“Ortigia Resistente” e il confronto pubblico sulla vicenda Inda

Si è scritto molto, tra agosto e settembre, sulla vicenda che ha riguardato la “crisi della Governance” della Fondazione Inda. Il casus belli – che ha suscitato stupore e scalpore, facendo uscire da una sorta di opacità il clima conflittuale che serpeggiava da tempo tra i membri del CdA – è stata la successione nel volgere di due anni delle dimissioni dei due Sovrintendenti: Valeria Told e Daniele Pitteri. Ovviamente, va ascritto a questo clima di “relazioni negative” anche il mancato inserimento di Antonio Calbi – che con competenza e meriti aveva diretto il primo quadriennio – nella terna del CDA per il rinnovo della carica di Sovrintendente. Aver escluso Calbi indicava già nei suoi confronti un giudizio negativo, assolutamente immotivato.

Il dibattito sulla stampa che ne è seguito è stato molto acceso, molte le voci critiche sul CdA Inda e sulla sua gestione e direzione, facendo affiorare rilievi critici e “umori” che covavano sotto traccia da anni, e i numerosi interventi sulla stampa sia locale, che nazionale, compresi quelli dei tre protagonisti – Calbi, Told e Pitteri –, “interni” alla gestione del CdA, rivendicando ciascuno le proprie “ragioni”, hanno fatto messo a nudo una tensione che era maturata da tempo. L’inevitabile effetto pubblico che ne è conseguito è stato l’incrinarsi nell’immaginario collettivo e di fronte all’opinione pubblica cittadina – e non solo – del prestigio della Fondazione INDA.

Peraltro, non si richiede all’opinione pubblica o a chi segue l’intera vicenda di “schierarsi” a favore dell’uno o dell’altro, né di assumere il ruolo di “giudici” o di tifosi parziali su episodi, rilievi e vicende che hanno mostrato la persistenza e l’approfondirsi di un clima interno ampiamente conflittuale – la cui polvere è rimasta per anni celata sotto il tappeto –, semmai si tratta di mettere in rilievo e di individuare il “luogo di insorgenza” di una conflittualità che ha opposto le due “figure istituzionali”, che sono centrali nel governo della Fondazione, vale a dire, il Sovrintendente e il Consigliere delegato. E la ragione di ciò è semplice e lineare: norme statutarie, scritte coi piedi, che all’art. 11 dello statuto toccano l’apice di una contraddizione irrisolvibile e l’imbecillità di chi lo ha ideato e scritto.

Articolo 11, che al Sovrintendente – di «elevato profilo culturale e riconosciuta esperienza nella gestione dello spettacolo dal vivo» – attribuisce il coordinamento artistico, elaborando e predisponendo i programmi di attività della Fondazione, vale a dire, di responsabile della macchina teatrale e artistica: spettacoli, programmazione, registi, organizzazione dell’attività teatrale – peraltro, senza partecipare «direttamente all’organo che approva gli indirizzi e il budget» (?) –, mentre, lo stesso statuto stabilisce che il Consigliere Delegato avrebbe il compito di «proporre gli indirizzi artistici e culturali». In altri termini, il Sovrintendente, con competenza professionale per fare teatro, dovrebbe farlo seguendo un indirizzo artistico-culturale proposto da un’altra figura: il consigliere delegato. Una sorta di sconclusionata “diarchia”.

Ѐ attorno a tali questioni – sottoporre la vicenda complessa e intricata della “Questione INDA”: dalla crisi della forma di Governance della Fondazione e del suo rilancio futuro – che si è snodato il confronto promosso ed organizzato, lunedì 28 settembre, nel salone dell’Hotel Alfeo, dal Comitato “Ortigia Cittadinanza Resistente”, presieduto da Davide Biondini. Una “Agorà pubblica”, chiamando al confronto la città, per discutere e indicare una strategia complessiva finalizzata a sottrarre l’Inda dalla sua stessa crisi: un paradosso, se si riflette sul fatto che nel clima conflittuale che ha esasperato le relazioni interne lungo questi anni, le “stagioni teatrali” si siano susseguite in un crescendo progressivo di pubblico, effetto conseguenziale di quel mix di “espansione globale”, tra Turismo e Cultura, che è stato il “vettore” di forte mobilitazione consolidatosi da tempo, consentendo alla città di Siracusa di rendere sempre più attraente la cifra del proprio “Genius loci”, segnato da una fascinazione che pochissime città al mondo possono vantare.

L’incontro di lunedì si è aperto offrendo ai presenti una puntuale ricostruzione, attraverso un video, delle ambiguità che segnano limiti e contraddizioni dell’attuale Statuto dell’INDA, a partire dalle vicissitudini che, a partire dal 1998, hanno investito la nuova “natura giuridica” dell’Inda e di altre Istituzioni culturali di rilievo nazionale, nel momento in cui il Governo nazionale decideva la loro trasformazione in “Fondazioni di diritto privato”, configurando i CdA di queste Istituzioni culturali lungo un’analoga struttura organizzativa – Presidenza, organi, funzioni, controlli –, seppur diversificati dalle diverse “finalità culturali” perseguite – Teatro, Musica, Arte, ecc.

Solo per fare un esempio: “La Scala” di Milano e “l’Inda” sono presieduti dai rispettivi Sindaci; i membri del CdA, per La Scala, sono 9, e 5 all’Inda, nominati dal Ministero, dalla Regione (per la Scala, presenti membri indicati da Istituzioni/società/Imprese: Camera di Commercio, Cariplo, Eni, Allianz). Il Teatro La Scala ha solo la figura del Sovrintendente – figura esperta che costruisce il progetto culturale della Fondazione – non esiste alcuna figura di “Consigliere delegato”. Ma non è questo il punto dirimente. Ѐ venuto il momento di coinvolgere il Governo nazionale, nella figura del Ministro della Cultura, per ridefinire un nuovo statuto che faccia uscire la Governance dell’Inda dalle sue carsiche e persistenti ambiguità e contraddizioni. Così come è necessario che la Fondazione, pur mantenendo la propria autonomia di governo sappia aprire con la città – il suo vasto mondo culturale, Istituzioni, Università, ecc. – un serio confronto pubblico.

E la città tutta rivendica un CdA all’altezza del prestigio che lega le “Rappresentazioni classiche” alla storia di Siracusa. La Fondazione INDA non è solo un patrimonio culturale della città, dal momento che il suo altissimo valore simbolico e valoriale è espressione della stessa nascita del “pensiero” dell’Europa mediterranea. Preservare l’Istituzione che tutela, rappresenta e veicola la “rappresentazione” della storia e della cultura classica è compito che riguarda Siracusa e tutte le istituzioni di Governo: Regione e Stato.

Il 6 aprile del 1913, il Conte Mario Tommaso Gargallo, insieme ad altre personalità della cultura di Siracusa, con straordinaria intuizione, costituiva l’Istituto del Dramma Antico, inaugurando, nel 1914, al Teatro Greco di Siracusa, grazie al grecista Ettore Romagnoli, la prima Rappresentazione delle Tragedie classiche. Con la scelta de l’Agamennone di Eschilo – prima tragedia rappresentata –, il Teatro greco di Siracusa riproponeva quell’eterno “trittico” della grecità – tragedia-mito-filosofia – che aveva segnato l’atto d’origine della polis e il momento inaugurale e fondativo del pensiero occidentale. La democrazia nasceva lì.

Nei primi decenni del ‘900 – il 1913-1914 segna la vigilia della “grande guerra” –, mentre l’intera cultura europea è attraversata da una contrapposizione valoriale tra Kultur e Zivilisation – semplificando molto: la prima, tesa ad uno sguardo quasi nostalgico ai suoi “valori spirituali”; la seconda, espressiva di quei processi di “razionalizzazione”, in un’epoca sempre più esposta a convenzionalità, nell’incipiente scenario europeo di accelerazione tecnica –, la straordinaria intuizione di Tommaso Gargallo, se possiamo azzardare un’analogia con l’humus culturale espresso da questo contrasto, fu quella, in un sol colpo, di saper “giocare”, con la creazione dell’IDA (che diventerà INDA: Istituto “Nazionale” del Dramma Antico, sotto il fascismo), il volto più suggestivo e mitico del genius loci di Siracusa, ponendo le basi per fare della città il luogo di riproposizione di una forma di cultura che potesse uscir fuori dalla schematica contrapposizione tra Kultur e Zivilisation. E, davvero, l’operazione culturale del Conte Gargallo e di Ettore Romagnoli proiettava Siracusa, pertanto anche la Sicilia, in un orizzonte che confermava la capacità di saper parlare un linguaggio di respiro europeo.

La “grecità” tornava ad essere rivisitata nell’epoca moderna, nell’inimitabilità del suo luogo fondativo – Siracusa –, facendo sì che la città proiettasse sé stessa in uno scenario internazionale: riproponendo, con le Rappresentazioni classiche, la domanda permanente sulla condizione umana, che solo il mito, la filosofia e la tragedia potevano esprimere. Questa sorta di originario “ritorno al futuro”, che lo scavo genealogico permanente sul mito e sul tragico era in grado di offrire, ambiva così a rappresentare sia il “vettore” più significativo della cultura classica nei primi del ‘900, sia una straordinaria opportunità culturale ed anche turistica, in grado di collocare – in un Sud fortemente arretrato – la città di Siracusa in un circuito di attenzione nazionale ed internazionale.

Risiedono qui le ragioni di quella eternità inimitabile che dona a Siracusa una sua potenza evocativa, di cui, non sempre, hanno piena consapevolezza le stesse istituzioni politiche della città. Oggi, non basta più cullarsi sul “portante passato” della città, mentre l’attuale condizione sociale, politica e istituzionale di Siracusa non è all’altezza della sfida del nostro tempo.

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