Nel conflitto tra ragione e cuore altre soluzioni sono possibili. Pur intrisa da principi di carità cristiana, la politica deve fare scelte ispirate dalla responsabilità
La Civetta di Minerva, 22 settembre 2017
Non possiamo accogliere tutti coloro che, o perché sedotti dalla prospettiva di un migliore tenore di vita o perché costretti da situazioni che rendono invivibile il loro Paese, decidono di venire da noi. Ma non possiamo neanche chiudere la porta in faccia a persone che, per la nostra cultura illuminista intrisa di principi cristiani, sentiamo legati a noi dai sacrosanti principi di uguaglianza e fratellanza. Accogliere i migranti in ossequio ai più nobili principi o respingerli per timore di conseguenze spiacevoli sono scelte opposte, entrambe contenenti elementi di forza inoppugnabili. L’una è perfettamente in sintonia con la logica dei principi. L’altra è basata sulla logica della responsabilità: se accogliessimo tutti coloro che vogliono venire da noi (dall’Africa, dall’Est europeo, dall’estremo Oriente) andremmo incontro ad una catastrofe demografica e sociale.
Che fare, dunque? Chi è per l’accoglienza senza limiti sostiene, come corollario indissociabile, che gli altri Stati europei si debbano far carico di accogliere anche loro delle quote. Perché si rende conto (che lo voglia ammettere o meno) che l’Italia non può accogliere tutti i migranti da sola. Sino a poco tempo fa questo corollario era eluso grazie alla convinzione che per gli immigrati l’Italia sarebbe stata solo una tappa provvisoria di un percorso verso mete più appetibili. La distribuzione sarebbe avvenuta di fatto. Oggi sappiamo che la Francia presidia la frontiera senza consentire alcuno sconfinamento a Ventimiglia e che l’Austria vuole addirittura schierare l’esercito al Brennero. Dall’Europa riceviamo qualche complimento ma la decisione di ridistribuire i nuovi arrivati secondo quote è rimasta confinata tra le promesse da marinaio.
A questo punto dovremmo deciderci a riflettere sul tema in modo più assennato, piuttosto che limitarci a contrapporre, polemicamente, le ragioni dell’accoglienza e quelle del respingimento. Invece continuiamo a tifare per le dichiarazioni di Boeri (sul contributo che tanti lavoratori immigrati danno alla nostra economia ed alla nostra cassa pensionistica) o per quelle, diametralmente antitetiche, di chi vede nelle schiere dei nuovi venuti quell’esercito di lavoratori di riserva utili al capitalismo più rapace per tenere sotto scacco le giuste rivendicazioni dei lavoratori. Ma si tratta di argomenti strumentali, buoni solo a coonestare o puntellare le nostre scelte di fondo. In realtà basta poco a capire che Tito Boeri si riferisce solo agli immigrati regolarmente assunti e l’altra campana invece ai tanti (forse troppi) immigrati senza lavoro e senza prospettive, che ingrosseranno la schiera dei lavoratori in nero, sfruttati e sottopagati.
Proviamo a proporre un minimo di riflessioni utili per una visione più equilibrata del fenomeno.
Guerre, carestie, scarsità di raccolti agricoli, penuria d’acqua, effetti del riscaldamento globale, desertificazione avanzante, conflitti tribali, instabilità politica e insicurezza, mancanza di prospettive di autorealizzazione, delusione dopo i primi trasferimenti dalle zone agricole verso le bidonville periferiche delle metropoli africane ed asiatiche, seduzione di modelli di vita e di immagini di benessere della società occidentale diffusi oggi dai media anche nei paesi poveri, sfratto da aree agricole acquistate dalla Cina o dalle multinazionali dell’industria agricolo-alimentare, fuga dalle società rese insicure dal terrorismo… sono tutti fattori degni della massima considerazione e rendono discutibile la differenza giuridica tra profughi ed emigranti economici.
Secondo i nostri princìpi dovremmo allargare le braccia come la misericordia di Dio ed accogliere tutti. Ma, riflettendo con responsabilità sulle conseguenze ragionevolmente prevedibili, ci rendiamo conto che la cosa non è possibile. Il sistema produttivo, caratterizzato dalla ricerca del massimo profitto, delocalizza impianti di lavoro e importa potenziale manodopera a bassissimo costo (o ne favorisce l’accoglienza). Esportiamo lavoro ed importiamo bocche da sfamare. Ultimamente al ritmo di oltre 150mila immigrati l’anno. Si pensi all’effetto di questa importazione massiva su un Paese che già non riesce a sistemare i propri cittadini che perdono la casa e il lavoro per effetto dei terremoti; che non riesce ad offrire ai propri indigenti un sufficiente numero di alloggi popolari; che non è in grado di assicurare opportunità di lavoro per il 40% dei propri giovani e per molti degli adulti che lo perdono.
Certi politici come Salvini avranno buon gioco nel cavalcare i malumori che questa situazione genera. C’è da temere che il malcontento si estenda e che degeneri verso manifestazioni allarmanti (ad esempio, quelle di xenofobia) se non addirittura verso incivili manifestazioni di razzismo. Una piaga dalla quale ci ritenevamo immuni e che pensavamo fosse presente solo negli USA. Le prime avvisaglie di queste degenerazioni si sono già manifestate. Ma sino a questo momento, probabilmente, il contagio di tale degenerazione della coscienza civile è ancora contenibile. E dunque va evitato che si diffondano atteggiamenti di xenofobia e va impedita ogni ulteriore degenerazione verso forme di odio razziale.
Se c’è un fatto positivo in questa complicatissima situazione, foriera di sviluppi preoccupanti, questo è il consolidamento del patrimonio genetico umano attraverso processi di ibridazione e di incroci che avverranno sicuramente nel tempo. Ma che ne sarà nel medio periodo della convivenza civile con gli immigrati? Che ne sarà del lavoro? Sarà sempre più precario, meno pagato, meno tutelato dal diritto e dai contratti?
Questi problemi vanno affrontati; non si può mettere la testa sotto la sabbia per non vederli. Né si può ignorare l’aspetto delinquenziale dell’adescamento, della tratta e, successivamente, della finta accoglienza. Molte giovani sono adescate nella loro terra d’origine da persone che ingannevolmente promettono lavori seri in Europa; poi invece vengono costrette alla prostituzione. Leggasi al riguardo un interessante reportage di Francesca Mannocchi sull’Espresso dell’11 settembre (Noi vendute per sesso dalla Nigeria all’Italia).
Quanto al lucro che le organizzazioni delinquenziali traggono dall’affare immigrazione, basti ricordare l’intercettazione effettuata nell’ambito delle indagini su mafia capitale: qualcuno rivelò che tale affare fruttava più del traffico di droga. Ergo è comprensibile che un governo si ponga il problema di interrompere il flusso. E di creare un centro di smistamento fuori dalle nostre frontiere. E di ammettere (magari assicurando una traversata senza rischi) solo chi abbia diritto e nella misura adeguata. Non è possibile lasciare che a determinare l’entità del flusso migratorio sia il caso né tantomeno l’ingordigia di profitto da parte dei trafficanti di carne umana, cioè dei mercanti di moderni schiavi tenuti al guinzaglio dal debito, dalle minacce di ritorsioni sulle famiglie e dalla paura superstiziosa di maledizioni esercitate con riti e formule di magia nera. A tale gentaglia va tagliato il terreno sotto i piedi: quei criminali non possono essere lasciati operare indisturbati. Non si può e non si deve prestare, nemmeno involontariamente, aiuto ai criminali che lucrano sulla tratta di esseri umani. Né si può lasciare che tali criminali trattengano in condizioni inumane persone allettate dal viaggio verso il Paese di bengodi. Tali criminali vanno combattuti come pirati. Anche militarmente, se sarà possibile.
Quelle organizzazioni vanno stroncate. Punto. E neppure è concepibile che gli Stati debbano piegarsi a ricatti e debbano pagare l’aiuto dei despoti locali della Libia e del turco Herdogan per evitare gli imbarchi di clandestini. Forse dunque sarà il caso di pensare a soluzioni multiple.
Si potrebbero traghettare tutti i migranti africani salvati dal mare verso un centro di smistamento da localizzare in terra Africana, magari in quell’enclave spagnola che è Ceuta, da presidiare con una adeguata presenza militare. Da lì sarebbe possibile riavviarne gran parte verso un percorso a ritroso, magari con qualche assistenza ed un gruzzolo che serva da viatico. Dopo la divulgazione di tale novità, sarebbe più difficile per gli avventurieri che hanno organizzato la tratta adescare altri poveracci e indurli ad intraprendere l’esodo.
Inoltre, previ accordi con qualche governo africano, si potrebbe avviare una concreta iniziativa di lotta alla desertificazione mediante insediamenti di kibbutz in zone del Sahel in cui sia possibile impiantare coltivazioni realizzabili con impianti idrici a goccia. Come fu fatto con successo in Palestina. Chiunque non possa essere accolto in Europa né rispedito indietro potrebbe trovare ospitalità e prospettive di vita in tali kibbutz.
Gli aiuti economici inviati a vari stati africani spesso finiscono in gran parte con l’essere spesi in armi o con l’essere convertiti in tesoretti privati di governanti senza scrupoli. Lo scrive il premio Nobel Angus Deaton ne “La grande fuga”. Tali risorse potrebbero finanziare un grande progetto (un colossale Piano Marshall) di lotta alla desertificazione e per la messa a coltura delle terre al confine col deserto. Truppe dell’ONU potrebbero essere stanziate a protezione dei kibbutz e questa funzione potrebbe essere poi lasciata a personale dei kibbutz, opportunamente addestrato, sotto la guida di ufficiali ONU.
Sotto il deserto libico esiste un estesissimo mare d’acqua dolce e dunque una parte di quel territorio potrebbe essere utilizzata nel modo sopra ipotizzato. Altre aree irrigabili con scarse risorse idriche è possibile individuare in Sudan e in SudSudan. Occorrono risorse e volontà politica. “Aiutiamoli a casa loro” non può rimanere uno slogan. O si traduce in progetti concreti o è solo un espediente ipocrita per evitare di dire: “Cacciamoli via”. Salvini e Renzi ci prospettino i loro progetti per aiutarli a casa loro. Certamente riusciranno a pensarne di migliori. Lo facciano!
Altre soluzioni saranno certamente possibili e potranno essere affiancate a quelle sopra abbozzate. C’è infine un’altra prospettiva da cui bisognerebbe reimpostare ogni riflessione sul tema migrazione: il diritto di non dover emigrare. Segnaliamo al riguardo l’interessantissimo scritto di Agostino Spataro, reperibile sul sito ildialogo.org. Ecco il link: https://www.ildialogo.org/cEv.php?f=https://www.ildialogo.org/editoriali/autorivari_1504551216.htm
L’unica cosa da evitare sarà il pasticcio di una accoglienza illimitata, inefficace, insicura. Cosa ne sarà di tanti poveracci che “salviamo” dalle acque e abbandoniamo ad un tragico destino, dopo che li abbiamo scaricati in Italia e sfamati per qualche tempo in locali di fortuna? Quando saranno lasciati a se stessi, la loro delusione si trasformerà in rabbia. E forse saranno anche costretti a procurarsi con la forza ciò che non potranno più avere in dono. O forse alcuni di loro o dei loro figli si lasceranno indurre in tentazioni di militanza terroristica. Forse!
Per evitare un tale rischio occorre cercare di integrare seriamente chi avrà diritto di restare o chi potrà essere accolto sulla base di un preciso progetto di sviluppo demografico possibile. E non a tutti sarà da concedere la cittadinanza; non attraverso automatismi (5 anni; frequenza di un ciclo scolastico; ecc.) ma previa costatazione di adesione ai nostri valori più essenziali: rispetto dell’altro (delle sue idee e della sua religione o del suo ateismo) e rispetto della vita di ogni persona umana. Chiunque degli accolti aderisca a questa professione di civiltà democratica e su quanto ha di più sacro giuri di mantenersi fedele a tale impegno potrà diventare cittadino italiano. Nascere sul nostro territorio e frequentarvi un ciclo di studi quinquennale non offrirà alcuna garanzia che non ci consideri infedeli, indegni di vivere, nemici da odiare… Il colore della pelle ed i tratti somatici non hanno alcuna importanza. E ben vengano gli apporti genetici più svariati, dai quali l’umanità del futuro potrà trarre solo giovamento.

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