. Altra cosa è infatti dire che un pregresso stato di buona salute, un fisico non minato da altre patologie probabilmente guarisce. Può farcela se, nel caso di complicazioni, viene adeguatamente curato.

Perché se da noi, in Italia, il numero di chi non ce la fa è così alto, così drammaticamente alto, è semplicemente perché quell’altra verità, che si dice a bassa voce, che si incunea nelle dichiarazioni pubbliche, o nei comunicati, o nelle disposizioni tra il personale medico, ma che non ama le parole chiare, dirette, crudeli, è un dato di fatto. Il dato di fatto.

Bisogna scegliere. Selezionare a chi dare la precedenza.

Il sistema sanitario, tartassato dai tagli del passato in nome della spending review, del risanamento dei conti, non riesce a curare tutti. A portare tutti nelle rianimazioni. Perché non ci sono i posti letto sufficienti, e se ci sono, messi su con una celerità sconosciuta al nostro popolo, non ci sono le attrezzature adatte per aiutare ventilazione ossigenazione respirazione. E se anche ci sono le attrezzature (ma non ci sono), manca il personale perché molti, medici, infermieri, ausiliari, sono andati in pensione e ne abbiamo approfittato per non assumere nessuno in loro sostituzione. Abbiamo bloccato il turn over e così risparmiare. Comodo, ipocrita: le mancate assunzioni non pesano a livello sociale come i licenziamenti, non hanno gli stessi effetti traumatici, ma la riduzione dei costi, in quel determinato settore, è sicuramente garantita.

E ora, davanti all’emergenza, ciò che non si riesce a risparmiare sono le vite umane. Le vite delle persone che amiamo, di cui non contiamo gli anni ma l’affetto che ci hanno dato. I legami resi più forti proprio dal tempo trascorso.

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