Un italiano su due ha rinunciato a comprare medicine

Recentissimo risultato di una ricerca Doxa in Farmacia. Emergenza povertà: più patologie ci sono in famiglia meno ci si cura. Si arriva al 64%  

La Civetta di Minerva, 24 marzo 2017

È quanto emerge dal report “Nuove povertà e bisogni sanitari” Doxa realizzato per Banco Farmaceutico. Secondo l’indagine, presentata il 17 marzo da Banco Farmaceutico nell’ambito del congresso Farmacista più, il 45% degli italiani ha detto no all’acquisto di medicinali, in particolare quelli totalmente a carico del cittadino.

La ricerca, che si concentra sulla difficoltà di accesso alle cure, evidenzia che il tasso di rinuncia è più elevato tra le casalinghe e i pensionati: 52% quando vivono in famiglia, 53% quando vivono da soli. Particolarmente a rischio anche i lavoratori precari, per i quali la percentuale raggiunge il 41% se vivono in famiglia e il 40% se vivono da soli. E non sono mancate rinunce anche tra chi ha un lavoro stabile: per questa fascia, la percentuale è del 39% tra chi vive in famiglia e il 46% tra i single.

La metà degli italiani (il 45%) dichiara di avere in famiglia almeno un caso di patologia rilevante. E quanto più cresce il numero delle malattie in concomitanza in famiglia, tanto più è problematico l’accesso ai farmaci. Nelle famiglie in cui c’è almeno una patologia rilevante, la rinuncia all’acquisto raggiunge quota 54%, mentre quelle con due-tre malattie arrivano al 57%. In quelle con quattro patologie o più, le rinunce si verificano nel 64% dei casi.

Le difficoltà incidono non solo sull’acquisto dei farmaci ma anche sulla possibilità di fare o meno visite. Un quarto della popolazione (26%) ha rinunciato nell’ultimo anno ad almeno una visita medica, in particolare a terapie riabilitative e visite odontoiatriche, con punte del 41% tra i single precari, la categoria più a rischio. Tra i pensionati e le casalinghe, il livello di rinuncia è al 38% se vivono in famiglia e al 34% se vivono da soli. Tra i genitori separati con figli a carico, la percentuale raggiunge il 39%.

Discorso simile vale per l’accesso alle visite specialistiche, per cui più di una famiglia su due incontra difficoltà economiche. Le maggiori criticità si registrano per visite specialistiche a pagamento (32%), esami del sangue (31%), visite specialistiche ospedaliere con pagamento del ticket se previsto (28%), visite odontoiatriche (26%).

Eppure, nonostante la rilevanza dei problemi di accesso a terapie e servizi sanitari, la percentuale di persone che dichiara di aver ricevuto supporto da enti assistenziali è marginale (1%). Dato che potrebbe rivelare una difficoltà degli italiani nel comunicare e riconoscere i propri problemi economici legati alla salute.

“I dati che abbiamo presentato oggi testimoniano come, da un lato, conoscere il fenomeno sia la condizione necessaria per poterlo affrontare; dall’altro, quanto il mondo del non profit e la carità di chi lo alimenta rappresentino, oggi come non mai, beni oggettivi e irrinunciabili, fattori decisivi da cui partire per ricostruire la nostra società”, afferma Paolo Gradnik, presidente della Fondazione Banco Farmaceutico ONLUS.

Duole finanche scrivere queste cose. Che ci sia quasi una persona su due che debba rinunciare alle cure grida più forte di qualsiasi falsa emergenza pompata dai ”media”. Sono le vere notizie a cui non ci si dovrebbe abituare, come quella di credere tollerabile che dalle nostre parti ci sia più del quaranta per cento dei giovani (ahimè fino a quarant’anni) senza lavoro. Un presente e un futuro da straccioni sdentati e macilenti, ecco quello che già diamo ai nostri figli. Non era quello che la mia generazione aveva immaginato nel passaggio del testimone a quella futura.

Urla ancor di più, presso chi è addentro alle problematiche sanitarie, il barbaro ritorno alle terapie inutili, ai rottami della medicina degli anni sessanta e settanta, agli integratori, venduti a cento volte il loro valore e privi di qualsiasi azione farmacologica, tanto che le squallide norme che li regolano vietano di attribuire ad un alimento (tali sono gli integratori ) azioni terapeutiche.

Ebbene, davanti a quella che potrebbe configurarsi una truffa culturale di bassa lega, è tristissimo considerare la forza dei messaggi pubblicitari ubiquitari che ha creato presso il paziente un falso bisogno in questa precisa area terapeutica. Si vendono alla grande e sempre di più. Tanto grande è l’incultura italiana che si assiste spesso, da una parte, alla prescrizione sospetta proveniente da specialisti che pretendono di curare le malattie con stupidaggini scientificamente infondate provenienti da alimenti, dall’altra alla pretesa di una prescrizione voluta fortemente dal cittadino, telebadato e retebadato, che ritiene di sapere cosa è utile per lui.

Mi sovvengono i farmaci “disintossicanti” di una volta, derivati da uno zucchero innocuo, veri e propri placebo per le natiche dei poveri infelici, ingannati da una pseudoscienza che scopriva il consumo di massa dei farmaci e che inventava rimedi e malattie con una fantasia perversa, seguendo le mode del momento.

L’abitudine alle iniezioni intramuscolari e la fiducia sulla loro efficacia sono due fenomeni tipici solo di alcune nazioni mediterranee, aree del sud povere e ignoranti. Nessun middle- europeo o nord-europeo accetterebbe di farsi infilzare le natiche da un parente o vicino di casa. Le intramuscolari in tutto il mondo sono rare e le pratica solo un medico. E’ proprio vero che in Italia, Cipro, Grecia c’è una predilezione a dar via il ventitré o a essere presi per il c.o.

Che ci siano ancora medici, addirittura specialisti, che curino con integratori vere malattie grida vendetta. Che lo facciano in un periodo in cui le persone rinunciano a curarsi perché non hanno denaro per i veri farmaci, è ancora più grave e perverso. Che ci sia qualcuno, fra questi pseudo professionisti della salute, che abbia interesse economico a prescrivere mondezza scientifica senza alcuna dimostrazione di efficacia documentata è un insulto a tutta la classe medica.

Eppure il mercato degli integratori continua a salire da più di dieci anni. Nel silenzio di chi deve vigilare e di chi si occupa di vera scienza. Tutte le sovvenzioni al mondo della medicina che venivano dalle industrie farmaceutiche si sono notevolmente ridotte, in parte sostituite dai contributi elargiti dai produttori d’integratori e alimenti. Dalla definitiva caduta della ricerca scientifica sul farmaco in Italia abbiamo ereditato la medicina naturale, cosmetica, integrativa. Pura vendita d’illusioni senza alcun costo e investimento a fronte della faticosa ricerca vera, milioni di volte più costosa ma più seria. Una scelta in linea con la scarsa qualità degli imprenditori italiani in generale e farmaceutici in particolare.

Se avete figli con cervello fino, voglia di studiare, di competere col mondo della vera ricerca, mandateli all’estero: qui non hanno alcuna speranza. Ed è quello che accade già.

 

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