DIAMO VOCE AI MEDICI DEL PRONTO SOCCORSO

Argomenti rassicuranti da una parte, laceranti contraddizioni dall’altra

 

Mai come in questo momento, così come i medici di famiglia, è il personale del Pronto Soccorso il primo baluardo in difesa della salute dei cittadini, un servizio però spesso accusato dagli utenti di non essere adeguato alle richieste e alle emergenze. Non c’è dubbio che in tutta Italia sia ormi consolidata l’abitudine di ricorrere al Pronto Soccorso anche per cause banali – decine di migliaia sono le prestazioni che qui vengono rese – e proprio per razionalizzare questo andazzo si sono a suo tempo introdotti i codici di priorità ma spesso, a nostro giudizio, non si crea la giusta sinergia tra la medicina di base e questo presidio del territorio.

Per chi esercita fuori dagli ospedali rimane l’enorme problema di dover aspettare tempi troppo lunghi per avere accesso alla diagnostica e alla specialistica. Sostanzialmente le liste d’attesa realizzano una paralisi di ogni attività, un attentato sempre più riuscito ai diritti dei cittadini, una menomazione scientificamente efficace della professionalità dei medici di base che, in un certo senso, restano degli sconfitti: medici menomati nelle loro capacità di far diagnosi e curare, quasi degli accattoni alla ricerca di accesso alla diagnostica e alla specialistica. E per di più, con la povertà dilagante, molto più vasta del visibile, pazienti, e medici con loro, si arrampicano sugli specchi.

C’è quasi una sorta di invidia rispetto alla pluri-potenzialità di un medico di Pronto Soccorso, che spazia dal cardiologo al chirurgo, da una TAC a una radiografia in uno schioccar di dita, mentre chi opera direttamente sul territorio deve “fare carte false” per consentire un qualche risparmio ai propri pazienti alle prese con ticket paurosi per prestazioni scadenti mentre TAC, Risonanze, ecografie e via dicendo, restano chimere.

In Pronto Soccorso si fa diagnosi in sette ore, per i medici di famiglia occorrono sette mesi, ammesso che il paziente possa spendere centinaia di euro in ticket e possa aspettare. Si pensi alla diagnosi precoce dei tumori. Non c’è accusa più dura da digerire di quella del paziente che dica al suo medico: se ci arrivavamo prima, forse mi sarei salvato!

Ai medici del territorio accade spesso che ritorni un paziente dal Pronto soccorso dopo aver in urgenza espletato tutte le indagini necessarie, con una diagnosi di massima ma in condizioni di sub acuzie e, quindi, bisognevole di assistenza, a volte anche per funzioni vitali.

In queste condizioni, per i malati allettati, quando sono necessarie cure infermieristiche, monitoraggi di laboratorio e specialistici, il sistema rivela tutte le sue mancanze. Innanzitutto una burocrazia feroce, fatta per negare e comprimere bisogni, infarcisce ogni prassi volta a ottenere un’assistenza domiciliare extra-ospedaliera efficace in tempi utili. Di fatto un’impresa di Sisifo per tutti.

Mentre la popolazione invecchia, i cronici lungo sopravviventi proliferano, le malattie s’intersecano e si sovrappongono, il territorio con i suoi medici ha gli stessi mezzi di quarant’anni fa. Un po’ di abilità clinica, intuito ed esperienza non bastano a esercitare con soddisfazione ed efficacia in questa epoca. Meno che mai è consentita una medicina difensiva, anzi si corrono rischi tutti i giorni a causa di un armamentario misero e inefficace.

Da qui il desiderio insopprimibile di poter eguagliare mezzi e tempi di chi opera nel Pronto Soccorso: poter decidere in autonomia chi, dove e quando ricoverare, proprio perché si conoscono bene i propri pazienti e i loro bisogni. È frustrante che il parere di chi conosce e cura da decenni i cittadini, proponendone il ricovero, non valga nulla rispetto alla valutazione di chi non lo conosce. Né poche ore di permanenza in astanteria possono avere il valore di un ricovero in osservazione e di una valutazione più approfondita, lasciando il tempo alle malattie di manifestare tutta la loro gravità.

Accade quindi spesso che un paziente sia riaffidato alle cure di chi non ha accesso in tempi utili a nessun presidio diagnostico, terapeutico ed assistenziale, ed è perlomeno curioso che alcuni di questi ricoveri mancati siano, poi, refertati con la dizione: “il paziente rifiuta il ricovero”.

Diciamo che non si capisce.

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