IL CONTAGIO CORRE IN CORSIA. LO SFOGO DI UNA OPERATRICE SANITARIA

 

A Siracusa, come d’altra parte anche altrove purtroppo, il rischio contagio non si ferma più ai luoghi di assembramento: supermarket, negozi, sportelli bancari e postali, ecc. ma si vive ormai anche nel luogo deputato a trattare l’epidemia, cioè l’ospedale provinciale Umberto I divenuto progressivamente quasi un serbatoio di contagi. I reparti in trincea sono di fatto rimasti sguarniti del più semplice presidio medico di protezione attiva e passiva. La cronaca è stata puntuale e schierata nel senso della rimarcazione delle gravi responsabilità nella gestione del rischio nonostante il coro del potere politico e direzionale della sanità contro i disfattisti, cioè i giornalisti che invece di supportare lo sforzo dei dirigenti getterebbero benzina sul fuoco.

Ma nuovamente il Pronto Soccorso del nosocomio ha mostrato il proprio livello di incompetenza nel contenimento della diffusione virale e l’ultimo caso di paziente risultato positivo ha ridestato giustamente l’interesse di sindacati e Procura.

Ma le voci di denuncia non si fermano come si legge anche in questa testimonianza di una operatrice sanitaria. La signora racconta fatti gravi e ne preserviamo quindi l’identità.

Chiara è un nome di fantasia.

Chiara, è forse il momento più tragico in cui un operatore sanitario possa trovarsi.

Come ci si sente a lavorare in queste condizioni di rischio, e quali sono queste condizioni?

Ci sentiamo stanchi e demoralizzati, abbiamo paura per i nostri familiari. Mi aspettavo momenti di formazione nell’attesa di essere travolti anche noi dall’epidemia e invece ci siamo arrivati sprovvisti di presidi e senza organizzazione. Come tanti miei colleghi siamo stati costretti a imparare dai social video come vestirci e svestirci senza contaminarci. Eppure il tempo lo abbiamo avuto. Abbiamo avuto un mese. Sarebbe bastato per organizzarci al meglio, per almeno separare nell’accesso alla struttura pazienti covid da non covid. Ma ci ritroviamo da soli, senza nessuno; nessuno al tuo fianco che ti dica hai fatto bene o hai sbagliato.

Vi sentite in qualche modo tutelati?

Non siamo tutelati da nessuno, ognuno è in balia di sé stesso. Anzi ci sentiamo in colpa verso i nostri pazienti perché potremmo essere positivi e non saperlo dato che i tamponi non ci vengano fatti o vengano buttati per mancanza di reagente.

Chiara ci descriva il vostro livello di sicurezza verso i pazienti e verso voi stessi.

Il livello di sicurezza è assolutamente inadeguato. Mancano i protocolli di intervento personale. Se hai un paziente positivo, non puoi usare le stesse mascherine quando hai di fronte un altro paziente negativo. Non si possono dimettere pazienti, come è accaduto, senza aver effettuato il tampone col rischio di contagiare intere famiglie, per poi correre a individuare tutti i familiari con cui ci sarà stato il contatto. Non si può spostare un paziente positivo in altri reparti come se fosse la cosa più naturale del mondo

Noi stessi dovremmo essere sottoposti a un tampone ogni tre giorni. Se non fossero intervenuti i sindacati, oggi staremmo ancora aspettando l’esame principale nel trattamento di riduzione della diffusione del contagio. Adesso aspetteremo il risultato, ma intanto corriamo il rischio di contagiarci ogni giorno. Abbiamo famiglie, genitori e figli, non è possibile lasciarci in queste condizioni.

Secondo te quale sarebbe stato un buon sistema di gestione del rischio ospedaliero?

Protocolli ferrei in grado di dare ogni indicazione. Il tempo lo avrebbero avuto. Dal primo decreto è passato un mese e mezzo. Nessuno ha disposto sistemi di sorveglianza attiva. Bisognava essere inflessibili. Percorsi rigidi. Impossibilità di trasferimento del personale, come al contrario accade per i pulizieri in base al loro turno, da un reparto all’altro. Recinzione vigilata dei locali del pronto soccorso. Potrei continuare, voglio dire soltanto che già solo col rigore procedurale sarebbe stato senz’altro meglio di quanto non sia adesso.

Chiara, adesso lei ha la possibilità di dare un consiglio alla sua comunità. Vuole raccomandare qualcosa?

Voglio dire a tutti di riservare all’ospedale solo i casi di vera emergenza. Noi stiamo facendo il possibile e l’impossibile per aiutare tutti. Dite una preghiera per noi.

Da leggere

TERAPIE CONTRO IL CANCRO – LA SALUTE NELL’ERA DELLA DISINFORMAZIONE. FAKE NEWS IN SANITA’ 4a PARTE

Il cancro è uno degli ambiti dove si sono sviluppate le peggiori forme di pseudoscienza …

COLLABORA CON NOI

SIRACUSA DIFFERENZIA

IL BAR SOTTO IL MARE

Migranti

homepage

Lavoro

I Diari della Quarantena

La Civetta in gabbia

La parola ai lettori

Articoli recenti

VIDEO

Commenti recenti