IMMAGINIAMOCI UN’EPIDEMIA PUÒ MAI UN MONOPATTINO DIVENTARE UN RAZZO?

 

Una sanità zoppicante, frutto di un modello imbattibile ma vecchio di quarant’anni e più, tenuta su dalla buona volontà di molti non potrebbe mai diventare efficiente, soddisfacente, sicura se accadesse un fenomeno inatteso che, per la sua estensione e gravità, presupponesse una disponibilità di risorse e idee straordinaria.

Proviamo ad immaginare una situazione come quella dell’epidemia di coronavirus in corso. Grazie ad una provvidenziale chiusura degli scali aeroportuali diretti dalla Cina, noi abbiamo avuto una protezione notevole dall’importazione di nuovi casi. Siamo in una situazione di grande sicurezza nazionale e difficilmente accadrà che l’epidemia ci riguardi da vicino.

In caso di pochi elementi isolati la gestione potrebbe essere abbastanza agevole. Basterebbe isolare Immediatamente i soggetti ammalati per limitare l’estensione dell’epidemia.

Quale sia la strategia da seguire quando l’epidemia si estenda sul territorio, non è dato sapere. Data l’estrema contagiosità dell’affezione, avremmo un propagarsi rapidissimo del virus che imporrebbe una costruzione di strutture tali da contenere sia gli ammalati sia i soggetti venuti in contatto con essi. Torneremo agli antichi lazzaretti per gli infetti e ai campi o caserme di raccolta per i contatti in quarantena?

Se avessimo cento infetti dovremmo avere cento posti letto dedicati e blindati. Considerando un mese di degenza e quindici di quarantena, se l’infezione dilagasse i cento posti sarebbero occupati e ne occorrerebbero altri, proporzionalmente all’ espandersi del contagio. Fatti quindici i contatti, familiari e no, di ogni singolo malato avremmo millecinquecento persone in isolamento.

Il nosocomio (quale?) in cui ricoverare gli infetti non può ospitare nessun’altra divisione sanitaria o altri reparti, deve essere corredato di medici e personale dedicati. Ne sa qualcosa chi si occupa di infezioni in ambito ospedaliero, dove già si annidano superbatteri multi -antibiotico resistenti. Potresti entrare per una frattura e crepare per una setticemia o per una polmonite da coronavirus.

Preoccupante la notizia che si contino già sei morti fra i medici cinesi: come si sa, il personale di assistenza è il più a rischio fra tutti e paga sempre un alto prezzo di morti. E il conteggio è solo all’inizio.

Non vi è dubbio che in Italia abbiamo i cervelli adatti per la consulenza epidemiologica e infettivologica in campo nazionale.

La conoscenza della malattia è in rapida evoluzione e si conferma al momento attuale la sua bassa mortalità, due o tre persone ogni cento infetti, mentre la velocità di portare infezione a nuovi soggetti di questo agente infettante fa paura e siamo sicuri che paralizzerebbe la vita normale di qualsiasi nazione, sia dal lato sanitario che economico.

D’altronde è quello che sta accadendo in Cina.

Ora, se scendiamo lungo la penisola e ci occupiamo della nostra Siracusa, cosa possiamo pensare che accadrebbe da noi?

A mio modo di vedere, operando da decenni con alti ritmi di lavoro al di fuori dell’ospedale, la sanità pubblica siracusana sta già in emergenza da sempre.

Se avessimo avuto geni capaci di razionalizzare il rapporto fra richiesta e prestazioni rese, conservando un minimo di qualità avremmo già visto dei frutti.

Eppure per gonfiare fenomeni e organizzare rappresentazioni abbiamo una certa predilezione e qualche personaggio di spicco. È sul lato prettamente pratico ed organizzativo che regolarmente si fallisce.

In caso di epidemia mi piacerebbe vedere la scena locale.

Unico mio cruccio è quello di rischiare personalmente e seriamente la pelle. Io visito e tocco i miei ammalati, non costruisco castelli in aria.

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