“Lo sfacelo che vivo non è quello esclusivo della “povera” sanità pubblica, ma quello dell’intera società occidentale”

Francesco Sgarlata, Infermiere di Pronto Soccorso a Milano

Scrivo queste righe tornato a casa dopo uno strano turno di notte: abbiamo visitato nella, cosiddetta “area sporca”, pochi pazienti. Già solo questo è strano. Con “area sporca” intendiamo il percorso riservato ai pazienti che in triage presentano sintomi Covid correlati. Scrivo di getto, tanto mi riuscirebbe male uguale, sfruttando il tempo che, prima di andare a dormire, si dilata e durante il quale tante perplessità vengono a galla. Stanotte ho avuto tempo per pensare a ciò che sta accadendo ed anche questo è strano, perché capitano turni in cui è difficile sedersi anche solo per compilare la cartella infermieristica di un paziente.

Nel cuore della notte, arrivano momenti in cui c’è un po’ più di quiete, in cui siamo soliti osservare il lento scemare delle ore tumultuose della lunga giornata “produttiva”; come all’interno di un meccanismo continuo, di una catena di montaggio che senza sosta alterna il giorno e la notte.

Evidentemente questa notte è andata bene. Questo mi fa desiderare che continui ad andare bene e sempre meglio. In questa fase più i numeri si abbassano più cresce la nostra speranza, pian piano, di venir fuori da questo lungo tunnel, nel quale siamo stati catapultati dall’oggi al domani, senza rendercene neppure conto.

Non è la pagina del diario di un militare al fronte, ma quella di un professionista sanitario che porta il nome di infermiere; sottopagato, sottovalutato e sottostimato.

Sia chiaro, non voglio che suoni come un piagnisteo, ma come il preludio di una meritata ribalta nel prossimo futuro, senza la quale saremmo l’ennesima categoria umana e professionale ad essere sfruttata e riconosciuta solo nella necessità, pagando anche con la vita, un prezzo troppo alto.

Sono stanco di non vedermi riconosciuto, socialmente ancora prima che legalmente, ciò per cui ho studiato e ciò che questa unica professione si è guadagnata ormai da decenni nell’assistenza al paziente. Sottolineo come a testa alta stiamo affrontando questa grave condizione umana, volendo precisare che quella dell’infermiere non è una missione, ma una professione.

Da giorni, che a breve saranno mesi, assistiamo a tanti stravolgimenti da quelli professionali a quelli organizzativi, che viaggiano nell’ordine delle ore. Cambiano le procedure, cambiano i protocolli, cambiano i percorsi, cambiano le direttive, cambiano gli approcci al paziente e le valutazioni cliniche.

Non voglio, come altri, rientrare nella appariscente cornice “dell’eroe dell’anno”, perché i nostri occhi erano abituati a vedere certi contesti, a vivere certe condizioni, momenti e decisioni difficili; a soffrirle e ad affrontarle già da prima. Ma non per questo siamo sempre pronti a fronteggiarle con forza e distacco.

Eppure eravamo lì e non siamo andati altrove: siamo ancora qui.

In pronto soccorso eravamo già in “trincea”, vivevamo già ai confini del mondo, vedevamo già uno spaccato del nostro secolo malconcio per cui, prendendone le distanze, ci rendevamo conto della solitudine, dell’abbandono, della tristezza e delle angosce della società in cui viviamo.

E questo lo vivevamo con un’assuefazione nauseante, almeno a mio modo di vedere.

La gente moriva già tutti i giorni in questo grande “market h24 x 365gg l’anno”, chiamato Pronto Soccorso, dai più anziani ai più piccoli con le patologie più disparate.

Ma oggi quello che possiamo soltanto constatare è come si stia morendo molto di più e molto più soli.

Questa è la mia realtà degli ultimi giorni lavorativi.

Non era nei piani di vita di nessuno affrontare una pandemia eppure, mentre lavoro in uno dei pronto soccorso più importanti d’Italia e, probabilmente, della regione più colpita nel nostro Paese, mi rendo conto che lo sfacelo che ho di fronte non è quello esclusivo della “povera” sanità pubblica, ma quello di tutta un’intera società occidentale.  

Vomito quasi le parole perché sono giorni che ne sento troppe da voci, spesso lontane e non competenti, provenienti dalle nostre comode case, circa il grande fratello che ci troviamo a vivere. E le vomito perché sento come sia importante riuscire ad esprimere in modo genuino e fedele (probabilmente confuso) i pensieri di chi le mani le ha davvero in pasta, e che realmente vive ogni giorno una fetta importante di questo contesto.

Tutti i giorni ci chiediamo se qualcosa cambierà in meglio: come, dove e per chi.

Non possiamo che sperare che più persone possibile abbiano potuto fermarsi nelle proprie vite, veloci ed impegnate, a pensare come poter vivere meglio su questa terra e a cosa conti davvero nelle proprie esistenze. Chiusa questa importante e lunga parentesi di cui non si vede ancora la fine, sono sicuro che pian piano torneremo alla normalità di sempre.

Ma non so se momenti come questo, in cui mi son potuto fermare a riflettere vestito con mascherina, cuffia, camice, calzari e doppi guanti, potranno capitare ancora. Sicuramente di parentesi se ne apriranno delle altre, speriamo però che siano tante e produttive, propositive e migliorative.

A questo punto, la stanchezza sopraggiunge e il desiderato cuscino è troppo vicino per resistergli ancora.

 

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