Negli ultimi decenni, tanto più rifioriva Ortigia quanto più degradava Santa Lucia. Eppure, è un’area vasta per chi vuole gustare il sapore dell’essenziale
La Civetta di Minerva, 19 maggio 2017
Quando chi come il sottoscritto aveva raggiunto più o meno l’età scolare, e si andava per mano coi genitori verso lo “sbarcadero” di Siracusa per prendere la barchetta che ci avrebbe condotti “o scogghio”, e cioè nel cuore del più antico quartiere della città, l’isola di Ortigia, la prima cosa che ci colpiva non erano di certo gli scintillii e le pailléttes che trovano oggi ad attenderli i turisti; bensì l’isola ci appariva in tutta la sua stanchezza. Cioè, i quasi tremila anni che si sobbarca sulla schiena li dimostrava tutti. Era pur sempre un contesto magico, perché l’originalità e la poesia della città antica arroccata su di un piccolo isolotto difeso all’estremità da una fortezza sul mare non ce l’ha mica nessun’altra realtà e questa non ce la leva nessuno.
Però – come purtroppo capita spesso nei centri del meridione d’Italia – la fotografia che ne veniva fuori era quella di un luogo trascurato, abbandonato, tristemente dimenticato. Era il “vorrei ma non posso”, il “se si impegna potrebbe fare di più”, come amano spesso ripeterci gli insegnanti quando gli si chiede un giudizio sull’andamento scolastico dei nostri figli. E per riportare un aneddoto ben poco aulico ma che la dice tutta su quella situazione, fra le case più caratteristiche addossate sul lungomare di levante si esercitava addirittura il mestiere più antico del mondo, con le “volontarie del soccorso” sedute in bella mostra ai passanti, proprio davanti alla passeggiata. Questo per evidenziare che solitamente per determinate attività non si sceglie di certo il salotto buono della città, ma al contrario gli esercenti del settore proliferano proprio nei quartieri più degradati e meno frequentati. Questa era Ortigia fino a una quarantina di anni fa. Poi tutti sappiamo come sono andate le cose. Il processo di riqualificazione e di rivalutazione dell’isola è sotto gli occhi di tutti, e per nostra fortuna pare inarrestabile.
Da contraltare invece il secondo fra gli antichi quartieri di Siracusa, e cioè il quartiere popolare di Santa Lucia, o meglio “la borgata” – come comunemente lo si conosce e come gli stessi siracusani amano chiamarlo – a quei tempi era nel pieno del suo fulgore. La via Piave, chiamata la via “buonriposo”, forse perché vista come il capolinea da raggiungere da chi veniva a piedi da Ortigia, era considerata come la via più importante, quella principale, ed era florida di negozi di ogni genere. C’erano tutti i bar più ambiti e rinomati della città, le attività commerciali e svariate botteghe d’artigianato. Negozi di abbigliamento che si spartivano col corso Umberto la patente di “più chic” per ciò che riguardava l’avanguardia nell’eleganza, rinomate pasticcerie, eleganti calzaturifici, parrucchieri e servizi di ogni genere. E la piazza, che tra l’altro come dimensioni è tuttora la più grande di Siracusa, era il bijou che tutti ci invidiavano. Vi erano le giostrine per i bambini, i giardini molto curati e rappresentava quindi la meta per la passeggiata domenicale della famiglia media siracusana, abbinata a quella più di nicchia che invece preferiva il belvedere sul teatro greco posto in cima alla panoramica, location chiusa da decenni e per lo più dimenticata.
Ora, tornando al processo di rivalutazione dei centri storici, a Siracusa i due quartieri più antichi lo hanno vissuto all’inverso. Nel senso che mentre Ortigia cresceva, la Borgata si degradava. E così negli ultimi 35/40 anni circa, il vecchio e popoloso quartiere di Santa Lucia, dove ha sede per l’appunto la chiesa e il sepolcro che vide il martirio e l’uccisione della concittadina poi divenuta la Santa patrona della città, ha vissuto un’involuzione così repentina da diventare, all’occhio comune dei siracusani, come una zona “brutta”, da evitare. Un posto pericoloso. Dove vigerebbe l’illegalità nella più assoluta libertà d’espressione.
A prescindere che di quartieri cosiddetti “difficili” a Siracusa ce n’è purtroppo più d’uno, e che spesso le dicerie della gente non corrispondono al vero, non ci possiamo però esimere dal considerare la borgata come una zona che necessiterebbe di una “ripulita”, in tutti i sensi. Però in chi ci vive o ci lavora è tenace la volontà di riportare la zona agli antichi splendori. Sono sorti negli ultimi anni più di un B&B, alcuni circoli culturali, l’Arci e la piazza, spesso nei giorni di festa, è teatro di concerti e manifestazioni curati da organizzazioni importanti come Amnesty International o Legambiente. C’è la sede della Pro Loco e il Centro intitolato a Pio La Torre. Si respira insomma un’aria di cambiamento. Quell’aria fresca che solo le menti aperte dei giovani riescono a produrre ed a promulgare. E qualche associazione come l’Astrea si impegna pure per coinvolgere gli abitanti e i commercianti del quartiere in un’opera di abbellimento estetico e di organizzazione di eventi culturali nel tentativo di sensibilizzare la cittadinanza anche verso argomenti di natura sociale.
D’estate è già da un paio d’anni che il lunedì sera si può assistere al cinema all’aperto, previo il posto a sedere trasportato direttamente da casa. “Puttativi a seggia” è infatti riportato chiaramente sui manifesti dell’iniziativa, donando a quelle serate quel quid di poesia tipico di un set di Tornatore.
Diciamo pure che la borgata è attualmente l’unico quartiere di Siracusa dove è ancora piacevole camminare a piedi. Perché se Ortigia si sta sempre più “globalizzando”, e le zone site a nord sono più caotiche, la borgata è rimasta una zona a misura d’uomo. Una zona dove a piedi o col passeggino si può osservare la bellezza del dettaglio, il folclore del commerciante, la stravaganza tipica di alcuni “indigeni” locali. In sostanza, non riteniamo la borgata come un quartiere da evitare, bensì come quella zona di Siracusa che ancora ne custodisce l’identità e ne conserva i profumi. Per chi desidera ancora gustare il sapore dell’essenziale!

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