Terrauzza: l’ex Villaggio Garofalo nella bufera

Ampliamenti non autorizzati, sagome diverse da quelle degli elaborati grafici, coperture parzialmente difformi ai progetti, strutture non previste in progetto: intervengono i Carabinieri

 

“I Carabinieri della Stazione di Ortigia, insieme a personale della sezione urbanistica del Comune di Siracusa, hanno deferito in stato di libertà quattro persone. Sono ritenute responsabili di aver realizzato opere edilizie difformi dalla concessione avuta, eseguite nell’ambito dei lavori di ristrutturazione ed ammodernamento di un complesso immobiliare destinato a villaggio turistico a Terrauzza.

Nel corso dell’attività ispettiva, riscontrati ampliamenti non previsti di alcune unità ricettive e ricreative, configurazioni di sagome diverse da quelle rappresentate negli elaborati grafici, coperture parzialmente difformi ai progetti, nonché la realizzazione di una struttura abitativa non indicata nella dichiarazione di inizio attività.

Le persone deferite ricoprono qualifiche e ruoli diversi, comunque ricadenti nella progettazione e direzione dei lavori, nell’esecuzione delle opere murarie e dell’impiantistica, nonché nell’amministrazione societaria. Allo stato non sono stati operati sequestri”.

Questo il comunicato apparso mercoledì 7 ottobre sui quotidiani di Siracusa ma già corre voce di un prossimo sequestro del cantiere.

Nella bufera quindi il riesumato Villaggio Garofalo, un villaggio sfortunato, nato nei primi anni del 1970 come villaggio turistico e, come spesso accade dalle nostre parti, riconvertito in residenze private condominiali separando però dalle 40 costruzioni unifamiliari l’area della tonnara e la piscina, sorte nel contesto del villaggio.

Complesse vicende hanno accompagnato i passaggi di proprietà e non tutti i preliminari di vendita erano stati allora perfezionati: dei 41 “proprietari” solo 22 avevano ottenuto dal Tribunale il riconoscimento della proprietà mentre gli altri 19, non presentando alcun ricorso, essendo nel frattempo fallita la società, avevano visto finire le loro villette nella curatela fallimentare.

Nel 2010 però, dopo alcune aste andate deserte, la nuova società Yota, costituita dalla figlia e dal genero di Salvatore Garofalo, si è aggiudicata le vecchie strutture e ha presentato un progetto di riqualificazione grazie anche a un finanziamento regionale di 9 milioni di euro (fondi P.O.FESR 2007/2013 per il settore turistico alberghiero stanziati dall’assessorato regionale delle attività produttive).

Un progetto ambizioso, da molti ritenuto di forte impatto ambientale, che ha avuto un iter da subito difficile. Si dice che prevedesse all’inizio anche il recupero dell’edificio ottocentesco, purtroppo ormai diroccato, dell’antica tonnara (non di proprietà della società ma forse quale azione mecenatizia per la collettività), e un numero maggiore di villette. Poi, per qualche motivo ridimensionato, ha subito ulteriori modifiche, sia per un intervento della stessa amministrazione comunale che ha imposto di abbassare le altezze, fuori da ogni standard, dell’ex Sporting club, particolare sfuggito alla stessa Soprintendenza, sia per altre prescrizioni di quest’ultima che, dopo aver rigettato nel 2011 il progetto “poiché l’intervento ricade in area con livello di tutela 3 del piano paesaggistico che non consente la realizzazione di opere a mare e manufatti costieri”, ha poi concesso l’autorizzazione paesaggistica sulla scorta di precise indicazioni.

Muro di contenimento da realizzare sull’arenile antistante il complesso ricettivo non in muratura bensì realizzato con un progetto di ingegneria naturalistica cioè abbinando materiali di rinforzo di varia natura confronte esterno a gradoni, riempiti con terra, in modo da consentire la crescita delle piante. Obbligo di smontare l’intera struttura a conclusione della stagione estiva, inviando documentazione fotografica dei lavori effettivamente realizzati e del ripristino dello stato dei luoghi. Previsti dispositivi galleggianti stagionali per l’ormeggio delle imbarcazioni, opere precarie e smontabili, pavimentazione e percorsi pedonali in legno. Eliminate le parti in muratura.

E’ probabile che se ci si fosse limitati solo a recuperaregli scheletri delle villette sconfitte dal tempo e a riqualificare il tratto di costa obiettivamente degradato e inaccessibile, la reazione, in particolare dei residenti, più silenti in questa occasione gli ambientalisti, non sarebbe stata tanto determinata da richiedere l’intervento della Procura. Sicuramente ad infiammare gli animi avrà giocato il timore che, insieme a un insostenibile carico antropico, si realizzasse l’ennesima struttura inamovibile della costa, l’immancabile solarium, e un pontile per motoscafi, ingiustificabile in una riserva marina e per il quale sarebbe stata forse necessaria la VAS.

Per il primo si è sollevato infatti il problema della sua compatibilità con l’articolo 3 del decreto dirigenziale 476/2007 che disciplina l’attività balneare e l’utilizzo del pubblico demanio marittimo a fini turistici e ricreativi (ribadito dalla più recente ordinanza per la sicurezza balneare del 2015 n. 68) prescrivendo sull’arenile e sulle scogliere basse una fascia completamente sgombera di profondità non inferiore ai 5 metri dalla battigia per il libero transito.

In merito al pontile invece, nonostante la richiesta della società di una concessione stagionale per 263 mq di specchio acqueo, si è evidenziato come fosse improponibile una struttura che, pur se “mobile” come da progetto, avrebbe dovuto ancorarsi al fondale in un’area protetta, dove per l’attracco si è sempre imposto l’uso esclusivo di boe e la navigazione è inibita nei 300 metri dalla costa.

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