La qualità della vittoria

Immaginiamo Garry Kasparov e Anatoly Karpov, in quell’incredibile torneo di scacchi. I due campioni si incontrano, si danno la mano, si seggono ai lati della scacchiera e da quel momento inizia una sfida senza precedenti, senza scorrettezze, senza sotterfugi, volgarità, dissapori.

E’ una sfida: il migliore dei due diverrà il campione del mondo e l’altro resterà lo sfidante. E sarà uno sfidante degno di questo nome, un uomo dalle capacità indubitabili. Lui stesso è talmente ben consapevole di questo che accetterà la sconfitta come una ulteriore lezione di vita, come sprone per imparare una nuova strategia, per volgere ancora una volta la scacchiera dall’altro lato e porsi nella mente del campione fino a imparare a prevedere l’imprevedibile nelle sue mosse.

Ecco, in questa partita sarà un onore tanto vincere (e infatti Kasparov fu campione del mondo per molti anni) quanto avere avuto l’opportunità di confrontarsi.

In realtà non ci fu uno sconfitto, niente lacrime, maledizioni, o imprecazioni: il campione, in piedi, si congratulò sinceramente con lo sfidante che non smise di ammirare le capacità del suo avversario.

Naturalmente, nessuno dubita che dentro di loro le sensazioni saranno state fortissime: il campione avrà gioito di una felicità sconfinata, lo sfidante si sarà sentito molto infelice. Non sarebbe stato uguale una diversa vittoria: se Kasparov sfidasse, ad esempio, Borghezio in una partita a scacchi, vincerebbe senza onore né gloria, quasi come se avesse giocato contro un piccione. Kasparov non proverebbe alcuna gioia e, probabilmente, Borghezio sputerebbe sulla scacchiera prima di lanciarla per terra, pestarla sotto ai piedi e sostenere che l’avversario ha vinto per puro caso.

Perché questo paragone introduttivo? Perché ci sono vittorie che hanno diritto a questo nome e altre che sono poco più o poco meno che mere circostanze: non c’è partita, né onore né gloria, non ci sono campioni degni di questo nome né sfidanti all’altezza della situazione. La vittoria è assegnata dal caso, dall’incapacità totale di una parte, dalla fortuna sfacciata o dal fato, o dall’ignavia dell’avversario, da errori banali ed elementari, da un mal riposto senso di superiorità che induce a sottovalutare l’avversario, dallo spregio delle regole che, poi, l’arbitro sanziona, dalla noia o dalla stupidità.

E’ in quest’ottica che dovremo cominciare ad abituarci all’idea di vedere il nostro Paese governato da un gruppo di persone che ha dimostrato di sapere organizzare il servizio ai tavoli in una pizzeria.

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