Questa dei migranti non è vera accoglienza

Li salviamo dal mare ma li condanniamo all’umiliante naufragio della loro esistenza Nei porti di sbarco grande lavoro delle forze dell’ordine, a volte anche due giorni di fila

La Civetta di Minerva, 15 aprile 2016

Quanto possa essere duro il lavoro degli operatori di Polizia addetti all’immigrazione può rendersene conto solo chi tutti i giorni ne è testimone. Lavoro ingrato! Fin dall’arrivo al porto di Augusta. Impegnati nelle procedure di prima identificazione, sanno solo l’ora di inizio. Il ritorno a casa potrà avvenire anche dopo 48 ore di incessante impegno sul posto.

L’aspetto umano e, a volte, certi farraginosi legacci burocratici rappresentano lo scenario dell’arrivo dei migranti. Posto che sono tutti ”sedicenti”, unica certezza è il loro sesso. Per il resto, ogni loro dichiarazione non è suffragata da alcuna certezza. Dalla nazionalità al nome; dall’età allo scopo del loro arrivo in Italia, tutto è frutto delle loro dichiarazioni.

La quasi totalità dei migranti è rappresentata da giovani sotto i 30 anni. La loro nazionalità è prevalentemente subsahariana. I nigeriani sono i più numerosi. Seguono i maliani, e poi via via, i cittadini di un’Africa sempre più povera. La Polizia – intendiamo ovviamente le forze dell’ordine tutte – vive quotidianamente la difficoltà di gestire questa massa di persone. Al momento dello sbarco il lavoro degli inquirenti sul posto è legato all’individuazione dei cosiddetti “scafisti”. Un ruolo da non confondere affatto con i trafficanti di esseri umani. Lo scafista è in genere un viaggiatore che in cambio di uno sconto sulla traversata, si presta a condurre l’imbarcazione all’appuntamento con le navi di Frontex.

Purtroppo la legislazione italiana in tal senso è piuttosto fallace. Una volta individuato lo scafista, viene arrestato mediamente per tre mesi. Allo scadere del trimestre di inutile detenzione, patteggiando la pena viene scarcerato. A questo punto con una semplice richiesta di protezione internazionale viene inserito nelle liste dei richiedenti. La domanda allora è semplice! Qual è il senso di una carcerazione di novanta giorni dopo la quale lo status giuridico del migrante torna ad essere quello di tutti i viaggiatori che lui ha condotto in salvo?

Spesso, nei centri di accoglienza, intolleranze determinate da migranti di talune nazionalità, ad esempio la nigeriana, costringono le forze dell’ordine ad intervenire. Purtroppo capita sovente che le pretese di certi ospiti vada al di là di ogni accettabile disponibilità. Gli organi di stampa incautamente riportano notizie di rivolte all’interno dei centri, di fatto legittimando taluni comportamenti rivoltosi. A vedere le condizioni in cui versano milioni di connazionali, poi giustamente chi gestisce l’accoglienza (Forze di Polizia, Sanità, Volontariato e gestori dei centri) ovviamente si sente oltraggiato.

Un letto pulito, tre pasti al giorno, l’assistenza medica, l’accompagnamento presso i vari presidi di polizia e/o sanitari; scarpe, tute, intimo, giacconi. Peccato che in tanti non riescano a cogliere gli sforzi italiani ed europei.

Chi come me da anni è impegnato sul fronte dell’accoglienza non può per amore di parte negare certe aberrazioni. Un’accoglienza priva di integrazione indispensabile è destinata alla creazione di decine di migliaia di giovani disadattati. Una massa di giovani descolarizzati cui spesso viene negato il permesso di soggiorno perché migranti economici, vagherà senza fissa dimora, senza lavoro e senza alcuna opportunità futura.

I respingimenti, di fatto, non sono coattivi. Si tratta di decreti amministrativi di cui il migrante non comprende nemmeno la gravità. Pare che i costi di un rimpatrio di proporzioni bibliche abbiano proporzioni inimmaginabili. Questo si traduce in creazione di manovalanza a bassissimo costo per il lavoro in nero e per la delinquenza organizzata. Spaccio e prostituzione, in Lombardia rappresentano una voce economica illegale di altissimo rilievo.

Non è questo il concetto di accoglienza. In questo modo li stiamo solo salvando dai naufragi. Purtroppo li stiamo condannando al naufragio della loro esistenza.

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