Organizzato un incontro con la vice presidente nazionale del Comitato contro la modifica del sistema bicamerale voluta da Renzi. Questo ha segnato l’avvio di un ampio schieramento sociale. Nessuna primogenitura, ma chiamata alla mobilitazione
L’iniziativa che l’associazione “Fare democrazia” ha promosso e organizzato sabato 5 marzo, a Siracusa, con l’avv. Anna Falcone, Vice Presidente del Comitato nazionale per il NO, nel voto al referendum costituzionale che si terrà in autunno – contro il DDL Renzi-Boschi che, dietro l’enfasi demagogica di semplificare i processi decisionali, eliminare il Senato (sic!) ecc, stravolge radicalmente l’assetto della Costituzione, senza apportare alcuna “produttiva” e seria innovazione istituzionale –, costituisce solo un primo avvio (un assaggio, se così possiamo dire) di quello che dovrà essere l’impegno per la costruzione di uno schieramento sociale, civico, politico e culturale di grande ampiezza, che dovrà così contribuire al successo del NO.
Nessuna primogenitura, nessun desiderio di voler affermare o porre il “sigillo” di uno schieramento di parte – che sarebbe esiziale, di fronte alla complessità della sfida –, in questa iniziativa che ha solo provato a misurare il clima e sondare la percezione di un appuntamento che avrà luogo in autunno. L’incontro di sabato, al di là di qualche incomprensione, nasceva ed è nato con una certa informalità e fretta, per approfittare del contributo e della presenza dell’avv. Falcone, dal momento che la Vice Presidente del Comitato nazionale per il NO era in Sicilia anche per ragioni personali.
La consapevolezza che quella che si aprirà nei prossimi mesi – anche al fine di costruire un chiaro e condiviso orientamento politico già nelle prossime settimane su temi che a primo acchito hanno un sapore troppo tecnico-giuridico – sarà una battaglia difficile, ardua e impegnativa è di tutti.
Per questa ragione chiamiamo alla mobilitazione e all’impegno tutti i democratici, e troveremo modi e forme per un coinvolgimento organizzato. Di più, l’esito del referendum avrà un carattere dirimente, di vero e proprio spartiacque nella composizione democratica, degli assetti istituzionali e delle dinamiche del potere nel nostro paese.
Innanzitutto, è già adesso molto alto lo scarto tra la valenza “costituzionale” e democratica che questa pessima modifica intende attuare, da una parte, e la chiara percezione “politica” delle conseguenze negative da parte dell’opinione pubblica, se la riforma Renzi-Boschi passasse, dall’altra. Ciò deriva innanzitutto dal fatto che nel vivo della profonda crisi sociale che stiamo vivendo – alta disoccupazione, incertezze sul futuro, ecc. –, proprio nel quadro di una profonda delegittimazione delle Istituzioni e della politica, la “narrazione ideologica” che Renzi, la Boschi e il cerchio magico politico-mediatico che ha retto questo pasticcio di deformazione costituzionale è riuscita a costruire una serie di “luoghi comuni” resistenti, mediaticamente convincenti, tali da creare una coltre di conformismo, banalità, sino a capovolgere la percezione degli snodi plebiscitari e oltremodo negativi che da questa pseudo-riforma costituzionale potranno derivare al paese e ai cittadini.
Se a ciò aggiungiamo l’aspetto patetico e impolitico con cui la minoranza del PD (da Bersani a Speranza e a tutti gli altri) ha affrontato questo percorso, senza cogliere la deriva di populismo e di confusione istituzionale che lega in uno la legge elettorale (l’Italicum) a questo pasticcio costituzionale, comprendiamo in che senso questa sfida referendaria del prossimo autunno costituisce il punto più alto e consistente del conflitto politico nel nostro paese.
Non è un caso che – aspetto che non si era mai verificato in precedenza – sia stato lo stesso Renzi a politicizzare all’estremo la sfida, dichiarando nelle scorse settimane: «qualora dovesse prevalere il NO nel referendum confermativo, mi dimetterò da Presidente del Consiglio», al punto da “personalizzare” a tal punto una battaglia politico-istituzionale che, avendo a riguardo un mutamento così radicale della Costituzione del paese, dovrebbe essere sottratta ad una contesa esiziale di taglio governativo.
Ecco perché l’obiettivo del NO al referendum assume il rilievo, a un tempo, di un vero e proprio impegno civile e di consolidamento democratico della sovranità popolare, e di un’opportunità politica per «destrutturare il campo politico renziano», il quale, godendo di una frammentazione, confusione e difficoltà delle Leadership del centro-destra, sta godendo oltremisura di una rendita politica che consente al giovane rottamatore fiorentino di giocare tutte le carte dell’azione politico-istituzionale. Di fronte a tutto ciò, la carsica e fragile “opposizione” (sic!) a Renzi e al suo cerchio magico, da parte della minoranza del PD, potrebbe essere rappresentata, come metafora, dall’immagine di quella persona che, vivendo una sfida con l’avversario, a un certo punto, debolmente dichiara: «toglietemelo da sopra, sennò gli faccio del male», senza accorgersi del carattere surreale e inconsistente di una minoranza politica che fa fatica a far emergere un antagonismo reale verso le scelte del Governo e alle mire renziane del “partito della nazione”.
Ma tornando al NO alla riforma costituzionale, quali sono i “luoghi comuni” che possono far presa nell’orientamento sociale e che si racchiudono nel frasario ideologico e di banalizzazione comunicativa che la Boschi e il Governo vanno ripetendo? Innanzitutto, la solita tiritera: «finalmente: gli italiani aspettavano questa riforma da venti o trent’anni!», oppure «questa riforma costituzionale assicura e garantisce governabilità»; oppure, «il nuovo impianto costituzionale accelera il processo di approvazione delle leggi», oppure, ancora, «anche il PCI o la sinistra già negli anni ’80 spingevano per eliminare il bicameralismo o lo stesso Senato», oppure – visto il clima giustamente negativo dell’opinione pubblica verso la “casta” e gli sprechi della politica –, con la demagogia secondo cui «questa riforma della costituzione consentirà un risparmio e una drastica riduzione dei parlamentari», e via farneticando.
Non vi è chi non veda come questo frasario sia assolutamente ideologico e demagogico, tentando di occultare il fatto, a proposito del Senato (che, pur ridotto, rimane!), che si creerà un quadro estremamente confuso tra Camera e “nuovo” Senato, dal momento che la composizione e le dinamiche “elettorali” di quest’ultimo sono connotate da una profonda irrazionalità, col rischio che questa riforma sia viziata già da incostituzionalità (violando l’art. 1 della Costituzione). Inoltre, sono tanti i casi in cui il Senato è coinvolto nel percorso legislativo, sì da alimentare confusione e raddoppiamento/richieste di letture per approvare le leggi. Altro che governabilità!
Semmai, il peggiore paradosso è dato dal fatto che, prima ancora di modificare la Costituzione, il Governo ha approvato la nuova legge elettorale (l’Italicum) che, nel suo impianto, riconferma la porcata del “Porcellum” (secondo Calderoli), e che, pur nella riduzione dei collegi elettorali per la Camera, i segretari dei partiti sceglieranno i 100 da “nominare”, collocandoli a “capilista”, che diventeranno parlamentari (nominati come per il Porcellum) automaticamente – con l’aggravante che, potendo questi “nominati” essere presenti in più collegi, alla fine (giocando sull’opzione dei collegi) i 100 potranno diventare anche 150-180, quasi a garantire a Renzi (e a chicchessia) il controllo dei suoi “deputati”, costruendo così un esito plebiscitario della democrazia.
Sicché, un ulteriore aspetto di incostituzionalità della riforma della Costituzione voluta dal duo Renzi-Boschi è dato dal fatto che una semplice legge elettorale (l’Italicum) – di rango inferiore – è stata approvata prima, piegando così la successiva riforma della Costituzione (di rango superiore), proprio per rendere funzionali i nuovi assetti istituzionali e legislativi al potere personale del Leader che quest’ultimo deriverà dall’Italicum.
C’è tanta materia sul fuoco e ampia necessità democratica affinché il NO a questa riforma pasticciata si affermi in autunno.
Ecco perché occorre grande unità e un impegno di forte ampiezza.

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