Continua il nostro dialogo col medico di famiglia dott. Dino Artale sui mali della sanità siciliana: liste d’attesa, rapporto degli ospedalieri con le strutture private, visite in extra moenia eccetera. “In Sicilia, si sa, si fa lusso con i soldi degli altri, mai con i propri”
Prenotazioni esami e prestazioni specialistiche: parecchi mesi di attesa per le strutture pubbliche, per le strutture private nessun problema. Come mai?
Questo increscioso fenomeno, presente su quasi tutto il territorio nazionale, se lo vediamo dal punto di vista del paziente, è la negazione di un diritto e rende vana l’essenza del nostro Sistema Sanitario, nato con il fine essenziale di assicurare il diritto alla salute a tutti. I cittadini siciliani sono fra i più penalizzati, anzi, sono rapinati proprio dal sistema sanitario pubblico (i ticket pagati da noi sono tra i più alti d’Italia). Una dissennata gestione della Sanità Regionale ha fatto in modo che in Sicilia ci fossero 1200 cliniche private che drenavano risorse pubbliche mentre tutta l’Italia aveva 800 strutture private convenzionate.
Se vediamo il fenomeno delle liste di attesa dall’ottica del medico, esso è paradossale. Quando vi è necessità di capire al più presto cosa minaccia la salute di un paziente è proprio il medico di famiglia a istigare i cittadini di andare a pagare, unico modo per avere gli accertamenti necessari. La faccia ce la mettiamo noi ma le responsabilità stanno altrove. Anche i medici specialisti convenzionati hanno tempi di attesa notevolmente minori per un motivo semplicissimo: più lavorano più guadagnano.
Sanità pubblica e sanità privata, prestazioni che la struttura pubblica non garantisce e quella a pagamento sì. Come possono convivere i due sistemi?
Il privato non dovrebbe ricevere denaro da chi agisce in concorrenza con lui. Un privato deve lavorare prendendo i soldi dai privati non dalla sanità pubblica. Qui casca l’asino in Sicilia, dove, si sa, si fa lusso con i soldi degli altri, mai con i propri. Dovessero fidarsi della loro possibilità di sostenersi solo di denaro privato, tutte le attività sanitarie private in Sicilia (ci metterei anche il centro-sud) chiuderebbero in pochi mesi.
La realtà è stata diversa anche in passato. Chi non ricorda, soprattutto da noi in Sicilia, i laboratori di analisi, i cardiologi privati convenzionati, intere cliniche convenzionate in aree ortopediche, neuropsichiatriche, chirurgiche, ostetriche? Di fatto, stornare su di loro enormi cifre di denaro per pagarne le prestazioni ha deliberatamente spogliato le corrispondenti strutture pubbliche, diventate sempre più prive di specializzazione e di eccellenze, di attrezzature e di posti letto. Se si allarga l’orizzonte, anche nelle altre branche il lavoro sporco, non redditizio, in urgenza, è lasciato agli ospedali pubblici. Questi ultimi scarnificati e sguarniti dai continui tagli e “spending review” diventano sempre più posti da evitare. Quando si fanno errori così pericolosi, le conseguenze, poi, gravano su tutti.
Parliamo dell’“intramoenia”. Lo stesso medico può visitarmi tra sei mesi se a carico del servizio sanitario oppure subito se sgancio tra cento e centocinquanta euro?
Ritengo questa una delle più grandi offese che si possano fare a un cittadino. Ciò inequivocabilmente conferma che sono stati approvati da parte delle Aziende sanitarie comportamenti che rispondono a impostazioni completamente sovvertite rispetto ai principi ispiratori del SSN. Io stesso, medico, se dicessi a un ammalato “ti curo subito solo se mi dai il triplo di quel che mi è dovuto”, mi caccerei da solo dall’Ordine dei Medici a calci nel sedere se mai fosse possibile. Che tremendo autogol per chi ha autorizzato queste porcate!
Il medico di una struttura pubblica può esercitare anche nel privato?
Il ministro Bindi legiferò in questo senso, vietando il doppio rapporto di lavoro, causando un sollevamento compatto della categoria dei medici dipendenti dal Servizio Sanitario Nazionale. Ma aveva ragione: aveva colto uno degli attacchi più dirompenti alla sanità pubblica.
Pensate a professionisti eccellenti, di altissime capacità che, nella nostra repubblica delle banane, devono soggiacere ai giochi sporchi della politica, dove i destini delle persone dipendono innanzitutto dalla raccomandazione e, marginalmente, dalle capacità personali. Cosa pensate che accada della carriera di un medico di grande esperienza? Potrebbe mai accontentarsi del suo stipendio di primario? Altrove si sarebbe accontentato. Qui da noi, no! Ecco che tutti quelli che potevano attrarre consensi professionali hanno sempre tentato di trarre fama, prestigio e massimi guadagni dal pubblico ma si sono orientati a esercitare la professione anche nel privato, dove le soddisfazioni economiche erano maggiori.
Come se un grande campione di calcio potesse, per soldi, giocare anche nelle squadre avversarie senza lasciare quella che lo ha reso famoso.
Che speranze abbiamo di sistemare queste storture?
A mio parere, nessuna al momento. La politica attuale è stritolata dalla sostenibilità economica del sistema, che manca dal 2007. Senza soldi c’è da aspettarsi altri colpi di accetta alle garanzie di tutela sanitaria delle persone. Vi è il reale pericolo che sia tenuto in vita un sistema sanitario a diverse velocità secondo le risorse regionali, altra stortura anticostituzionale. E dietro apparenti soluzioni ci sono gli enormi appetiti delle assicurazioni private.
Il destino delle popolazioni del sud è di rimanere sempre bistrattati, anche nella sanità?
La sanità di queste regioni è sempre stata disastrata, ne è riprova la grande emigrazione dei nostri ammalati verso regioni più avanzate. A onor del vero si è scialacquato, speso e sprecato molto più delle altre regioni ma è certo che di ciò al cittadino non è arrivato nulla o quasi. I soldi servivano ad alimentare interessi predatori che non hanno lasciato nulla al cittadino.
La speranza non è quella che qualcuno risolva per noi queste faccende ma di riprendere in mano ciascuno il proprio destino senza delegare. Cominciando a far sentire il nostro fiato sul collo di chi è deputato ad amministrarci, rendendo impossibile il quieto vivere a quelli che percepiscono lauti stipendi dirigendo aziende che non hanno mai funzionato, selezionando i galantuomini dai servi e dai sicari, allontanando i farabutti dalla cosa pubblica, tornando ai valori fondamentali delle società civili: rispetto, merito, onestà, trasparenza e servizio. Parole vane? No! E’la strada maestra!

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