La vicenda della distribuzione dei fondi regionali destinati alle AERCA (Aree ad Elevato Rischio di Crisi Ambientale) nel triangolo industriale del Siracusano ha ormai travalicato il perimetro dell’ordinario confronto parlamentare. Ciò che si sta consumando tra i corridoi dell’Assemblea Regionale Siciliana e le bacheche social dei protagonisti — i deputati regionali Giuseppe Carta e Tiziano Spada, unitamente al sindaco di Floridia Marco Carianni — non è soltanto uno scontro sull’interpretazione delle variazioni di bilancio. È la fotografia cruda, e avvilente, dello stato di salute delle istituzioni e dei criteri che governano l’assegnazione delle risorse pubbliche.
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Nate per offrire risposte e ristoro a territori segnati da decenni di impatto industriale e da pesanti incidenze sulla salute pubblica, le risorse per le aree ad alto rischio ambientale dovrebbero seguire vincoli normativi rigidi e priorità sanitarie e scientifiche certe.
L’impianto che emerge dagli atti e dal dibattito politico descrive invece una realtà differente. Attraverso formulazioni normative ad ampio spettro e l’uso di parametri di riparto come l’estensione territoriale – anziché la gravità dell’impatto ecologico o la densità abitativa -, il capitolo finanziario AERCA si è in parte trasformato in una riserva di spesa frazionata. Risorse destinate alla bonifica, al monitoraggio dell’aria e alla prevenzione sanitaria sono state così indirizzate verso cartelloni di spettacoli, feste patronali ed interventi promozionali. Se sotto il profilo formale l’approvazione delle leggi segue l’iter legislativo previsto, sul piano della sostanza si registra un progressivo e innegabile allontanamento dalla ratio originaria del risanamento ambientale.
A gravare ulteriormente sul quadro istituzionale è l’ingresso, nella narrazione pubblica, dei dettagli relativi a telefonate e colloqui privati intercorsi tra i protagonisti della vicenda. Il richiamo a conversazioni riservate, patti elettorali traditi che si chiede di “ripristinare”, scambi diretti e accordi o veti maturati al di fuori delle sedi istituzionali squarcia il velo sul reale meccanismo di governance del territorio.
Ne emerge una prassi in cui la destinazione dei finanziamenti regionali appare non come l’esito di un’imparziale programmazione pluriennale, bensì quello di trattative riservate, equilibri di maggioranza consiliare e rapporti di forza personali tra singoli esponenti politici. Il fatto stesso che l’assegnazione di somme destinate ai cittadini diventi materia di compensazione per gli assetti delle giunte locali o motivo di “ritorsione” politica rivela una logica che penalizza la certezza del diritto e l’imparzialità amministrativa. E d’altra parte si evidenzia ancora una volta la fragilità strutturale dei Comuni, la cui sopravvivenza finanziaria appare sempre più subordinata alla capacità di ingaggio e di pressione politica dei singoli deputati di riferimento all’ARS, anziché a parametri oggettivi di bisogno.
È di tutta evidenza che, quando il linguaggio politico si riduce alla rivendicazione individuale della paternità dei fondi (“i fondi li ho ideati io”) e alla denuncia simmetrica delle disparità contabili (“a un comune un milione, a noi zero”), la risorsa pubblica non può che essere percepita dal cittadino come una concessione di parte che risponde a ben altre (chiare) logiche rispetto ai diritti fondamentali di un territorio avvelenato dall’inquinamento.
E così, la scelta di spostare il dibattito da Palazzo dei Normanni e dai consigli comunali alle dirette video su TikTok e Facebook – corredate da attacchi personali e dettagli sulle telefonate private che impudentemente svelano il sistema su cui si regge la politica dei nostri tempi – oltraggia la funzione parlamentare e amministrativa, riducendo l’emergenza ambientale a mero scontro di propaganda e a strumento di consenso elettorale.
Ma c’è un altro aspetto che ci sembra necessario evidenziare: l’irresponsabile silenzio delle altre forze politiche, in primis quelle di opposizione e di garanzia che dovrebbero fare del controllo della spesa e dell’etica pubblica la propria ragione fondante.
L’assenza di una presa di distanza ferma, netta e corale da dinamiche che vedono le risorse sanitarie e ambientali piegate a logiche di consorteria e mercanteggiamento telefonico dimostra una grave assuefazione del sistema politico. La mancata denuncia istituzionale di questi metodi – che trasformano fondi per la salute in moneta di scambio o in promozione di spettacoli nella logica del panem et circenses – suona come una tacita accettazione di un modello degenerato. Quando l’opposizione e i partiti rinunciano a svolgere il proprio ruolo di vigilanza morale e politica, non si assiste soltanto a una sconfitta del merito amministrativo, ma alla capitolazione definitiva della funzione di rappresentanza di fronte ai cittadini.
Ancora una volta appare inevitabile auspicare l’intervento della Magistratura e della Corte dei Conti per ristabilire la legalità e prendere atto che le pubbliche dichiarazioni in cui ci si fa paladini del sacro principio secondo cui la politica necessiti di propri anticorpi non sono altro che uno stucchevole ritornello privo di senso reale.

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