Augusta e il caso dei nati malformati (i titoli: “Baby mostri al petrolio”)

Presto i giornali iniziarono a gettare acqua sul fuoco: “Non sono connessi all’inquinamento”, “L’indice di mortalità è inferiore alla media nazionale”…

 

La Civetta di Minerva, 18 luglio 2019

Augusta, geograficamente e storicamente, ha molte similitudini con Siracusa: si estende, a partire da un’isola legata alla terraferma da un ponte, fino a un’ampia rada a forma di catino, con collinette e promontori che dominano strategicamente il mare e le pianure limitrofe. Dopo essere stata base per navigli e sottomarini, con la protezione della diga foranea alla fine della seconda guerra mondiale si presentava come una zona cosparsa di rottami bellici, bunker e un mastodontico hangar per dirigibili, attorniata da bianche distese di saline. Così appariva un posto di mare con “la sospettosa pudicizia del vecchio Sud.

La città ha acquistato valore con l’avvento dell’industrializzazione. I fondali sono estremamente bassi e melmosi, tanto da non potervi attraccare un vaporetto, né sbarcare civili, e tanto da incagliarsi in certi punti perfino una motobarca. Le attrezzature funzionanti sono i moli militari, con le motovedette allineate della Guardia di Finanza, pescherecci, rimorchiatori. Eppure divenne il più grande scalo italiano dopo quello di Genova, che era il terzo d’Europa (negli anni ’60), con circa 30 milioni di ton/anno di merci movimentate, mentre Porto Marghera ne registrava la metà e Palermo la ventesima parte. Ad Augusta crebbe un flusso di scambi, tutto a servizio delle industrie, con relativi approdi, che divenne tra i più grandi del Mezzogiorno. La stessa vita cittadina venne segnata dal progresso attraverso l’alta concentrazione di automobili circolanti nell’isola, la vivacità e il dinamismo commerciale. Sul piano politico si registrava un’accentuata instabilità delle numerose amministrazioni succedute alla guida della città, con il potere dominante del centralismo, le tentazioni di una “destra” consistente e di una certa “sinistra” contraddittoria e inconcludente.

Anche con la ricchezza d’acqua nella zona, il problema idrico della città era ricorrente e a volte drammatico, come in molte zone della Sicilia (approvvigionamento razionato, acque insalinate e inquinate, fognature e condotte ultra vetuste). Da decenni furono evidenziati i problemi di un’urgente evacuazione dell’isola di Augusta, che già contava oltre 23.000 abitanti negli anni 50 e che rapidamente passò a 39.000 nel 1981. Eppure solo fra gli anni ‘70/80 si esaminò ed esplicitò un piano di protezione civile in caso di eventuale catastrofe “ecologica”. Infatti, la situazione si presentava di difficile soluzione pratica: per via terra c’era una sola uscita carrabile di circa 4 metri (Porta Spagnola) per oltre 5.000 auto; per via mare il molo esistente consentiva l’attracco solo a piccole imbarcazioni; per via cielo si era legati ai pochi elicotteri disponibili a Catania. Ciò aveva creato un substrato di tensione. Infatti, dopo l’apatica risposta al convegno sulle acque e alla denuncia dei docenti veneziani del 1978, solo due anni dopo ci fu “l’esplosione” dei casi di mortalità per tumori e la nascita dei bambini malformati, per cui Augusta divenne un caso nazionale che non poteva essere taciuto e dimenticato.

Così, intorno al 1980, si gettava l’allarme: “Troppi bambini nati deformi”, “Una Seveso anche in Sicilia?”. Sembrava dare una prima risonanza a quanto dall’ospedale Muscatello si metteva in moto: “Baby mostri al petrolio”, “Troppi morti nella terra Montedison”, “Augusta con la sindrome di Seveso”, riprendevano i giornali. Le forze politiche e sociali, ancora una volta confuse e plateali, indicavano solo una serie di proposte come se si ripartisse da zero: ricerca e conoscenza dei dati dell’inquinamento da acquisire, reti di rilevamento da attuare, “indagini serie” da effettuare. Così tale ospedale si inseriva tra il centinaio di centri italiani in cui si conduceva una ricerca specifica con metodi aggiornati d’indagine (Consiglio Nazionale delle Ricerche, C.N.R., Università Cattolica del Sacro Cuore, Istituto Superiore di Sanità, I.S.S., Assessorato Regionale) e si muovevano le prime “pedine di tamponamento”.

L’ostetrica del Muscatello (poi eletta consigliere comunale) era stata tra le prime persone a diffondere la notizia del manifestarsi del fenomeno. Ma soprattutto una giovane donna già madre di una fanciulla sana, diede alla luce Damiano (uno dei nati dichiarati malformati) per cui fece sentire la sua voce e il suo dramma intimo. Questo bambino presentava una displasia al padiglione auricolare destro (cioè una specie di grumo al posto dell’orecchio), schisi al palato molle (buco al palato e mandibola destra storta), emispondilla dorsale (due spine delle vertebre poco sviluppate). La famiglia divenne suo malgrado personaggio delle cronache nazionali ed estere, mentre altre madri di nati con difetti fisici rimasero chiuse nel loro dolore e nella loro riservatezza, anziché affrontare e partecipare con impegno ad iniziative di movimento, di lotta per la prevenzione, la tutela femminile ed infantile. Gli stessi genitori di Damiano confidavano di “non pensare assolutamente ad avere più figli: abbiamo troppa paura!”. Tale psicosi influenzò notevolmente la popolazione e le gestanti per cui, ad esempio, molte donne partorienti preferivano trascorrere il periodo di degenza presso cliniche della provincia. Alcune partorirono malformati in altri paesi della provincia facendo credere che la malformazione si fosse estesa oltre alla specifica realtà d’Augusta. Di conseguenza il fenomeno e il controllo dei bambini malformati predisposto per il “Muscatello” veniva anche per questo in buona parte eluso.

Sui dati relativi nasceva il sospetto che ciò avrebbe permesso una diversa valutazione da parte di chi aveva interesse a “pilotare e ridimensionare” il fenomeno e le conseguenze dell’allarme precedentemente creato. Ma un’ulteriore sollecitazione si aggiunse con le notizie sulle cause dei decessi nella zona industriale: “l’inquinamento uccide più della mafia”, tale l’incremento notevole di morti per tumore rispetto alla media nazionale, confrontato alle 19 vittime mafiose a Palermo (con oltre un milione di abitanti). “Il male oscuro colpisce gli abitanti di Augusta”, si evidenziarono gli indici di mortalità e si indicarono correlazioni con la precedente moria di pesci nella rada dell’estate 1977. Pure il Sindaco dichiarava di “essere pronto a chiudere le fabbriche SE fosse necessario e SE si dimostrasse la COLPA delle industrie”. E così si apriva ancora il fronte del contrasto tra partiti, sindacato, popolazioni, aziende.

Ma “ben presto” (nel primo trimestre 1981) arrivarono le “risposte” delle Commissioni (quella dell’Iss e della Regione), capolavori di equilibrio politico: “Rientrano nella media nazionale le cifre dei nati malformati ad Augusta”, anche con i SE e i MA di stampo “prudenziale”. “Non sono connessi con l’inquinamento, pur essendo necessarie ricerche che richiedono mezzi e tempi adeguati”. “Accertata l’insalubrità del territorio, bisogna migliorare la qualità della vita; però l’indice di mortalità è inferiore alla media”. “La scoperta di nuovi e maggiori casi è dovuta alla maggiore sensibilità della popolazione e dei tecnici”, si disse ad un convegno della FGCI.

Così il caso Augusta veniva ancora una volta ricondotto all’ordinaria amministrazione generale, con un procedimento ed un’operazione, ancora una volta, di stampo “gattopardiano”: “Nessun caso presenta caratteristiche insolite nel 1980 ed in alcun senso costituiscono giustificato allarme o preoccupazione per nessuno”, dice l’Iss e il Ministro. “Bisogna mettere l’accento sulla VITA della gente e non sulla MORTE”. “L’aumento dei tumori è preoccupante e diffuso nel mondo”. E poi ancora notizie contraddittorie (autunno 1981): “Le autorità rischiano il ridicolo: per loro… la colpa è del mangiare”; ed ancora: “si muore e nessuno lo sa … provate a chiedere cifre, statistiche, studi sull’inquinamento dell’aria e dell’acqua da parte delle industrie del polo chimico … “; e quindi il Comune annunciava buone intenzioni “… di assumere un po’ di personale e comprare un po’ di strumenti per rilevare l’inquinamento … “. Ed ancora appariva la tragica ignoranza, incompetenza e strumentalizzazione dei politici sugli avvenimenti. 

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