la provincia babba, 10° e ultima puntata

L’esercito dei nomadi e la cittadella del potere

Descrizione triste e ironica su una tranquilla e noiosa cittadina di periferia – Decima e ultima puntata

 

La vita procedeva sonnacchiosa e stanca nella provincia babba. Le ambizioni e le invidie, le speranze e le rassegnazioni procedevano tutte, intense ma lente. Nulla aveva la forza e la dignità del cambiamento improvviso che costringe a guardarsi dentro e a rimettersi in gioco.

Nel vessillo del comune capoluogo svettava un’aquila solenne, ma avrebbero dovuto metterci un bradipo, per meglio rappresentare l’animo dei cittadini e dei loro rappresentanti.

Con l’elezione di Gavillano, in verità, pur non mettendolo nel vessillo, la somiglianza estetica e fattiva con il bradipo era stata assicurata. Per uno strano gioco del destino, nell’anagramma del nome della provincia babba erano inscritte la rabbia e la richiesta del perdono. Ma nella realtà si trattava di una rabbia sorda e della richiesta di perdono un po’ vigliacca di chi non vuole assumersi la responsabilità delle proprie azioni.

Da un po’ di tempo l’esercito dei nomadi si era ristabilito nella cittadella del potere. I nomadi erano i protagonisti della prima repubblica che da qualche anno si aggiravano per i partiti, trasferendosi di volta in volta con armi e bagagli, ovverosia con voti e clientes, scegliendo sempre il partito al comando. Alcuni erano persino perfezionisti e sostenevano schieramenti diversi in comuni diversi, secondo chi comandava. Ma anche questa pratica tendeva a esaurirsi.

Ormai, infatti, comandava dappertutto il Partito Nemocratico, anche a causa della progressiva scelta dei nomadi.

Il “Signore” dei nomadi era l’ex onorevole Tino Videi, signore per autorevolezza riconosciuta e non certo per obbedienza, poiché i nomadi erano cani senza padrone. L’ex onorevole Videi aveva memoria diretta di com’era la provincia babba prima della seconda repubblica, quando i politici controllavano davvero ogni cosa e parlare di privilegi equivaleva a fare i complimenti. Si era poi adattato a cambiare partito a ogni stagione, finché prima di tutti aveva compreso che la vera pacchia sarebbe stata il Partito Nemocratico che era scalabile da tutti i punti di vista. I nomadi erano contesi da tutti i partiti e, ultimamente, da tutte le correnti del Partito Nemocratico. Più un politico aveva precedenti, più aveva clientele degne del passato, più frequentava ambienti equivoci, più era conteso.

Una grana vera e propria scoppiò per l’acquisizione alla corrente comunitaria di Peppe Gigante, sindaco di Autopianini. I kenziani lo avevano corteggiato, ma lui aveva scelto i rivali e a quel punto i kenziani avevano dato di matto, accusandolo nientepopodimeno che di essere un esponente della vecchia politica. Per un attimo tutto si era fermato. Non si sentiva neppure respirare. Era come se la tenutaria del bordello avesse accusato una delle ragazze di essere una prostituta. L’accusa era risuonata come una bomba al paradossium, quella che distrugge le cose reali e lascia integre le cazzate e chi le dice. Ma poi anche questa era passata.

La presentazione pubblica di Peppe Gigante fu affidata a un incontro solenne alla presenza del segretario regionale del Partito Nemocratico Fortunato Tiraci e al segretario provinciale Alessandro Lo Sutace, entrambi appartenenti alla corrente comunitaria ed entrambi, in particolar modo il secondo, ligi al principio di dover rappresentare l’intero partito e non soltanto la propria corrente.

Quella guerra sarebbe proseguita per tanto tempo, come tutte le guerre di potere. E la provincia babba assisteva annoiata e incapace di ribellarsi e otteneva quindi ciò che meritava.

Quale sarebbe stato il futuro di quel territorio? Io non lo so. Dovrei essere un indovino e non lo sono. E questa d’altronde è l’ultima puntata.

Posso raccontarvi solo di un mio incubo di qualche giorno fa. Passeggiavo per i viali bellissimi del capoluogo e mi accorsi di tanta gente in festa. Erano tutti felici per l’elezione a sindaco dell’ex onorevole Tino Videi e lo portavano in corteo al comune. Lo striscione in testa al corteo riportava la scritta: “Finalmente un giovane al governo della città”. Mi sono risvegliato sudatissimo e spaventato e ho deciso di chiudere questa rubrica.

Non voglio più continuare a raccontare di una provincia babba dove anche l’inverosimile potrebbe un giorno diventare vero.

Post scriptum. Lamberto Laudisi finisce qui. In tanti si sono chiesti quale sia la mia vera identità. Non la svelerò mai e voi non la sospetterete mai.

 

 

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