la provincia babba, 9° puntata

C’era una volta l’on. Giacomo Presti e Forza Taglia

 

“Nostalgia, nostalgia canaglia / di una strada, di un amico, di un bar / di un paese che sogna e che sbaglia / ma se chiedi poi tutto ti dà.” Era un po’ di tempo che all’on. Giacomo Presti veniva in mente questa canzone e canticchiandola ricordava gli anni migliori di quando giovanissimo aveva vinto le selezioni per un posto alla Camera dei Deputati. Erano stati poi vent’anni fantastici di grandi vittorie senza avere bisogno di un solo voto. Il Presidente lo aveva preso subito in simpatia ed era entrato nel gruppo dei prescelti.

Era stato anche Ministro per quel “Paese che sogna e che sbaglia”. Ma adesso non se lo filava più nessuno.

Era ormai alla sesta legislatura che dava tanto la sensazione di essere anche l’ultima. La gente per la strada lo guardava con l’aria di conoscerlo, ma di non riuscire assolutamente a ricordare chi fosse. Eppure c’era stato un periodo nel quale Forza Taglia controllava tutta la provincia babba e lui faceva il bello e il cattivo tempo.

Era l’epoca del sindaco Decio er Buffo e poi quella del sindaco Rin Tin Tin. Era il periodo nel quale l’onorevole Giacomo Presti, per testare la sua forza, nominava le persone più incredibili nei principali posti di potere. Più erano stupidi e più lui si sentiva potente.  Ministro del panorama e del profumo. Proprio lui che nell’azienda di famiglia… Ma lasciamo stare. Non aveva nessuna voglia di ricordare i fasti e i paradossi di un tempo che fu. Ma quei ricordi lo assalivano e non lo abbandonavano.

Stava andando a una riunione plenaria del Partito. L’ordine del giorno recitava, anzi cantava: “Siamo rimasti in tre”. Era la verità ed era tristissima. Erano davvero rimasti in tre: lui, il suo compagno di vita e di lotta Gabriele Carinucci detto Fidel perché era segretario del Partito da una vita, e il suo fedele scudiero, senatore Agela, il fidato servitore a causa del quale si era visto affibbiare il nomignolo di “Caligola”.

Persino Decio er Buffo e Rin Tin Tin erano andati via. Nessuna riconoscenza. Decio er Buffo era passato con i vincitori e il Presidente della Regione Piuetta lo aveva nominato, per riconoscenza, componente del CGA (Centro Generale Abiure); Rin Tin Tin invece aveva provato a farsi eleggere alla camera con la lista del senatore Collina ma era arrivato secondo e in quella gara vinceva solo il primo. Come sindaci non avevano certo brillato di luce propria, ma l’attuale sindaco Gavillano aveva loro regalato una luce riflessa grazie al suo famoso motto “al peggio non c’è mai fine”.

Mentre camminava verso la sede dell’incontro l’on. Presti continuava, strattonato dai suoi ricordi, a rimembrare i momenti felici quando sembrava che nulla potesse fermare la loro squadra. Una volta erano riusciti a fare eleggere alla Camera persino il dottor Filastrocca, uno che era così conosciuto che la stessa moglie, quando lui rientrava a casa la sera, gli chiedeva la parola d’ordine. Lo avevano candidato contro l’on. Carnitello che in città si era fatto più nemici del regime della Corea del Nord.

Arrivò alla riunione con l’aria stralunata di quelli che si rinchiudono nel loro sfolgorante passato e non riescono ad accettare il presente. Carinucci e Agela continuavano a comportarsi come se controllassero ancora ogni cosa e come se dalle loro decisioni dipendesse ancora il futuro della provincia, che era babba, ma evidentemente non più fino a quel punto.

Quando l’on. Presti prese posto in mezzo ai suoi due compagni d’avventura, l’incontro prese subito la piega di riunione di combattenti e reduci all’interno di un centro anziani. L’espressione “ti ricordiˮ? venne fuori alle prime due parole. L’aveva pronunciata il senatore Agela e subito i tre si erano messi a discutere parlando simultaneamente di tre ricordi diversi.

Li interruppe per un attimo la cameriera di Carinucci chiedendo se volessero qualcosa da bere e tremando al pensiero che potesse capitarle ancora che le chiedessero di stare ad ascoltare e di doversi sorbire ore di quella discussione che appariva simile al famoso ingorgo stradale a spirale, dal quale com’è noto è assolutamente impossibile riuscire a districarsi.

L’on. Presti, a differenza degli altri due, si rendeva conto che era finita e che avevano enTREmbi uno straordinario passato, un presente inesistente e un futuro di merda, ma non riusciva ad abbandonare quell’ossessione. Aveva pensato che si potesse soltanto salire verso il vertice della fama e del potere e adesso che la curva discendente si era avviata a folle velocità era incredulo e avvelenato di rabbia.

Nuovi partiti e nuovi movimenti si facevano avanti e Gavillano li agevolava tutti nella loro crescita. Decise quindi che era arrivata l’ora di prendere atto della situazione e lanciò un grido per esprimere il suo pensiero: “Sic transit Gloria Mundi”. Davanti all’espressione straniera gli altri si zittirono pur senza coglierne il significato. L’onorevole osservò per alcuni attimi il silenzio, beandosi di essere riuscito ancora una volta a fare colpo con quelle parole.

Sentiva che erano appropriate ma, non sapendo cosa volessero dire, si ripromise che avrebbe fatto una ricerca su Internet per sapere una volta per tutte chi fosse questa signora Gloria Mundi che guidava un Transit.

 

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